Shinzo Abe e la politica estera giapponese

24/03/2014 di Iris De Stefano

La matrice maggiormente nazionalista del Primo Ministro giapponese ha complicato i rapporti con la Cina, ma sullo sfondo rimangono sempre le relazioni con gli Stati Uniti

Abenomics

Una delle alleanze più forti – e potenzialmente più pericolose – dell’Estremo Oriente è quella tra Stati Uniti e Giappone. Il legame tra i due Stati rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio in una regione dal futuro strategico incerto.

Le condizioni iniziali – Nel 1990 la storica alleanza tra Stati Uniti e Giappone era più tesa rispetto a quanto fosse alla fine della Seconda Guerra mondiale, a causa del timore del governo di Tokyo di una sua marginalizzazione rispetto alle relazioni con la Cina. Questi timori sembrano esser oggi fugati. La percezione di inadeguatezza logistica in seguito alle crisi nucleari nordcoreane, insieme ai provvedimenti contro il terrorismo sull’assistenza umanitaria successivi all’11 settembre che hanno portato forze di polizia giapponesi in Afghanistan (2001-2010) ed Iraq (2004-2006) hanno rilanciato e rafforzato l’alleanza.

Shinzo Abe, primo ministro del Giappone.
Shinzo Abe, primo ministro del Giappone.

Shinzo Abe – Se l’alleanza tra i due partner era sempre stata contrattata dal Partito Liberal-democratico, ininterrottamente al governo dal 1955 al 2009, la breve parentesi al governo del Partito Democratico, durata appena tre anni, sembra aver innescato la miccia di un sentimento nazionalista che si esprime anche con il nuovo Primo Ministro, il liberal-democratico Shinzō Abe, conosciuto per delle azioni che hanno comportato un brusco raffreddamento nelle relazioni tra Giappone e Cina. Il nuovo Primo Ministro (della cui politica economica avevamo parlato già nel luglio scorso, qui) gode di una maggioranza di 328 seggi su 480 alla Camera Bassa e insieme al suo partito è stato in grado di aumentare lo stock di mercato e generare ottimismo sulla situazione economica giapponese, a differenza dei suoi tre predecessori democratici.

La politica estera giapponese – L’aggressiva politica estera di Abe sembra accettabile, o anche addirittura desiderabile, dall’elettorato giapponese che solo tre anni fa ha accolto di buon grado le dimissioni del Primo Ministro Yukio Hatoyama. Quest’ultimo aveva promesso la rimozione di una delle basi americane ad Okinawa in campagna elettorale, ma nelle negoziazioni bilaterali era riuscito solo ad ottenere lo spostamento della stessa in un’altra località meno popolata. Sebbene Abe continui a dichiarare che la priorità fondamentale per il suo mandato sia il rafforzamento economico giapponese, numerosi commentatori ritengono che nei piani vi sia anche un ampliamento delle forze militari. Una tale politica sarebbe legata ad una modifica costituzionale dell’articolo IX che permetterebbe la strutturazione di una politica militare a più ampio raggio inclusiva dei partner regionali, come dimostrato dal fatto che nel giro di un anno Abe abbia visitato tutti i membri dell’Associazione per le Nazioni del Sud Est asiatico (ASEAN) e nel Dicembre scorso è stato tenuto a Tokyo un summit ASEAN-Giappone.

Il neonazionalismo – Secondo l’agenzia di stampa britannica Reuters, a gennnaio 2014 le percentuale di gradimento del premier si attestano al 60%, nonostante alcune critiche per la visita al tempio Yasukuni di Tokyo. Nel tempio si onora la memoria di 14 tra i criminali di guerra che idearono i piani giapponesi per la seconda guerra mondiale più quelli di altri 2,5 milioni di caduti in nome dell’imperatore. L’atto, espressione piena del nuovo nazionalismo nipponico, ha suscitato moltissime reazioni: se per il governo cinese sarebbe un atto di aggressione e i criminali ricordati nel santuario sarebbero “i nazisti d’Asia”, i sudcoreani esprimono “lamento e rabbia”, mentre perfino rappresentati di Singapore avrebbero avanzato proteste per un atto tanto nazionalista.

Gli Stati Uniti – Le difficili relazioni tra Cina e Giappone rappresentano un serio problema per l’amministrazione Obama. Il governo di Pechino ha infatti definito “non benvenuto” il Primo Ministro Abe e i media di entrambi i paesi speculano sulla possibilità di una escalation militare nella zona. L’ipotesi sembra, comunque, remota dati i legami economici che vincolano i due stati: la Cina dal 2007 è infatti il primo partner commerciale giapponese e il tasso di dipendenza che nel 1999 era al 9,1% nel 2009 si attestava al 20,5%. La politica di Obama del “pivot to Asia”, ideata per allontanarsi dalle tenaglie delle questioni mediorientali per focalizzarsi sulle relazioni economiche asiatiche, rischia di amplificare questioni regionali irrisolte. Abe gode della sicurezza del Trattato di Mutua Cooperazione e Sicurezza del 1960 – che lega il governo americano a quello nipponico -, del consenso dell’opinione pubblica e, benché non si possa prevedere una degenerazione grave, sul breve periodo, dei rapporti tra Giappone e Cina e Giappone e Stati Uniti. In questi termini, l’atteggiamento di Abe sembra giocato sul quello che in scienza politica ed economia viene definito come “azzardo morale” (moral hazard). Un tale approccio, se in un breve periodo può comportare buoni risultati, alla lunga rischia di danneggiare il Giappone e quindi la stabilità di tutto il Pacifico.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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