Severino Boezio, al crocevia della civiltà

09/12/2015 di Davide Del Gusto

In un’epoca di transizione come quella tardoantica, alla caduta di Roma seguì la nascita in Occidente di alcuni regni romano-barbarici. In Italia il potere civile fu assunto dall’ostrogoto Teoderico che, tentando di raggiungere una piena integrazione tra latini e germani, si affidò ad un intellettuale e filosofo raffinato: Severino Boezio

Severino Boezio

La storia romana fu costituita in massima parte dai molteplici interessi che si incrociarono per secoli sulle frontiere. Luogo di incontro privilegiato per l’economia, le manovre militari, le relazioni sociali e, non ultime, le manifestazioni e contaminazioni culturali, le aree liminari dell’Impero romano rappresentarono infatti la grandezza di Roma in quanto effettivo banco di prova per la tenuta del suo potere nell’ecumene euro-mediterranea. Numerose furono del resto le infiltrazioni entro i confini romani da parte delle popolazioni barbariche stanziatesi da tempo sul limes, ben consapevoli di trovare un tenore di vita migliore rispetto a quello delle aree mai romanizzate da cui provenivano. Tuttavia, nella lunga transizione dell’età tardoantica, in un mondo non più profondamente “classico” in via di capillare cristianizzazione, dopo la lunga e sanguinosa stagione delle guerre del III e del IV secolo, la gente iniziò ad essere angosciata dal timore di una prossima fine dei tempi, quando popolazioni primitive e crudeli avrebbero infiammato e devastato il mondo civile: Gerolamo, scrivendo ad una matrona nel 409, attestò il terrore provato dinanzi ai «ferocissimi e innumerevoli» Vandali, Quadi, Sarmati, Alani, Gepidi, Eruli, Sassoni, Burgundi e Alamanni che ormai imperversavano nella Gallia; appena nel 410 la stessa Roma avrebbe subito lo shock tremendo del sacco da parte dei Visigoti di Alarico.

Boezio
Severino Boezio raffigurato da Giusto di Gand per lo studiolo di Federico da Montefeltro

Sessantasei anni dopo, alla corte bizantina di Zenone furono inviate le insegne imperiali di Romolo Augusto, dichiarato decaduto da Odoacre: con questo segno di omaggio, il capo erulo confermò la volontà di governare l’Italia come patricius dell’Imperatore d’Oriente. Investito ufficialmente da Bisanzio, egli si armò per strappare la Sicilia ai Vandali e in seguito allargò il suo dominio alla Dalmazia, fondando di fatto un regno romano-barbarico in quello che era stato il centro incontrastato del mondo. In nuce, nel suo intento di governare sulla Penisola, si ritrovarono già i caratteri di una nascente società mista, in cui l’integrazione passava attraverso la duplice strutturazione di un’amministrazione romano-senatoriale e di un esercito prevalentemente germanico. Ma l’espansione dei domini di Odoacre infastidì lo stesso Zenone che, nel 488, non esitò a inviare una spedizione contro di lui: Bisanzio si appoggiò completamente all’ambizioso Teoderico e ai suoi Ostrogoti, il quale, dopo una serie di vittorie, strappò l’Italia all’erulo, ucciso a tradimento nel suo palazzo di Ravenna. Pur nascendo nel sangue e nel disordine, il Regno ostrogoto non disdegnò il processo di integrazione romano-barbarica già avviato in qualche modo da Odoacre, mantenendo comunque una propria identità forte, basata essenzialmente sull’arianesimo.

Il sistema culturale classico, comunque, non aveva cessato di vivere con la caduta di Roma. Gli Ostrogoti, infatti, non poterono fare a meno della lingua latina e della religione cristiana, riuscendone a traghettare l’eredità nell’età altomedievale grazie all’azione di alcuni intellettuali ben consci dell’importanza del proprio compito. Tra questi vi fu certamente Anicio Manlio Torquato Severino Boezio, nato nel 480 in una Roma già conquistata; suo padre Flavio Manlio Boezio, prefetto del pretorio, prefetto dell’Urbe e console nel 487, morì lasciandolo ancora bambino. Fu quindi affidato alle cure di Quinto Aurelio Memmio Simmaco, console nel 485 e responsabile della formazione intellettuale del ragazzo, che ne avrebbe sposato nel 495 la giovane figlia Rusticiana. Grazie alla sua estrazione sociale, figlio della gens Anicia, Boezio entrò ben presto in contatto con il mondo senatorio e con le classi dell’élite culturale e amministrativa di Roma, tanto da conoscere anche i fasti della corte orientale e il mondo intellettuale ateniese.

