Sichelgaita di Salerno, l’unione di due mondi

14/02/2015 di Davide Del Gusto

In un’epoca di transizione, la principessa longobarda Sichelgaita si stagliò come un baluardo dell’ultima stagione longobarda in Italia, tra congiure di palazzo, guerre, matrimoni politici e sottile arte diplomatica.

Con l’inizio della dominazione carolingia in Italia, il Meridione seguì una sorte alternativa a quella delle aree centrosettentrionali della Penisola. Dal IX secolo, infatti, più che altrove si svilupparono dei piccoli potentati locali, autonomi o rientranti nell’orbita di dominazioni straniere: l’ex Ducato di Benevento divenne un Principato, mentre la dominazione araba e bizantina iniziò a tramontare verso l’Anno Mille. Tra tutti, spiccava comunque il Principato di Salerno, costituitosi nell’851 per scissione dalla Langobardia Minor beneventana: da quel momento, strappata la costa tirrenica alla rivale sannita, la città costiera ebbe modo di dominare su gran parte dei territori dell’Italia meridionale, accrescendo la sua potenza e raggiungendo il massimo del suo splendore nell’XI secolo.

Tanta fu la ricchezza salernitana che alcuni cronisti dell’epoca espressero giudizi entusiastici: Amato di Montecassino non rinunciò infatti ad associarla alla Terra Promessa; OPULENTA SALERNUM era invece la dicitura presente sulle monete fatte coniare a metà dell’XI secolo dal Principe Guaimario IV. La fortuna del Principato risiedeva nell’acceso dinamismo dei suoi abitanti: il commercio marittimo con l’Oriente bizantino e con la Sicilia araba permetteva un livello di vita effettivamente elevato e gli esponenti dell’ultima aristocrazia longobarda non esitavano a ostentare la propria ricchezza e raffinatezza. A ciò si univa uno spiccato interesse per le scienze: già dal X secolo a Salerno era presente uno studium specializzato, la Scuola Medica Salernitana, uno dei primi nuclei di istruzione superiore della Cristianità, in cui venivano condotti studi sui testi di Ippocrate, Galeno e dei contemporanei. La garanzia per la sopravvivenza di questo paradiso era assicurata dalla guida di Guaimario che, grazie alle sue ottime capacità diplomatiche, era riuscito a controllare le bande armate normanne che da alcuni decenni si erano installate nel Mezzogiorno, arrivando ad ottenere la fiducia e il servizio di alcuni cavalieri dei Drengot e degli Hauteville: grazie ad essi, Guaimario riuscì a impadronirsi del Principato di Capua, di Amalfi, Gaeta, Sorrento e di buona parte della Puglia bizantina, ottenendo così il titolo di Duca delle Puglie e delle Calabrie.

Roberto il Guiscardo
Roberto il Guiscardo nominato Duca di Puglia e di Calabria da Niccolò II;

Nel 1036 nacque Sichelgaita, terzogenita del Principe. La ragazza ebbe la fortuna di crescere in un ambiente idilliaco, godendo di un’educazione completa: passò infatti la giovinezza presso il monastero palatino di San Giorgio, studiando i classici latini e greci, la Bibbia e avvicinandosi alla medicina, sotto la guida di Trotula de Ruggero, celebre medico salernitano. Nel 1052, però, quando la giovane non aveva che sedici anni, Guaimario cadde vittima di una congiura di palazzo pilotata dai suoi cognati ed eseguita da un manipolo di Amalfitani, desiderosi di tornare all’indipendenza. I suoi figli vennero catturati e segregati, fin quando suo fratello Guido, alla testa di alcuni Normanni, non eliminò i traditori, liberando i prigionieri e innalzando il nipote, Gisulfo II, a nuovo sovrano di Salerno.

Sebbene tutto fosse tornato alla normalità, sulla corte longobarda iniziò a premere l’esuberante personalità del condottiero normanno Roberto d’Altavilla, detto il Guiscardo. Costui, tra il 1053 e il 1057, aveva conquistato la Puglia e buona parte della Calabria e in quattro anni era divenuto l’uomo più potente del Sud, ma alla sua corona mancava ancora Salerno, la gemma più preziosa. Quando Gisulfo chiese al Guiscardo di frenare le scorribande di suo fratello Guglielmo Braccio di Ferro, egli pretese in cambio le nozze con Sichelgaita. Nonostante l’iniziale risentimento, il Principe cedette alla richiesta, probabilmente per intercessione della sorella: Salerno non poteva fare a meno di avvicinarsi ai Normanni, ormai i veri signori del Mezzogiorno.

