Siamo forse alla fine della storia?

11/09/2015 di Nicolò Di Girolamo

Il nostro protagonista di oggi è un certo Francis Fukuyama, nato a Chicago nel 1952. In realtà costui non è uno scrittore qualunque e meriterebbe maggiore fama e considerazione oltreoceano

Fukuyama

Il nostro protagonista di oggi è un certo Francis Fukuyama, nato a Chicago nel 1952. In realtà costui non è uno scrittore qualunque e meriterebbe maggiore fama e considerazione oltreoceano, ma tant’è. Fukuyama vanta una laurea in scienze politiche ad Harvard e una cattedra alla Johns Hopkins University in aggiunta a diverse e notevoli pubblicazioni. Quello che ci attira di questo personaggio è il fulcro della propria ricerca che il professore ci dice aver dedicato al ‘ruolo del capitale sociale nell’economia moderna e sulle conseguenze del progresso’.

Non è fantastico? In mezzo a svariate decine di migliaia di pubblicazioni che argomentano di massimi sistemi, entità astratte e fittizie, economie tecnologie e giurisprudenze, quest’uomo, decano di Facoltà, si interroga su quale sia il posto dell’essere umano in questo vertiginoso vorticare di magnifico progresso. Per quanto insigne scienziato, deve avere un animo da poeta. In ogni caso la questione davvero sorprendente è che Fukuyama – con il libro che oggi prendiamo in esame, La Fine Della Storia E L’Ultimo Uomo – ci rende evidente quanto questa domanda sia insoluta, né venga posta frequentemente quanto ci si potrebbe aspettare.

Eppure dovrebbe essere la domanda che sostiene l’intera coscienza civile e politica di ogni singolo individuo. Il modello liberale che si sta affermando globalmente come unico possibile sistema politico (idealmente perlomeno) ci sta portando alla fine della Storia? È ovvero il punto di arrivo di un lungo percorso sociale evolutivo o una semplice ansa nel suo tortuoso flusso?Bisogna interrogarsi sul fatto che l’uomo che andiamo immaginando oggigiorno possa essere davvero l’ultimo uomo o piuttosto sia destinato ad essere un semplice prototipo modellato per sopravvivere ai propri tempi e alle loro circostanze, una mera fase di passaggio.

In un certo senso l’interrogativo è antico come la storia stessa. I Greci immaginavano uno scorrere del tempo circolare e solo la cristianità ha portato in Occidente una concezione vettoriale per motivi strettamente religiosi. Ora è giunto il momento di chiedersi quale possa essere oggi la nostra concezione del tempo e del progresso; Fukuyama pone la domanda con una immaginazione e un’ampiezza di riflessione davvero stupefacenti, facendoci riconoscere la vastità dei confini dell’argomento e tutti i settori dell’esistenza su cui esso ha un’influenza.

Egli parte dalle esperienze umani più comuni per provare ad indovinare come sarà il mondo domani, difatti questo è l’incipit del saggio:

Si può affermare con sicurezza che il secolo XX ci ha reso tutti profondamente pessimisti riguardo alla storia. È chiaro che individualmente si può benissimo essere ottimisti valutando le prospettive per la nostra salute e per la nostra felicità. (…) Ma quando ci poniamo interrogativi più vasti, come ad esempio se c’è stato o ci sarà un progresso nella storia, la risposta è decisamente diversa.’

Come non riconoscersi in queste parole? In realtà Fukuyama è piuttosto ottimista ma la sua analisi non perde lucidità per questo. Inoltre il discorso è ben strutturato e di piacevole lettura e garantisce un arricchimento su ogni piano. Sicuramente un’ottima lettura nel tentativo di comprendere quale sia il proprio posto a sedere alla corsa degli eventi.

‘Un filosofo sobrio e rispettabile come Immanuel Kant poteva ancora credere con tutta sincerità che la guerra servisse i fini della Provvidenza. Ma dopo Hiroshima si è capito che ogni guerra è, nel migliore dei casi, un male inevitabile. Un teologo ed un santo come Tommaso D’Aquino potè affermare in tutta sincerità che i tiranni rientravano nei disegni della Provvidenza in quanto senza di essi non avremmo potuto avere dei martiri. Ma dopo Auschwitz chiunque usasse simili argomenti sarebbe considerato blasfemo. Ebbene, dopo avvenimenti tanto tremendi, verificatisi nel cuore stesso dell’illuminato e tecnologico mondo moderno, è ancora possibile credere in un necessario Dio Progresso più di quanto non lo sia credere in un Dio che manifesta la sua Potenza nella forma di un’onnisciente Provvidenza?’

Emile Fackenheim, La presenza di Dio nella Storia

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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