Silvio Pellico, un rivoluzionario divenuto conservatore

12/12/2013 di Silvia Mangano

Silvio Pellico

Mentre in Francia Mirabeau proclamava l’Assemblea Nazionale Costituente (17 giugno 1789), in Italia stava per nascere Silvio Pellico. Per metà piemontese e per metà savoiardo, lo scrittore studiò a Torino e a Lione per intraprendere la carriera commerciale. Stabilitosi a Milano nel 1809, entrò in contatto con Foscolo, Di Breme, Monti, Berchet e Visconti, intellettuali che formeranno di lì a poco il primo nucleo del romanticismo italiano.

Ardente patriota e pensatore entusiasta, si dedicò all’attività intellettuale insegnando francese fino al 1814, anno in cui dovette abbandonare la cattedra in seguito alla caduta di Napoleone. Nel 1816, venne assunto come precettore da Porro Lambertenghi, conte presso cui si riunivano i personaggi della cultura romantica che parteciparono al movimento risorgimentale. Due anni dopo, l’eredità del pensiero settecentesco unito ai valori romantico-liberali del nuovo secolo convinse la cerchia d’intellettuali riuniti attorno al conte a fondare il Conciliatore. Il giornale, di cui Pellico fu direttore, ebbe vita breve (1818-1819), ma influì nel panorama culturale grazie alla divulgazione dei principi del liberalismo europeo, «riformistico e antigiacobino», e contribuì al sorgere di altre testate.

Silvio PellicoSono questi gli anni in cui Pellico strinse amicizia con Madame de Stael, Friedrich Von Schlegel e Gian Domenico Romagnosi. Quest’ultimo, testimone giovanissimo della Rivoluzione Francese e del Terrore, fu per Pellico e la generazione d’intellettuali a lui coeva, l’ispiratore e il propugnatore delle idee risorgimentali, fondate sul pensiero settecentesco di un sistema costituzionale, che assegnava a una rappresentanza nazionale limitata ai ceti medio-alti l’onere di individuare la forma di governo più consona per garantire ai cittadini i diritti individuali di libertà e proprietà.

Ebbro dello spirito rivoluzionario, aderì nel ’20 alla setta segreta dei Federati (vicina alla Carboneria), ma nell’autunno dello stesso anno fu scoperto e arrestato con altri federati dalla polizia austriaca e condannato alla pena di morte. La pena fu commutata in reclusione forzata nel carcere Spielberg (Moravia), dove Pellico scontò ben dieci anni di prigionia. L’esperienza in prigione segnò duramente il pensatore italiano, esperienza che confluì nella famosa opera Le mie prigioni, pubblicata nel 1832. Il volume nacque per testimoniare la violenta crisi spirituale e il recupero della fede attraverso l’esperienza della sofferenza che aveva segnato gli ultimi anni dell’autore; ma lo spirito intellettuale europeo non era pronto ad accogliere l’opera se non in chiave politica, come atto d’accusa ufficiale nei confronti dell’Austria.

Deluso e amareggiato dalle idee che avevano ispirato la sua giovinezza, si ritirò a vita privata e dedicò il suo tempo alla stesura di opere letterarie, come la tragedia Tommaso Moro (1833), e di opere divulgative, tra cui Per l’opera della propagazione della fede: inni di Silvio Pellico (1841) e Morale e letteratura (1848).

Trascorse gli ultimi anni della sua vita a Torino come bibliotecario della famiglia Barolo, consacrandosi a una religiosità sempre più profonda e attiva. Divenne terziario francescano nel 1851 fino al 31 gennaio 1854, giorno della sua morte. Considerato un rivoluzionario dagli intransigenti cattolici e un traditore dal pensiero progressista dell’epoca, la figura di Silvio Pellico si staglia nella storia d’Italia come l’emblema del patriota alla ricerca di un’ideale nazionale in quegli anni non ancora del tutto formulato.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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