Sichelgaita sposò Roberto a Melfi nel 1059, dopo che egli aveva ripudiato la prima moglie, Alberada, madre di suo figlio Boemondo. La donna capì il potenziale del matrimonio politico: i figli avuti dalla loro unione sarebbero stati un trait d’union tra l’ultimo scampolo longobardo e la novità normanna. Tra l’altro, la sua ottima educazione, certamente migliore rispetto a quella del marito, le permise di prendere spesso delle decisioni in modo del tutto autonomo, consigliata da suo cugino, l’abate di Montecassino Desiderio, e dal dotto arcivescovo salernitano Alfano I. Nel frattempo, a Roma, Niccolò II stava mettendo in moto una lunga stagione di riforme volte alla sacrosanta tutela della libertas Ecclesiae contro le ingerenze del potere secolare. Nell’assise di Melfi del 1059, alla presenza di Desiderio, di Roberto e di Sichelgaita, il Papa rese pubblica la sua politica di lotta al nicolaismo e alla simonia; al contempo il Guiscardo, giurata fedeltà al Pontefice e sanata la frattura con la Chiesa, fu investito del titolo di Duca di Puglia e di Calabria e gli venne affidata la riconquista della Sicilia araba alla Cristianità latina.

Subito dopo questo grande successo diplomatico, il principale interesse di Sichelgaita fu quello di privilegiare il figlio avuto da Roberto, Ruggero Borsa, rispetto al primogenito Boemondo, assicurandone la successione al potere: poiché Gisulfo non aveva eredi, Salerno sarebbe passata al nipote, Longobardo per metà. Ciononostante, nel 1076, beffandosi della scomunica da parte di Gregorio VII, il Guiscardo puntò alla conquista di Salerno, ormai realmente isolata. Gisulfo, inamovibile alle richieste del cognato, fece di tutto per difendere la città, nonostante le soluzioni alternative propostegli dalla sorella. Assediata dai Normanni, nel 1077 Salerno capitolò. Fu solo grazie a Sichelgaita che l’ultimo Principe longobardo poté evitare la prigionia cui era destinato: ella riuscì a ottenere che il fratello godesse di una rendita e riparasse a Capua e poi dal Papa. Con l’accordo di Ceprano del 1080, infine, il Guiscardo ottenne la revoca della scomunica, grazie anche alla costruzione di una nuova cattedrale voluta da Alfano I e da Sichelgaita, sempre più influente nelle scelte del marito, che l’aveva omaggiata del nuovo palazzo di Castel Terracena.

Nel 1078 il fronte si aprì a Oriente: Olimpiade, figlia del Guiscardo e di Sichelgaita, già promessa sposa dell’erede al trono bizantino, venne rinchiusa in un monastero dopo la presa del potere da parte di Alessio I Comneno. Non potendo accettare tale affronto, Sichelgaita convinse il marito e Boemondo a dichiarare guerra a Costantinopoli. Armata la flotta, i Normanni presero rapidamente Corfù e sbarcarono in Albania. Qui la Duchessa, secondo l’Alessiade di Anna Comnena, «come un’altra Pallade, se non una seconda Atena», in sella al suo cavallo avrebbe guidato un assalto all’esercito bizantino, motivando le truppe e riuscendo a prendere Durazzo nel 1081. La marcia trionfale dei Normanni nei Balcani fu però interrotta nel 1082 da un accorato appello di Gregorio VII: nel pieno della sua lotta al potere imperiale di Enrico IV, il Papa si ritrovava assediato a Roma. Il Guiscardo, in virtù dei suoi obblighi vassallatici nei confronti della Santa Sede, fu costretto ad abbandonare il fronte bizantino e a tornare in Italia con la moglie, lasciando a Boemondo il comando delle truppe in Oriente.

Papa Gregorio VII
Papa Gregorio VII

Arrivato a Roma, egli trovò Gregorio chiuso in Castel Sant’Angelo, mentre Enrico IV dopo aver eletto un antipapa, Clemente III, si ritirava a Nord. I Normanni decisero così di invadere la città che, nel 1084, venne brutalmente saccheggiata. Il Papa venne liberato ma, ormai disprezzato dai Romani, fu costretto a seguire il Guiscardo a Salerno: qui fu accolto con grandi onori e la Duchessa non esitò a fargli consacrare la nuova cattedrale. Poco dopo, assieme al marito, ella salpò nuovamente per l’Oriente per riprendere la guerra al fianco di Boemondo.

Il 1085 fu un annus horribilis per Sichelgaita. Colto dalla peste, il Guiscardo morì a Cefalonia il 17 luglio e l’esercito dovette tornare indietro per dargli onorata sepoltura a Venosa; poco prima era passato a miglior vita Gregorio VII e, nell’autunno, sarebbe scomparso anche il suo amico e confessore Alfano. Nonostante la sua disperazione, ella si ritrovò sola a governare su tutto il Meridione. Non esitò quindi ad associare al trono suo figlio Ruggero, anteponendolo finalmente a Boemondo; questa scelta fu ottima: i Longobardi rimasti apprezzarono la continuità dinastica e non si ebbero scontri sanguinosi con i Normanni. Gli ultimi anni di Sichelgaita furono interamente dedicati alla preghiera e alle donazioni alla chiesa salernitana e a Montecassino: proprio nell’antica abbazia benedettina, come confessato a sua sorella Gaitelgrima, la Duchessa desiderò essere sepolta, una volta sopraggiunta la morte nel 1090. Con lei calava silenziosamente il sipario sul potere longobardo in Italia.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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