Senato alla “Tatarella”: compromesso o pasticcio?

24/09/2015 di Edoardo O. Canavese

La discussione sul destino del Senato procede a fatica verso l'ultimo voto. Di fronte ai veti delle minoranze dem, Renzi rievoca il “metodo Tatarella”, cercando di venire incontro ai dissidenti ma rischiando di snaturare la madre di tutte le riforme.

Lunedì scorso, in occasione dell’assemblea dem che avrebbe dovuto discutere della riforma del Senato. Canovaccio apparentemente simile a tante altre discussioni in merito: Renzi a testa bassa contro veti, minoranze col coltello tra i denti fino all’astensione sul documento finale. E in effetti anche in quest’occasione i dissidenti non hanno partecipato al voto, lasciando l’unanimità alla parola del segretario. D’altro canto in mezzo c’è stata una discussione, anche accesa, con una parola, o meglio un cognome, che ha rimbombato, sparigliato le carte in tavola e rinviato il muro contro muro degli oppositori alla riforma ad una più attenta analisi. Parliamo del “metodo Tatarella”, catapultato nel Nazareno dagli albori della Seconda Repubblica, e pubblicizzato dal premier come punto d’incontro tra le sue necessità, cambiare il Senato al più presto, e quelle della minoranza, garantire l’eleggibilità diretta. O quanto meno lasciarne un’idea.

Il metodo Tatarella, dall’omonimo Giuseppe già ministro di An, nasce nel ’95, nell’alveo sulla discussione della legge elettorale dei Consigli regionali, ma soprattutto dei Presidenti di Regione. Il candidato presidente è il capolista di un listino bloccato, e viene confermato alla guida della regione solo previa ratifica del suo risultato da parte del consiglio regionale. Una misura che armonizza il rapporto tra elezione diretta del candidato e sua indicazione da parte del partito. E che potrebbe essere adeguata alla riforma del Senato. Se il punto della discordia è rappresentato dalla eleggibilità non diretta dei consiglieri regionali-senatori, il “Tatarellum” permetterebbe agli elettori l’indicazione dei potenziali Senatori, in sede di elezioni regionali, da un listino bloccato, i cui esponenti sono quindi scelti dal partito ma selezionati dai cittadini, previa conferma da parte dell’assemblea regionale. Compromesso o pasticcio?

L’idea è che Renzi voglia sgombrare il campo dall’ultimo vessillo della minoranza, l’elezione diretta dei Senatori. E che, nonostante tutto, tema numeri negativi in sede di voto. L’articolo 2 comma 2 della riforma, secondo cui i nuovi Senatori dovranno essere scelti in seno all’assemblea regionale, tra i consiglieri stessi (e con metodo proporzionale), per Renzi e Boschi non è modificabile né trattabile, perché incarna la natura stessa di quella rivoluzione istituzionale che renderebbe la Camera Alta meno pesante e più rappresentativa dei territori che politicamente attiva sul piano nazionale. Proposta irricevibile per le minoranze, che nonostante i molteplici voti in sede parlamentare in tal senso, puntano ad una ridiscussione in ultimo voto per un ripensamento totale della riforma, che tuttavia l’intervento del metodo Tatarella potrebbe scongiurare.

Usciti dall’assemblea Pd Cuperlo e Speranza hanno espresso compiacimento per il passo in avanti nel dialogo. D’Attorre è parso più freddo, mentre Bersani, assente al Nazareno, parlava di “apertura significativa”. Questo nonostante già oggi faccia sapere sulla sua pagina Facebook della sua indisponibilità a trattare su un Senato che non sia elettivo. E anche qualora sia applicato il metodo Tatarella, i senatori non saranno comunque eletti, bensì designati, formula che sottolinea la sorta di potere di veto che i consiglieri regionali potrebbero potenzialmente esercitare rispetto alle indicazioni degli elettori. D’altro canto pure sul fronte renziano c’è chi mugugna per la nuova formula proposta. Voce del dissenso è Giacchetti, inamovibile sulla convinzione di un’avversione al Senato nominato, delle minoranze, per lui puramente strumentale.

Il dubbio è se l’eventuale applicazione del metodo Tatarella non faccia della riforma del Senato un guazzabuglio di compromessi che non portino nessuna pratica, utile novità. Alle origini del pensiero renziano il Senato andava cancellato, ovvero rimpiazzato da una camera delle autonomie. Oggi la riforma sembra destinata a trasformare Palazzo Madama in qualcosa meno potente ma ugualmente pesante dal punto di vista amministrativo, come fu la mancata vera cancellazione delle province. Lo iato tra annuncio e realtà è sempre ampio in politica, ma la derubricazione del Senato a vetrina dei rappresentanti delle regioni è un punto su cui Renzi gioca gran parte della propria credibilità. E l’impressione è che i freni, di minoranze ed opposizioni, restino nell’annovero dei tentativi di appannare la leadership del segretario-premier.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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