Bukowski – Settemila persone all’ippodromo…

18/09/2016 di Nicolò Di Girolamo

Tutta la sua vita ha lottato perché c’era qualcuno con cui battersi: non per una causa, non per un ideale, ma solo perché sentiva che questa era la sua unica possibilità, la sua unica alternativa, l’unica cosa che lo tenesse in vita.

Charles Bukowski

Esistono persone che vivono solo perché tutti se ne meraviglino, persone che lottano solo perché qualcuno caschi a terra sotto i loro ganci. Persone che salgono sul ring per il sapore del sangue e del dolore, propri e altrui, e che dei titoli e delle cinture non si curano affatto. Charles Bukowski è stata una di queste persone. Tutta la sua vita ha lottato perché c’era qualcuno con cui battersi: non per una causa, non per un ideale, ma solo perché sentiva che questa era la sua unica possibilità, la sua unica alternativa, l’unica cosa che lo tenesse in vita.

Hank (come lo chiamavano i conoscenti) è stato condannato a questo tipo di vita da una straordinaria sensibilità, che lo rendeva capace di scorgere le emozioni della gente in una ruga del volto, di percepire tutta la complessità della morte nelle scarpe di un defunto e per questo, ogni giorno, di fronte a lui si apriva l’abisso della desolazione umana.

In ogni dettaglio coglieva l’ipocrisia, palpava l’effimero e ne soffriva, languiva e veniva calpestato da questa coscienza giorno dopo giorno, una sbronza dietro l’altra. Ciononostante non è mai riuscito a suicidarsi, non avrebbe potuto, né forse ne avrebbe avuto motivo, perché Hank aveva la lotta e perché era un uomo libero.

Infatti, nonostante tutte le sofferenze che il suo animo accoglieva, Bukowski ha sempre avuto, forse inconsciamente, una ragione di vita che pulsava forte nelle sue vene e che è facile percepire, in particolare nei suoi scritti giovanili. In questi scritti, si coglie una forza bruta e primitiva che si scatena nel desiderio di liberarsi dalle costrizioni sociali e per racimolare il bello e l’arte negli angoli dove meno ci si aspetterebbe di trovarli.

Bukowski comunicava con le persone prendendole a cazzotti in un bar, con gli insulti cercava di scorgere dentro le loro anime, cercava di costringerli a parlare, a pensare, a prendere possesso delle proprie laide esistenze e a farne qualcosa.

In altre parole, tentava di far conoscere e vedere agli altri la propria condizione. Di fargliela vivere. Insieme a sé che ne era costretto, voleva che altre persone si fermassero al suo fianco, sedendosi un attimo a cavalcioni sulla soglia del dirupo per contemplare in silenzio la maestosa disperazione in cui galleggiano gli esseri umani.

Mi ricordo quando gli ippodromi erano pieni zeppi di persone, gomito a gomito, culo a culo, che sudavano, gridavano, si accalcavano verso i bar affollati. Bei Tempi. Passavi una bella giornata, trovavi una donna al bar e la sera te la portavi a casa a bere e a ridere. Pensavamo che quei giorni (e quelle notti) non sarebbero mai finiti. Perché dovevano finire? Partite a dadi nei parcheggi. Scazzottate. Bravate e gloria. Elettricità. Diavolo, la vita era bella, la vita era divertente. Tutti noi eravamo uomini, merda in faccia non se ne prendeva da nessuno. E, francamente si stava bene. Alcol e una scopata alla buona. E un sacco di bar, bar pieni. Niente televisione. Una parola e ti cacciavi nei guai. Se ti pizzicavano in giro perché eri sbronzo, ti mettevano dentro una notte soltanto per fartela smaltire. Perdevi un lavoro e ne trovavi un altro. Inutile fermarsi nello stesso posto. Che tempi. Che vita. Succedeva sempre qualcosa di straordinario, e subito dopo qualcos’altro di straordinario.

Così, quando Bukowski riusciva a trovare il luogo adatto, la sua dirompente forza vitale si scatenava, per poi essere incanalata verso le pagine bianche la mattina dopo, per cercare di conservare un ricordo di un tale maestoso evento e nel tentativo di comprenderlo.

Ma il libro di oggi non racconta di queste imprese ed è, per questo, unico nel suo genere. Si intitola Il capitano è fuori a pranzo’ ed è un diario composto dal controverso scrittore, durante l’ultimo periodo della propria vita.

La narrazione è a volte confusa, raddolcita e malinconica. Si percepisce l’autore perdere contatto con quella energia che aveva mosso le sue azioni in passato. Le sue giornate trascorrono oscillando tra l’ippodromo e il computer, che ha sostituito la macchina da scrivere. Bukowski non riesce più a comprendere il mondo, non ne coglie gli stimoli e si trova costretto a rifugiarsi sempre più sulla pagina scritta, per non essere trascinato dalle persone in un mondo che non può affrontare.

Mi ricordo, una volta, una cena con un gruppo di persone. A un tavolo vicino c’era un altro gruppo di persone. Parlavano a voce alta e continuavano a ridere. Ma le loro risate erano assolutamente false, forzate. Andarono avanti così un bel pezzo.[…]

Alla fine dissi a quelli del nostro tavolo:’è terribile, no?’.

Uno si girò verso di me, mi fece un bel sorriso e disse:’Mi piace quando le persone sono felici’.
Non risposi. Però sentii un buco nero che mi si apriva nella pancia. Bè, diavolo.[…]

Anche a me piace quando le persone sono felici. Solo che non ne vedo molte.

La solitudine comincia infine a lacerargli le interiora e lo fa allontanare sempre più dal mondo vissuto che sta cambiando senza di lui.

Ora tutto quanto è sbollito. Settemila persone in uno dei maggiori ippodromi in un pomeriggio di sole. Al bar nessuno. Soltanto il barista con una salvietta. Dov’è la gente? C’è sempre più gente ma dov’è? In un angolo tutti seduti in una stanza. Magari Bush verrà rieletto per aver vinto una guerra facile. […]Ma sapete, almeno negli anni trenta tutti sapevano dov’erano. Ora è tutto un gioco di specchi. E nessuno sa bene cos’è che tiene insieme tutto quanto. O per chi sta lavorando. Se sta lavorando.[…] Settemila persone alle corse. Settemila. Non ci posso credere. Il sierra Madres piange nello smog. Quando i cavalli non correranno più il cielo crollerà, piatto, enorme, pesantissimo, schiacciando tutto.

Alla fine hanno vinto gli altri, quelli che si divertiva a stuzzicare, quelli delle vite miserabili e senza senso. Ora nessuno si arrabbia più con lui, nessuno lo prende più a sberle perché è un vecchio ed è famoso, perché anche lui ora ha un allarme in casa e una moglie che lo aspetta. Così Hank si prepara alla morte separandosi dal mondo, ma non senza togliersi un’ultima soddisfazione: qualunque cosa accada quando la morte arriverà lui starà ancora scrivendo, lui sarà ancora vivo, fino all’ultimo istante. Che crepino gli altri durante una vita miserabile e superficiale, lui sarebbe morto da vivo, come un vero scrittore.

The following two tabs change content below.

Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
blog comments powered by Disqus