Ma il sindacato, chi rappresenta?

19/05/2014 di Federico Nascimben

Proponiamo un estratto dalla nostra rivista bimestrale di aprile e maggio: un'analisi dell'andamento storico del tasso di sindacalizzazione in Italia ed in Europa ed i motivi della crisi attuale

Introduzione

Da molto tempo in Italia è in atto un dibattito sulla reale capacità delle varie associazioni di rappresentanza di saper continuare a svolgere ancora, effettivamente e concretamente, il proprio mestiere: “rappresentare” i propri iscritti. In questo speciale ci concentreremo sui sindacati, ed in particolare su CGIL, CISL, UIL e UGL.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, il numero di iscritti ai sindacati, cioè il c.d. tasso di sindacalizzazione è dato dal “rapporto tra il numero di lavoratori dipendenti iscritti al sindacato e il totale degli occupati”. La peculiarità italiana è data dal fatto che non è ancora possibile definire con certezza il numero degli iscritti al sindacato, e che fra questi vengono inclusi anche i pensionati – che rappresentano, tra l’altro, una parte molto importante del totale.

Tale situazione si è venuta a creare in quanto il numero di iscritti nel settore pubblico e fra i pensionati è verificabile visto che, nel primo caso, dagli anni ‘90 esiste una legge che dà una definizione legale di “sindacato rappresentativo”, e viene certificato dall’ARAN che si occupa della raccolta delle deleghe sindacali; mentre nel secondo caso la certificazione degli iscritti viene svolta dall’INPS. Per il settore privato invece non si è mai proceduto per legge, in virtù del principio di autonomia delle parti sociali e della mancata attuazione dell’art. 39 della Costituzione, e solo nel gennaio 2014 si è arrivati alla stipulazione di un accordo sulla rappresentatività tra Confindustria, CGIL, CISL, UIL e UGL, a cui deve però ancora essere data attuazione e che sconta tutti i limiti di un atto stipulato tra associazioni private.

Infine, relativamente alla seconda peculiarità, cioè i pensionati (sempre secondo la Treccani), al 2010, la percentuale di quest’ultimi sul totale degli iscritti era pari al 52% per la CGIL, al 48,5% per la CISL e al 30% per la UIL. In buona sostanza, quindi, la metà degli iscritti dei due principali sindacati italiani è rappresentata da pensionati. Secondo i dati forniti dall’Eurobarometro, già nel 2003, l’età media dei lavoratori italiani iscritti al sindacato era la più alta d’Europa: il lavoratore mediano aveva 44 anni, quattro in più dell’allora media europea.

Questi dati ci aiutano a spiegare le difficoltà del sindacato nel rappresentare i lavoratori under 35 e, conseguentemente, gli atipici. Ad agosto 2013, infatti, secondo l’ISTAT, su un totale di 22,4 milioni di occupati, i lavoratori con contratto a tempo indeterminato erano il 53,6% (57% nel 2005), mentre la parte restante era rappresentata da lavoratori “parzialmente standard” e “atipici”. In particolare, a fine 2012 oltre un terzo degli occupati fra i 15 e i 29 anni aveva un contratto atipico, contro un valore medio del 12,3%.

Il tasso di sindacalizzazione in Italia ed in Europa, ieri e oggi

Il tasso di sindacalizzazione in Italia era del 25% nei primi anni ’60. Da tale periodo è aumentato costantemente fino a raggiungere il 50% nel 1975. Dai primi anni ’80 è iniziata una fase di ridimensionamento che ha toccato il 38,8% nel 1990, per poi proseguire verso un lento ma progressivo declino. Secondo un report della Commissione Europea, al 2010, il tasso di sindacalizzazione in Italia è pari a. 33,8%.

Pur essendovi importanti differenze nel tasso di sindacalizzazione a livello europeo, escludendo Paesi scandinavi, Belgio e Olanda il trend storico seguito dall’Italia è comune a quanto avvenuto nella maggior parte degli Stati UE: un progressivo aumento dal secondo dopoguerra, seguito da uno più forte a partire dagli anni ’60, per raggiungere un picco tra fine anni ’70 e primi anni ’80. Da allora si è registrato un costante calo degli iscritti: più intenso nella prima parte, fino agli anni novanta, meno nella seconda. In uno studio, Boeri e Checchi scrivono che “l’andamento a U rovesciata mostra come dopo il picco raggiunto nel 1978, la capacità del sindacato di raccogliere proseliti tra le fila dei lavoratori sia andata vieppiù riducendosi, collocandosi in anni recenti a livelli equivalenti a quelli del secondo dopoguerra”.

