Senegal: al via il processo contro l’ex dittatore del Ciad Hissène Habré

24/07/2015 di Michele Pentorieri

Le accuse sono di genocidio, tortura e migliaia di omicidi. Ma è l’organo giudicante a fare del caso un unicum nella storia africana

Si è aperto lo scorso lunedì, a Dakar, il processo contro l’ex Presidente ciadiano Hissène Habré, che ha guidato il suo Paese dal 1982 al 1990. Il suo Governo ha avuto un carattere spiccatamente antidemocratico, soprattutto nei confronti delle opposizioni. Secondo Human Rights Watch, gli omicidi ordinati da Habré sono stati circa 1200, mentre 12.000 gli episodi di tortura. Stime più negative parlano addirittura di 40.000 morti.

Di etnia tubu, Habré nasce nel 1942, laureandosi in Scienze Politiche a Parigi e facendo ritorno in patria nel 1971, fondando il CCFAN (Consiglio di Comando delle Forze Armate del Nord), poi divenuto FAN (Forze Armate del Nord). Proprio a capo delle FAN Habré attua, nel 1982, un colpo di Stato che rovescia l’allora Presidente Goukouni Oueddei. Durante la guerra libico-ciadiana, durata dal 1978 al 1987, il dittatore può contare sull’appoggio di Stati Uniti e Francia, desiderosi di umiliare la Libia di Gheddafi appoggiata dall’Unione Sovietica. L’aiuto delle due potenze straniere si rivela decisivo: Gheddafi rinuncia all’occupazione della striscia di Aouzou (che aveva, di fatto, dato il via alle ostilità) e il cessate il fuoco del Settembre 1987 sancisce la vittoria di Habré. Tre anni dopo, tuttavia, il dittatore viene rovesciato da Idriss Déby Itno e ripara in Senegal.

Durante i suoi 8 anni di Governo si servì delle FAN (poi divenute Direction de la Documentation et de la Sécurité) da lui create per istituire un regime oppressivo e dispotico, che gli valse l’appellativo di “Pinochet africano”. Utilizzando le forze armate alla stregua di una polizia politica, represse ogni forma di dissenso mediante torture e sparizioni forzate. Non solo: secondo Human Rights Watch, Habré si è reso responsabile anche di pulizia etnica nei confronti dei gruppi che si opposero al regime, tra cui gli Hadjerai e gli Zaghawa. Nel 1990, a seguito della sua deposizione, fu istituita una commissione nazionale d’inchiesta, incaricata di far luce sulla portata dei crimini contro l’umanità avvenuti negli 8 anni precedenti nel Paese africano.  Il processo che lo vede ora coinvolto si sta svolgendo in Senegal, ma ha avuto una genesi piuttosto travagliata. Da molti anni, infatti, i giudici senegalesi chiedevano invano alle autorità di Dakar di dare seguito alle accuse da loro formulate. Anche il Belgio si era interessato alla questione richiedendo –anche stavolta senza risultati- l’estradizione. E nemmeno la Corte Penale Internazionale ha potuto fare molto, visto che la sua giurisdizione è limitata temporalmente al periodo post-2002.

Già durante la sua campagna per le presidenziali, tuttavia, l’attuale Presidente senegalese Macky Sall aveva promesso che l’ex dittatore -rifugiatosi, come già detto, proprio in Senegal- sarebbe stato giudicato per i crimini commessi. Nel 2012, anno dell’elezione di Sall a Presidente della Repubblica senegalese, Dakar e l’Unione Africana hanno così raggiunto un accordo: creare un tribunale che avesse il compito esclusivo di giudicare le persone responsabili dei crimini contro l’umanità perpetrati in Ciad tra il 1982 ed il 1990. La Camera straordinaria africana, creata anche grazie alla spinta di Amnesty International, ha incriminato anche cinque alti funzionari dell’ex regime, anche se la data del loro processo resta tuttora incerta.

L’organo giudicante costituisce una fattispecie molto importante del processo. Voluta fortemente dall’Unione Africana, l’esistenza stessa della Camera ha la sua ratio in una particolare interpretazione della giurisdizione universale, che consente alle corti di uno Stato di perseguire penalmente un individuo per le sue azioni anche se il luogo in cui esse sono state commesse non coincide con la nazionalità delle corti. Non solo: quello contro Habré è il primo processo contro un Capo di Stato africano a svolgersi sul suolo africano ed il primo ad essere portato avanti dalle istituzioni di un Paese contro un Capo di Stato di un altro Paese. Proprio queste sue specificità sono valse al tribunale diverse accuse da parte dei difensori di Habré. In particolare, essi sostengono che l’organo sia uno strumento politico, o che semplicemente non abbia la competenza a giudicare l’ex dittatore ciadiano.

Il processo, con ogni probabilità, avrà tempi molto lunghi. Martedì Habré è stato letteralmente portato con la forza in tribunale ed è stato costretto ad ascoltare tutte le accuse mosse nei suoi confronti. L’ex dittatore ha negato tutto ed il processo è stato aggiornato al 7 Settembre, per dar modo agli avvocati difensori (nominati d’ufficio) di preparare la difesa. In ogni caso si tratta di un processo di straordinaria importanza perché permetterà di fare definitivamente luce su un periodo buio della storia ciadiana. Oltre a ciò, il processo può rappresentare un precedente molto importante, visto l’attivismo dell’Unione Africana nella vicenda ed il ruolo fondamentale di uno Stato diverso da quello in cui i crimini sono stati commessi. Una formula che potrà essere utilizzata anche in futuro in fattispecie simili ed in un continente nella cui storia, purtroppo, personaggi simili ad Habré non sono mancati.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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