Sindacati, Governo, lavoro e sciopero: il 5 mare o montagna?

12/11/2014 di Luca Andrea Palmieri

Le dinamiche e gli argomenti alla base del rapporto tra Sindacati e Governo sono molto più complesse di quanto il dibattito pubblico non riesca ad ammettere. Eppure la scelta del “super-ponte”, certamente strategica, non fa altro che oscurare ancora una volta la centralità della questione

Parlando di lavoro sarebbe possibile affrontare il problema di un mercato immobile e praticamente irriformabile. Una realtà aggravata dalla difficoltà ad accostarsi in modo costruttivo alla dimensione dei diritti, comprensibilmente considerata dai diretti interessati in maniera espansiva, ma posta al centro di problemi sempre maggiori per colpa di quella globalizzazione che tanto ha aggravato il significato della parola concorrenza.

E’ possibile continuare a lungo ad elencare cosa non va nel mercato del lavoro italiano, citando, ad esempio, l’immobilismo esistente settore pubblico. Un immobilismo prima di tutto contrattuale: dopo anni di sprechi di ogni genere – sul fronte delle assunzioni come delle iper-tutele – è chiuso quasi ovunque in un blocco totale del turn-over; Il discorso può anche spostarsi sulle imprese, e sul problema di incentivarle ad assumere senza avere timore che licenziare un esubero possa risultare una scelta più improbabile del fallimento; o, ancora, pensiamo alla parola magica tanto nota negli ultimi anni, “flessibilità”, condannata dalla lotta aprioristica e pessimistica, che non ne considera le possibilità nel timore che le aziende ne approfittino grazie ad una legislazione spesso mal fatta.

Ma esiste anche una dimensione sociale, quella capace di sorreggere l’anacronistica interpretazione della parola “impresa” in Italia, termine ancora messo in correlazione con un grande capo ricco e cattivo che, come il più classico dei Montgomery Burns, è aperto a qualsiasi malefatta e sfruttamento pur di vedere il proprio conto in banca crescere. In effetti, è facile parlare di imprese che hanno queste tendenze e che non aiutano certo a migliorare l’immagine della categoria: recente è il caso di “Foreste Molisane”, marchio di produzione di latte e derivati campano che sversava illegalmente nel fiume Volturno gli scarichi industriali, minacciando di licenziare i dipendenti nel caso avessero fatto trapelare quanto accadeva. Ma potremmo anche ricordare quanto questi casi siano una minoranza, e di quanto sia difficile fare impresa in questo paese per proprietari di aziende che già si trovano ad avere a che fare con livelli allucinanti di burocrazia, con una tassazione spropositata e una legislazione bizantina che rende più facile sbagliare in buona fede, che con vera intenzione di dolo. Un Paese, il nostro, che si contraddice da solo, dichiarandosi liberista ma di mentalità sempre per lo più statalista, e che, di conseguenza, viene colpito da tutti i problemi di quest’incongruenza.

Uno scorcio di piazza San Giovanni il 25 ottobre, durante la manifestazione indetta dalla CGIL contro il Jobs Act
Uno scorcio di piazza San Giovanni il 25 ottobre, durante la manifestazione indetta dalla CGIL contro il Jobs Act

A questo punto avremmo scritto un libro, e forse solo sfiorato la superficie di un problema molto più profondo e radicalizzato di quello presentato dai media ogni giorno. Italia, il lavoro e l’impresa, potremmo chiamarlo. Tre soggetti il cui rapporto non ha mai avuto una definizione fin dai primi giorni della Repubblica.

E questa definizione sembra continuare a latitare anche oggi, soprattutto considerando il rilievo politico della giornata, posto dall’annuncio di Susanna Camusso, leader della CGIL, dello sciopero generale per il 5 dicembre, per il quale si attende l’appoggio di CISL e UIL. Ora, la stampa dovrebbe parlare dello sciopero nel particolare, delle sigle che vi aderiranno, di quali siano i lavoratori più interessati e dei disagi che porteranno, ma ancora di più delle loro motivazioni, della loro situazione generale – al di là del giusto, ma che non aggiunge niente sul piano informativo, “fatichiamo ad arrivare a fine mese” – e del confronto tra le proposte del Governo e le soluzioni che la stessa CGIL vorrebbe.

Invece si parla in queste ore del 5 dicembre. Perché? Semplice, perché l’8 dicembre cade l’Immacolata Concezione, giorno di festa nazionale in Italia, che quest’anno cade di lunedì. E il 5 è venerdì. Risultato: chi aderirà allo sciopero avrà a suo disposizione un super-weekend lungo, che inizia il 4 sera e finisce l’8. A molti già sono tornate alla mente i modi di dire sugli scioperi, sempre di venerdì, del personale ATAC a Roma: come si dice, a pensar male si fa peccato, ma spesso si azzecca. E su Twitter, come testimoniato dall’Huffington Post, già molti sono di quest’idea.

Forse la CGIL così sicura non si sente. Piazza San Giovanni non può contenere tutto il milione di persone dichiarato a fine ottobre, ergo qualche dubbio sulle effettive cifre del flusso di presenti rimane, nell’assenza di dati davvero ufficiali. E comunque qualche anno fa, quando si manifestava contro Berlusconi, giravano cifre sui 3 milioni. In effetti, la scelta di uno “sciopero-ponte” potrebbe non essere un piacere a dirigenza e dipendenti vari.

La sensazione è che sia un modo per convincere più gente possibile a partecipare, grazie alla tentazione di quattro giorni di riposo consecutivi nel pieno della stagione autunnale. E forse il sindacato qualche timore lo ha, visto che un fallimento dello sciopero significherebbe non avere più mani da giocarsi col Governo contro il Jobs Act. Attualmente, Camusso & co. hanno bisogno di serrare le fila. Certo è che qualche domanda la CGIL dovrebbe porsela, sul loro seguito e sull’idea di Italia che si vuole per il futuro. E il dibattito – invito rivolto anche al Governo, che certo non è innocente – dovrebbe concentrarsi un po’ più sui temi prima citati. Lunghi e difficili, ma necessari. Ma ridurre tutto al “si” o al “no” oppure al “forse” che si perde nei rivoli di un milione di “ma”, di certo, non è utile al paese.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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