Sempre secondo la Commissione, nell’Europa a 27, il tasso di sindacalizzazione (figura 1) è declinato dal 27,8% del 2000 al 23,4% del 2008. Citando tale fonte, Sergio Romano sul Corriere scrive che, complessivamente, “si passa dall’ 8,6% della Francia al 76% della Svezia. Superano il 40% anche Finlandia, Danimarca, Cipro, Malta, Belgio e Lussemburgo; mentre al di sotto del 20% si trovano, insieme alla Francia, Lettonia, Ungheria, Portogallo, Estonia, Spagna, Lituania e Polonia. L’ Italia è in una posizione intermedia con il 33,8%. In tale fascia vi sono, con tassi superiori all’ Italia, Slovenia, Romania, Irlanda; e, con tassi inferiori al nostro Paese, Austria, Slovacchia, Regno Unito, Grecia, Olanda, Germania, Repubblica Ceca, Bulgaria. […] la tendenza generale è verso la diminuzione ed è particolarmente visibile negli ultimi dodici Paesi membri, vale a dire in quelli che hanno fatto parte del blocco sovietico sino alla fine della Guerra fredda”.

Figura 1: tasso di sindacalizzazione in Europa, 2000 - 2008. Fonte: J. Visser, ICTWSS database 3.0, 2010.
Figura 1: tasso di sindacalizzazione in Europa, 2000 – 2008.
Fonte: J. Visser, ICTWSS database 3.0, 2010.

A livello di Paesi OCSE, invece, possono essere divisi in Stati a sindacalizzazione: elevata, come Danimarca, Finlandia, Svezia e Norvegia; media, come Austria, Canada, Germania, Gran Bretagna, Italia, Olanda; bassa, come Stati Uniti, Spagna e Francia.

Sul generale e tendenziale calo del tasso di sindacalizzazione influiscono, da una parte, effetti aggregati come l’aumento del tasso di disoccupazione e, dall’altra, effetti di composizione dell’occupazione come aumento dei contratti parzialmente standard e atipici, aumento del tasso di scolarizzazione, aumento della componente femminile nella forza lavoro e terziarizzazione dell’economia. Come sottolineano Boeri e Checchi, se gli effetti aggregati sono in buona sostanza indipendenti dall’azione del sindacato, quelli di composizione rappresentano una sfida impegnativa nel saper dare risposte a questa componente della forza lavoro.

Infine, è interessante notare come ad un tasso di sindacalizzazione più elevato corrisponda generalmente anche un tasso di centralizzazione del sistema di contrattazione collettiva più elevato.

Il tasso di copertura sindacale

Il tasso di copertura sindacale misura “la quota di lavoratori che sono interessati da accordi collettivi stipulati tra organizzazioni datoriali e sindacali”, cioè il numero di lavoratori a cui vengono applicati salari e condizioni di lavoro definite da contratti collettivi di lavoro. A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, al declino del tasso di sindacalizzazione è corrisposta una tenuta o un aumento del tasso di copertura sindacale. Ciò è avvenuto principalmente per due ragioni: in virtù di normative che estendono erga omnes l’efficacia dei contratti collettivi, come in Francia in cui ad una sindacalizzazione del 7,6% corrispondeva una copertura del 90% (al 2008); in virtù di prassi che penalizzano il pagamento da parte delle imprese di un salario inferiore a quello stabilito dalla contrattazione collettiva, come in Italia in cui la giurisprudenza fa riferimento al minimo contrattuale lì definito per agganciarsi al concetto di equa retribuzione in caso di controversia (ma che comunque negli ultimi anni, con la diffusione di contratti atipici e parzialmente standard, si è reso facilmente aggirabile).

A livello europeo – come riportato nel già citato report della Commissione – il tasso di copertura sindacale (figura 2) è pari al 90% e più in Austria, Belgio, Slovenia, Svezia, Francia e Finlandia; è pari al 25% o meno nei Paesi baltici; è pari al 50% o meno in tutti i nuovi Paesi membri dell’est Europa (con l’eccezione di Slovenia e Romania). In Italia, al 2009, era pari all’80%. Complessivamente, nell’Europa a 27, due terzi dei lavoratori sono coperti da contratti collettivi.

Figura 2: tasso di copertura sindacale, confronto tra 1997/1999 e 2007/2009. Fonte: J. Visser, ICTWSS database 3.0, 2010.
Figura 2: tasso di copertura sindacale, confronto tra 1997/1999 e 2007/2009.
Fonte: J. Visser, ICTWSS database 3.0, 2010.

Con l’esclusione dei Paesi scandinavi, in Europa si è verificato il c.d. eccesso di copertura della contrattazione collettiva, che è dato dalla differenza tra la percentuale di lavoratori sindacalizzati e lavoratori coperti da contratti.

Gli iscritti al sindacato in Italia

Come abbiamo scritto nell’introduzione, il numero di iscritti nel settore privato non è verificabile perché si basa sulle autodichiarazioni fatte dagli stessi sindacati.

Relativamente ai dati presenti sui rispettivi siti internet, la CGIL a fine 2012 ha dichiarato 5.712.642 iscritti; la CISL, al 2013, “più di 4 milioni e mezzo di iscritti”; la UIL, a fine 2011, 2.196.442 iscritti. Infine, in base ad un’intervista al Secolo d’Italia di fine settembre 2012, Giovanni Centrella, ha dichiarato che l’UGL ha circa un “milione e novecentomila iscritti”. Sommando tali cifre – con tutte le dovute cautele -, il totale degli iscritti ai maggiori sindacati italiani dovrebbe essere pari a circa 14 milioni e 300 mila iscritti.

