Shale gas e Stati Uniti, è veramente il futuro?

06/04/2014 di Iris De Stefano

Shale gas e indipendenza energetica

Shale gas e Stati Uniti – In un periodo in cui buona parte degli investimenti statali sono diretti ad incentivare l’occupazione, cambiamenti importanti nel mondo dell’energia, se sfruttati a dovere, posso diventare un traino per l’intera economia. Negli Stati Uniti ad esempio, il Presidente Barack Obama, si è trovato a poter gestire un capitale energetico prima solo ipotizzato che però, per alcuni, poco si sposa con i suoi programmi di incentivo alla green economy, vero e proprio cavallo di battaglia della prima campagna elettorale del Presidente.

Shale Gas, indipendenza energetica e Stati UnitiUna rivoluzione energetica? – Grazie alla scoperta di imponenti giacimenti di gas da argille (shale gas) sotto gli Appalachi, si fa infatti sempre più concreta l’ipotesi di arrivare, entro il 2030/2035, alla totale indipendenza energetica. Complici di quella che è stata definita la “rivoluzione energetica americana” sono le riserve che si estenderebbero infatti in un area di 246mila chilometri quadrati, per stime che parlano di un quantitativo compreso tra i 1.400 e i 14.000 trilioni di litri cubi di gas, da estrarre con la procedura del fracking, ovvero grossi getti di acqua e sabbia iniettati nel sottosuolo con una forza tale da rompere le rocce per farne uscire il gas.

Il fracking – Il primo pozzo di questo tipo è stato scavato nel 2004 e dato il successo le procedure si sono moltiplicate, arrivando a 20 nel 2007, 200 nel 2008, 790 nel 2009, 1700 nel 2010 ed infine, 45.500 nel 2012. Nel 2013 lo shale gas rappresentava così il 25% dell’offerta di gas naturale negli Stati Uniti, con previsioni del 50% per il 2030. La stessa tecnica si applica all’estrazione petrolifera (tight oil) così la produzione di greggio è parallelamente balzata a 7,4 milioni di barili al giorno e la produzione sembra destinata ad aumentare, arrivando a 11,6 milioni entro il 2020.

La dimensione strategica – Questi dati, uniti agli investimenti e alle politiche a favore dello sviluppo delle energie rinnovabili che sono stati uno dei cavalli di battaglia per entrambe le campagne elettorali del Presidente Obama, contribuiscono a spiegare la parziale diminuzione dell’importanza strategica del Medio Oriente e il ri-bilanciamento della posizione americana nel Pacifico, anche detto “Pivot to Asia” di cui più volte abbiamo parlato nei mesi scorsi (ad esempio qui).

Ma è tutto oro? – Non mancano, però, critiche e polemiche. Già nei primi mesi dopo il boom, qualcuno parlava di un fenomeno sovrastimato  o, comunque, insufficiente a garantire quanto promesso dallo stesso Obama. Diversi sono gli studi – anche altamente specializzati e redatti da associazioni come l’Energy Policy Forum [1] – che sostengono quanto, appunto, vi sia stata una sovrastima – anche per motivi speculatori legati a Wall Street – addirittura del 400%, tanto che, i due giacimenti principali sino ad ora aperti allo sfruttamento, basterebbero a garantire l’indipendenza di Washington per appena dieci mesi. I giacimenti medi sarebbero poco produttivi, ed il costo per lo sfruttamento sempre più alto, anche perché – per mantenere una produzione elevata – si è costretti ogni anno ad investire nell’apertura costante di nuovi pozzi, anche più difficili da trivellare.

Le questioni ambientali – Quella che per gli USA dovrebbe esserela rivoluzione energetica, inoltre, non è a costo zero neanche quando si parla di ambiente. Gli attivisti sono già intervenuti e promettono una battaglia serrata per quello che ritengono sia l’ennesimo tentativo di mettere profitti economici prima degli interessi dei cittadini americani, considerando che frequenti e preoccupanti sono ad esempio le notizie di inquinamento delle falde acquifere prospicienti l’area di scavo o gli smottamenti nel terreno: tanto che gli studi pubblicati da “Earth and planetary science letters” e “US Geological Survey 2012” affermano una stretta relazione tra lo sfruttamento dei giacimenti di shale gas e un aumento dell’attività sismica. Non sarebbe ancora chiaro, però, se la causa è da imputarsi ai liquidi immessi o alla stessa estrazione.  La strada per l’indipendenza energetica sembra così più accidentata.

[1] Shale and Wall Street: was the decline in natural gas prices orchstrated? –  http://www.fraw.org.uk/files/extreme/rogers_2013.pdf

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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