Al-Shabaab, alcune coordinate

28/06/2014 di Matteo Anastasi

A meno di un anno dall’attacco al Westgate Mall di Nairobi, le milizie di al-Shabaab tornano a tingere il Kenya di sangue. Chi sono i mujaheddin somali guidati da Moktar Ali Zubeyr Godane? Quali sono le loro origini? Quali i loro obiettivi?

Lo scorso 15 giugno al-Shabaab è tornato a colpire. Ancora una volta in Kenya, dove già nel settembre 2013 aveva provocato la morte di sessantasette persone durante il tristemente noto assalto allo shopping center di Nairobi. Stavolta sono circa cinquanta le vittime del raid condotto contro due alberghi sulla cittadina costiera di Mpeketoni, nei pressi dell’isola turistica di Lamu. L’attentato è stato rivendicato dai mujaheddin somali in risposta alla «brutale oppressione dei musulmani in Kenya».

L’escalation di azioni terroristiche mosse da al-Shabaab obbliga a interrogarsi su origini e obiettivi del gruppo. Partiamo dalla denominazione. Quello di al-Shabaab, in arabo «la gioventù», è un termine che ben lascia intendere a chi si rivolge questo gruppo, legato ad al-Qāʿida e da oramai otto anni in lotta contro il fragile governo somalo. Il nucleo delle sue feroci milizie è infatti composto perlopiù da adolescenti sottratti giovanissimi alle famiglie e addestrati al jihād, la guerra santa islamica. Attualmente i combattenti sarebbero circa novemila, non solo somali, ma anche pakistani, afghani, nordamericani e britannici. Il leader riconosciuto è Moktar Ali Zubeyr Godane, noto col nome di battaglia di Mokhtar Abu Zubeir.

La parabola di al Shabaab inizia nella rovente estate del 2006 quando un fronte composto da contingenti eterogenei, l’Unione delle Corti Islamiche, riesce a porre la parola fine sul dominio dei signori della guerra in Somalia, grazie anche all’appoggio interno della popolazione di Mogadiscio ed esterno di Libia e Arabia Saudita. L’avvento delle Corti comporta una duplice conseguenza: da una parte la riorganizzazione di infrastrutture e società civile – tramite, anzitutto, la riapertura di aeroporti e mercati alimentari – dall’altra parte la rigida applicazione della shari’a, con pubbliche lapidazioni di donne adultere e fustigazioni di piazza. La rapida ascesa delle Corti è interrotta nel dicembre 2006, quando l’esercito etiope – guidato dalla regia statunitense – interviene per salvare il debolissimo governo di transizione e impedire agli islamici di appropriarsi dell’intera Somalia.

È in questo frangente che al-Shabaab inizia a emergere fra le diverse formazioni delle Corti come la componente più giovane, radicale e strutturata. La dissoluzione delle Corti consente a «la gioventù» di condurre una guerriglia strisciante che nel gennaio del 2009 costringe l’Etiopia a ritirare i propri contingenti dal Paese: al-Shabaab consolida la sua presenza, assumendo il controllo di vaste zone della Somalia centro-meridionale. L’internazionalizzazione giunge nel giugno 2010 quando a Kampala, capitale dell’Uganda, i kamikaze di al-Shabaab si fanno esplodere in due locali pubblici dell’Ethiopian Village, nel distretto di Kabalagala, uccidendo settantaquattro civili mentre assistono a una partita del Mondiale di calcio in Sudafrica. Le motivazioni dell’attacco all’Uganda sono presto spiegate: Kampala, assieme al Burundi, costituisce col suo esercito l’ossatura dell’African Union Mission in Somalia (AMISOM), missione dell’Unione Africana, approvata dall’Onu nel 2007, volta a garantire pace e sicurezza in Somalia.

Ma il grande obiettivo dei mujaheddin è, tutt’oggi, il Kenya, reo di aver scatenato un’offensiva contro al-Shabaab nella sua roccaforte, vale a dire le regioni meridionali della Somalia. Nairobi ha inizialmente tentato la via della negoziazione per poi mutare strategia e lanciare l’operazione Linda Nchi – in lingua swahili «protezione della nazione» – che ha previsto tra l’ottobre 2011 e il giugno 2012 un’azione congiunta di forze keniote, esercito nazionale somalo e contingenti etiopi, con l’appoggio esterno di Stati Uniti e Francia. La conquista, da parte delle forze alleate, delle città di Belet Uen, Afgoi ed El Bur non ha frenato l’impeto di al-Shabaab, che nel frattempo, nel febbraio 2012, è entrato ufficialmente a far parte del network qaedista, manovra che ha creato non poche frizioni all’interno dell’organizzazione, non unanimemente convinta della fusione col movimento fondato da Osāma bin Lāden e oggi guidato da Ayman al-Ẓawāhirī.

L’attacco al Westgate Mall del settembre 2013 ha rappresentato la prima importante operazione dopo l’allineamento con al-Qāʿida. Da allora, gli assalti in nome del jihād sono stati costanti, efferati e sanguinosi. Le misure repressive non hanno a oggi sortito effetto e al-Shabaab continua a rappresentare una pericolosissima mina vagante per la già tormentata stabilità della regione.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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