Sicurezza in Europa: tra Nato, UE e Russia

25/03/2015 di Eugenio Frisetti Carpani

Tra gli elementi che definiscono l’articolata questione della difesa e della sicurezza europea spicca il delicato rapporto tra la NATO, UE e RUSSIA.

Russia, Ue, Nato

Poco più di un mese fa, alla Conferenza Annuale sulla Sicurezza, alla quale parteciparono circa ottanta leader mondiali, diplomatici, tecnici ed esperti di relazioni internazionali, risuonò, come un canto di battaglia, la seguente affermazione: “l’ordine di sicurezza mondiale sta precipitando e l’Europa è uno dei maggiori punti critici di questo collasso”. Per troppi anni gli stati membri dell’Unione, così come tutte le realtà legate dal filo-occidentalismo, hanno dato la pace per scontata e permanente, ma ora è il potere delle armi, delle minacce e la forza bruta delle grandi nazioni che sta dettando l’agenda europea in materia di sicurezza e di difesa, sia interna che esterna.

In Primis, la Russia che ha da poco riscoperto il suo interesse nazionalistico tendente alla ricostituzione di una fascia di sicurezza e di influenza lungo i propri confini. Sin dal secondo conflitto iracheno (2003), la politica estera di Mosca si è fatta progressivamente più aggressiva, con una sempre più netta contrapposizione con la NATO, dopo una parentesi di distensione apparente.

Diversi i fattori che hanno determinato questa radicalizzazione. Sicuramente, un ruolo fondamentale ha giocato il perdurare degli alti prezzi del petrolio sul mercato internazionale, capace a lungo di garantire crescita economica a quello che era uscito dal crollo dell’URSS come un gigante dai piedi di argilla. Quindi l’espansione di NATO (2004) e UE (2004 e 2007), i difficili rapporti con l’amministrazione Bush e lo scoppio delle rivoluzioni colorate in Georgia (2003) e Ucraina (2004), hanno causato forti reazioni nazionalistiche nell’élite russa, ripresentando il tema “accerchiamento”, tradizionale nel pensiero strategico di Mosca. Il delinearsi di un incipiente multipolarismo, dovuto principalmente allo sviluppo economico cinese, ha rappresentato inoltre un input per l’élite russa a perseguire il tradizionale progetto di ridimensionamento del ruolo globale degli Stati Uniti. Anche da questi punti, qui sintetizzati in modo estremo, nascono le basi che hanno permesso, nel 2014, la creazione dell’Unione Euroasiatica. Dopo la Crimea, allora, vi è grande preoccupazione per le mire – malcelate – di Mosca, tese ad allargare la propria influenza su stati con grandi minoranze russofone, quali Estonia, Lettonia e Lituania.

Bruxelles appare interessata unicamente agli aspetti economico-finanziari di un’Europa traballante, e alla cosiddetta “Low Politics”. Al momento, tutti i suoi problemi, sembrano riassumersi nella questione Greca e, ben distante, nel flusso di immigrati dal sud. Una visione forse miope, ma che non ha impedito di emanare sanzioni verso Mosca, giusto per battere un colpo e far vedere (o far credere) di sapere agire anche in politica estera. Bisogna ricordare però che L’UE, all’inizio di questo secolo, ha compito dei progressi straordinari in materia di sicurezza, pensiamo alla PESC (Politica Estera di Sicurezza Comune) e alla PESD (Politica Europea di Sicurezza e Difesa).

Poi, appunto, si è fermata. Perché tornata prepotentemente a puntare su di una concezione arcaica, in base alla quale domina il concetto di sovranità nazionale. I risultati, tra Libia e Ucraina, si sono visti. Ma nonostante questo, d’integrazione in politica estera, oggi, se ne parla molto poco. Jean-Claude Juncker, settimana scorsa, ha provato a riportare il tema in primo piano, invitando gli stati membri a considerare la possibilità di formare un esercito comune per rafforzare le difese militari comunitarie. La presenza di un esercito europeo potrebbe, difatti, consentire all’Unione Europea di avere maggiore autorevolezza politica in ambito internazionale, e di iniziare, finalmente, una vera integrazione per quanto concerne la difesa e l’azione verso l’esterno.

La questione è delicata, e porterebbe anche ad un netto cambiamento di equilibri con la NATO. Questa presenta dei limiti evidenti, che in parte rappresentano già oggi un problema per lo sviluppo di un’azione comune – pensiamo ai paesi dell’Est Europa non ancora membri – e che porterebbero, un domani, ad un netto divincolarsi dell’Europa dall’Alleanza: la sovrapposizione che verrebbe a crearsi, in un’Europa integrata dal punto di vista della difesa e della politica estera è evidente, e ridimensionerebbe di molto il peso della NATO sul continente.

L’Alleanza Atlantica continua, per certi versi, a mantenere un comportamento ambiguo. Da una parte mantiene un atteggiamento estremamente prudente e a volte quasi attendista, ma sembra dare segnali di fatica a portare avanti l’obbiettivo per il quale è stata creata. In più, porta ancora rancore all’UE per aver concesso a Cipro di integrarsi nonostante la questione con la Turchia non fosse ancora risolta. Oltre a questo, problemi di carattere organizzativo si manifestano nelle operazioni di peacekeeping e di peacebuilding. L’UE, in un certo senso, si è sempre dimostrata titubante nell’interferire con le politiche interne di stati extraeuropei. Ciò, non deriva solo dal fatto che gli stati membri riconoscono come valore fondamentali l’autonomia del popolo e l’autodeterminazione più di quanto la Nato abbia fatto negli ultimi anni, ma soprattutto da un naturale conflitto di incarichi ed interessi, soprattutto quando opposti si trovano quelli economici e quelli politici.

Una domanda, a questo punto, sorge spontaneamente: come stabilizzare e riavvicinare queste tre grandi realtà internazionali? Di certo, sistemare i rapporti bilaterali tra Russia e Unione Europea richiede tempo. L’accordo raggiunto a Minsk potrebbe essere inteso come un passo verso la risoluzione, anche se questa continua a nascondersi oltre l’orizzonte. Viene da chiedersi se, infatti, la tregua conciliata possa durare ancora a lungo. Di certo, fin quando non si troverà una soluzione definitiva, oggi ancora distante, il rischio di un rapido deterioramento della situazione è dietro l’angolo.

Rimangono, poi, senza via d’uscita, innumerevoli questioni, quali quella energetica, l’interesse russo per gli stati baltici e, soprattutto, la minaccia di un’alleanza militare euroasiatica. Per quanto riguarda il rapporto NATO-Russia, aprioristicamente, possiamo dire che le rispettive strategie degli ultimi anni di Kremlino e della Casa Bianca, così come della Nato, non lasciano sperare in un calo di tensione a breve termine. Tra Washington e Mosca, la rivalità, politica e militare, sembrerebbe tendere all’infinito

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Eugenio Frisetti Carpani

Nasce a Roma nell’Ottobre del 1993. Si arruola nella marina militare italiana all’età di 16 anni frequentando il liceo classico alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. Si iscrive, poi, al corso di laurea triennale in Politics, Philosophy and Economics alla LUISS Gudo Carli. Da sempre interessato agli organismi sovranazionali, alle istituzioni comunitarie e, in particolare, ai rapporti di sicurezza fra NATO e Unione Europea.
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