Il numero di iscritti pensionati gode di una maggiore certezza, dato che la trattenuta delle deleghe viene fatta dall’INPS, ed è pari a 2.996.123 per la CGIL; 2.201.864 per la CISL; “circa 700mila” per la UIL; 443.121 per l’UGL. In totale quindi i pensionati iscritti ai primi quattro sindacati italiani sono circa 6 milioni e 340 mila, pari al 44,33% del totale. Il totale delle sigle sindacali certificato dall’INPS al primo gennaio 2012 è pari però a 7.694.048 iscritti, questo significa che nel complesso le altre organizzazioni rappresenterebbero solo 1 milione e 354 mila iscritti.

Conteggiando solo i primi quattro sindacati, e sottraendo al totale degli iscritti i pensionati abbiamo gli iscritti attivi, cioè circa 7 milioni e 960 mila persone.

Sempre con tutte le dovute cautele, prendendo come media il numero totale dei lavoratori occupati a fine 2012 (pari a 22 milioni 723 mila) e gli iscritti attivi ai sindacati, così come risultante dalle autodichiarazioni dei quattro maggiori, e quindi escludendo tutti i restanti, il tasso di sindacalizzazione sarebbe pari al 35%.

Ma è evidente che già così la cifra è superiore al tasso di sindacalizzazione dichiarata dalla Commissione al 2010. Andiamo quindi a sottrarre i tesserati del pubblico impiego, che per la CGIL sono pari a 610.300 a fine 2012; per la CISL “più di 325.000”; per la UIL 339.551 a fine 2011; per l’UGL, invece, non è stato possibile trovare dati. Nel complesso, comunque, l’ARAN, nella sua rilevazione informatizzata della rappresentatività sindacale di novembre 2012, ha conteggiato 1,282 milioni di lavoratori sindacalizzati. Sottraendo agli attivi autocertificati i lavoratori del pubblico impiego, vi è quindi un importante margine di circa 6 milioni e 680 mila sul quale non è possibile certificare l’iscrizione.

Fatti questi conteggi – che, ripetiamo, tengono conto solo di quelli che dovrebbero essere i primi quattro sindacati italiani -, e confrontandoli con il tasso di sindacalizzazione del 33,8% – che invece tiene conto del complesso – è evidente che le cifre autocertificate sono in eccesso, in particolare quelle fornite dall’UGL. In base ad uno studio della Confsal – e quindi da prendere con le dovute cautele – vi sarebbero circa 3 milioni di “iscritti fantasma”, in quanto il tasso di sindacalizzazione secondo le autocertificazioni sarebbe irrealisticamente superiore al 50%.

Come accennato nell’introduzione, la procedura per misurare la rappresentatività dei sindacati è stata delineata con maggiore precisione nel recente “Testo Unico sulla rappresentanza” che dovrebbe risolvere l’annosa questione relativa al calcolo degli iscritti attivi nel settore privato. Riprendendo quanto già in essere nel settore pubblico, e delineando quanto già accordato in precedenti accordi, la misura e la certificazione della rappresentanza ai fini della contrattazione collettiva nazionale di categoria avviene attraverso una ponderazione tra il dato associativo (cioè le deleghe relative ai contributi sindacali conferite dai lavoratori) e il dato elettorale (cioè i voti espressi ottenuti in occasione delle elezioni delle rappresentanze sindacali unitarie). Sarà il datore di lavoro a conteggiare il numero delle deleghe sindacali dei propri lavoratori dipendenti iscritti ai sindacati che hanno stipulato gli accordi del 2011, 2013 e 2014 che disciplinano il tema della rappresentanza (ma vi è anche una clausola in base alla quale verranno certificati anche gli iscritti ai sindacati disponibili a firmare in seguito i sopracitati accordi). Il numero delle deleghe verrà poi rilevato dall’INPS e trasmesso al CNEL che effettuerà la ponderazione tra dato associativo e dato elettorale che servirà a verificare la rappresentatività delle diverse organizzazioni sindacali.

È opportuno sottolineare che comunque al Testo Unico deve ancora essere data attuazione in quanto, da una parte, deve essere stipulata una apposita convenzione con l’INPS e, dall’altra, vi sono forte divisioni internamente alla CGIL (con la FIOM) che dovrà rinnovare la propria segreteria nazionale nel 2014. Infine, il ddl costituzionale del Governo Renzi prevede l’abolizione del CNEL, ma è giusto dubitare sulla reale attuazione visti gli esiti passati. La strada quindi – come al solito, in Italia – è tutta in salita. In mancanza di una legge che regoli in via sussidiaria e recessiva la materia (come suggerito da Ichino nel ddl n. 993); o meglio, in mancanza di un atto che sia valido per la generalità dei lavoratori e non solo per le parti firmatarie e, conseguentemente, per i loro iscritti, rimarranno sempre aperte questioni e diatribe sul numero di iscritti al sindacato e, quindi, sulla rappresentatività di quest’ultimo, così come sull’efficacia e sull’esigibilità dei contratti collettivi.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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