Moneta di Teoderico
Moneta di Teoderico

Mentre il giovane coltivava le lettere e la filosofia, l’Italia finì sotto la giurisdizione di Teoderico, rex effettivo della Penisola dal 493. Il dominio ostrogoto si incuneò in equilibrio tra le due più importanti istituzioni del tempo, l’Impero d’Oriente e la nascente Chiesa romana, chiamato in alcune occasioni a fare da ago della bilancia: l’interesse teodericiano per l’appoggio dell’élite romano-cristiana fu fondamentale per legittimare e mantenere il suo stesso potere politico, in un certo senso estraneo e del tutto inedito alle antiche tradizioni. Riconosciuto il valore della cultura romana, il re ostrogoto chiamò al palatium ravennate le migliori menti che offriva il territorio italico, secondo un modulo simile a quello utilizzato da Carlo Magno tre secoli dopo per la sua corte; l’enfant prodige Boezio fu tra i prescelti: il suo lavoro fu principalmente volto alla traduzione e al commento delle più importanti opere filosofiche greche, specialmente di ambito logico, con l’ambizione di adattare alla lingua latina tutto il corpus di Platone e Aristotele; questo progetto ambizioso fu benaccolto dal collega Cassiodoro e dallo stesso Teoderico, essendo chiara la necessità per il mondo occidentale di conservare e conoscere quanti più testi del pensiero greco. L’appoggio del re ostrogoto fu incondizionato: Boezio fu considerato il miglior garante dell’incontro tra le culture del tempo in vista dell’indispensabile arricchimento culturale della nascente società romano-germanica e, per lui, la cultura classica non poteva transitare che per la filosofia, fondamento per la buona gestione dell’amministrazione dello Stato.

Già onorato del titolo di senatore, nel 510 Boezio divenne console, potendo così fare da tramite tra la corte di Ravenna e i rappresentanti politici dell’aristocrazia romana, a vantaggio di una fruttuosa contaminazione tra le parti. La sua ascesa continuò incontrastata fino al 522, quando divenne magister officiorum e i suoi figli salirono al rango di consoli: il trionfo dell’intera famiglia fu totale. Inoltre, al pari dell’impegno profuso per la conservazione delle opere filosofiche, Boezio strinse negli stessi anni anche un interessante rapporto con l’Imperatore d’Oriente Giustino al fine di garantire il restauro dell’ortodossia cristiana nel contesto ariano, ufficialmente riconosciuto come eretico sin dal primo Concilio di Nicea del 325. In tal modo, egli si impegnò a scrivere cinque trattati di teologia sulla Trinità, sulla fede cattolica e contro le affermazioni degli eretici Eutiche e Nestorio. Il suo interesse, in realtà, fu mosso dalla questione teopaschista avanzata da alcuni monaci sciti: secondo questa dottrina, giudicata fortemente eterodossa, l’unità della natura di Cristo era fondamentale e, in tal modo, arrivava a pensare alla morte di Dio sulla croce; nonostante fossero stati ricevuti da Papa Ormisda, i teopaschisti videro rifiutare la propria dottrina proprio negli anni in cui Boezio si interessava all’argomento apportando il contributo della sua formazione filosofica. Operazione singolare, tanto più che nel suo quinto ed ultimo trattato di teologia Boezio rilesse sotto la lente di Platone, Aristotele e Cicerone le dottrine ereticali, affermando infine la centralità della persona come «naturae rationalis individua substantia» e rifiutando così le idee di Nestorio ed Eutiche.

Boezio
Severino Boezio in prigione, da un manoscritto del XIV secolo

Improvvisamente, nel 523, la folgorante carriera di Boezio fu interrotta da un ordine d’arresto da parte di Teoderico: l’accusa nei suoi confronti fu di aver partecipato ad una congiura organizzata da Giustino a danno del sovrano ostrogoto. Del resto, l’Imperatore, strenuo oppositore dell’arianesimo, non sopportava ancora a lungo le ingerenze in Italia di un re seguace di quelle dottrine: per via degli stretti rapporti con l’Oriente, il sospetto nutrito dalla corte di Ravenna non poté che cadere, loro malgrado, sui migliori esponenti del ceto dirigenziale, a partire dallo stesso Boezio e da suo suocero Simmaco, fino addirittura al nuovo Papa Giovanni I, fermato al ritorno da Bisanzio e messo ai ferri nel 526. Le accuse per il filosofo, mosse dal referendarius Cipriano, uomo di fiducia di Teoderico furono di lesa maestà e di tradimento verso il senatore Albino. Rinunciando in questo modo al ben avviato progetto di integrazione culturale e sociale tra classicità latina e mondo germanico esclusivamente per via del contrasto dottrinale tra ortodossi e ariani, il re abbandonò a se stesso il suo intellettuale più raffinato.

La rottura tra Teoderico e Boezio, alimentata dalla crescente diffidenza del primo verso il secondo, si risolse in un processo: il re incolpò apertamente il filosofo, come del resto avevano già fatto i suoi colleghi senatori, additandone non solo la presunta partecipazione al complotto, ma anche l’esercizio di segrete ed illecite arti magiche. Dichiarato colpevole, fu rinchiuso in una prigione di Pavia nel 524: in questa disperata condizione non poté che affidarsi alla sua grande maestra di vita, la Filosofia, raccogliendo in poco tempo la summa del suo pensiero e la sua ultima difesa nel De consolatione philosophiae, un trattatello in cui riaffermò anche la superiorità della libertas romana, patrona della dignità umana, dinanzi al caos della barbarie. Boezio fu giustiziato, dopo alcuni mesi, nel 525; nel 526 terminò i suoi giorni anche il suo ex patrono Teoderico, lasciando in eredità un’integrazione incompleta e destinata al fallimento.

The following two tabs change content below.

Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
blog comments powered by Disqus