Semestre italiano di presidenza europea: tra flessibilità, solidarietà ed austerità

16/01/2015 di Vincenzo Romano

A pochi giorni dalla chiusura del semestre europeo a guida italiana, numerose sono le questioni che impongono un ragionamento approfondito

Semestre Italiano di Presidenza Europea

Il semestre come scelta di priorità. A pochi giorni dalla chiusura del semestre europeo a guida italiana, numerose sono le questioni che impongono un ragionamento approfondito. Prima di analizzare le direttrici che hanno guidato il governo italiano nella scelta dell’agenda politica è però doverosa una specificazione: da molti questo semestre europeo è stato fatto passare come un possibile tentativo, da parte dell’Italia, di imporre la propria visione all’interno delle istituzioni europee. In realtà, come molti studiosi e commentatori politici hanno osservato, la presidenza di un semestre rappresenta più una possibilità per tutti gli Stati di esprimere quelle che si ritiene siano le proprie priorità politiche, creando la possibilità di dibattito nell’istituzione che più di tutte può influenzarne l’agenda: il Consiglio europeo.

Le tre direttrici. Passiamo ora ad analizzare le tre direttrici all’interno delle quali si è mosso il governo Renzi. La prima (per importanza) è quella della disciplina fiscale (altrimenti detta austerità fiscale) molto criticata dalla sponda sud dell’Europa (ma anche dalla Francia di Hollande) e difesa strenuamente dalla Germania. La seconda direttrice è quella della solidarietà tra gli Stati membri, collegata imprescindibilmente alla disciplina fiscale; ed, infine, la flessibilità nelle politiche nazionali ed europee, che non ostacolino la crescita. Il punto su cui il governo Renzi ha più insistito, già a partire dalla costituzione della Commissione europea, è stato quello della messa in atto di un Piano comunitario di Investimenti che favorisse la ripresa europea. Nonostante i numerosi limiti, quantitativi e qualitativi, il piano presenta alcune caratteristiche degne di essere riportate.

La flessibilità regolata e controllata. Il primo aspetto positivo è che gli apporti dei Paesi membri per il finanziamento del piano avranno una posizione favorevole della Commissione al momento di valutare le finanze pubbliche all’interno del Patto di stabilità e crescita. Tale caratteristica rappresenta una decisa evoluzione della regola aurea, introdotta con il Patto per la crescita e l’occupazione firmato nel giugno 2012 dal governo Monti. Ai sensi della regola aurea, i disavanzi pubblici che finanziano investimenti non vanno computati nel patto di stabilità o, in ogni caso, calcolati in maniera differente da quelli per i consumi: è il tipo di flessibilità regolata e controllata che può rendere le politiche per la crescita compatibili con la disciplina fiscale. Il piano Junker prevede investimenti stabiliti nella sede europea appropriata (Parlamento e/o Consiglio) sotto la supervisione della Banca Europea per gli Investimenti che, come menzionato nelle conclusioni del Consiglio europeo di dicembre, favoriscono il progresso del mercato unico e la sua competitività.

La solidarietà e l’apertura al settore privato. L’altro punto di rottura del piano Junker è quello di evitare preassegnazioni geografiche riconoscendo che ogni singola regione ha necessità diverse dalle altre per il rilancio degli investimenti. In altre parole, i contributi di uno Stato membro al fondo previsto dal piano non dovranno essere bilanciati da altrettanti investimenti del fondo in quello Stato. In questo modo si afferma il principio di solidarietà e si riconosce una comunanza di interessi nonché l’interdipendenza delle opportunità di crescita. L’ultimo punto rilevante riguarda la natura degli investimenti che il Piano prevede: vengono presi in considerazione sia gli investimenti nel settore pubblico (comunitario), sia quelli del settore privato (a favore di piccole e medie imprese); inoltre, è prevista la possibilità, da parte del Fondo, di ricevere contributi di privati che decidano di investire per determinate attività produttive. Si stabilisce così una ridefinizione dei confini tra pubblico e privato che alimenti una crescita economica più stabile.

Il debito pubblico. Tornando alla presidenza, nei sei mesi passati è emersa anche una contraddizione molto forte del Governo Renzi (e di quelli che lo hanno preceduto): la richiesta di flessibilità di bilancio e di solidarietà è apparsa più come una richiesta di perdono del nostro elevato debito pubblico e dell’incapacità di disciplinare i nostri deficit, che come principi cardine che valgono per tutti gli Stati membri. Per questo il Governo italiano ha sottolineato lo sforzo compiuto (anche dai governi precedenti) di limitare quanto meno il deficit sotto la soglia del 3%. La sostenibilità di questi limiti sembra non stia dando i frutti attesi, considerando anche il fatto che la soglia del 3% non tiene conto delle variabili cicliche di un’economia (aspetto che meriterebbe una profonda modifica del trattato).

Le “riforme strutturali”. Altra caratteristica importante della flessibilità è quella che permette un maggior spazio di manovra fiscale ai paesi che realizzino (o vogliano realizzare, come nel caso italiano) riforme strutturali costose, difficili ma indispensabili per essere davvero in grado di crescere (si pensi a quella del mercato del lavoro). Il binomio flessibilità-riforme è stato al centro del semestre di presidenza italiana. Nonostante il governo italiano abbia vantato un programma nazionale imperniato sulle riforme, in questo senso in linea con l’orientamento comunitario, sarà soltanto il tempo a dirci se si riuscirà effettivamente a portarle a termine o no.

La fiducia. Ed è proprio su quest’ultimo punto, che si è decretato il sostanziale fallimento della presidenza italiana: la fiducia nell’implementazione delle riforme è molto labile. Si pensi alla richiesta, rifiutata dalla Commissione, di un margine di deficit di riserva (per il 2015), pur restando entro il 3%, che avrebbe facilitato la realizzazione di alcuni punti del piano di riforme strutturali. La Commissione ha invece preferito insistere sui decimali del nostro deficit corretto per il ciclo. Si spera che l’annuncio di rinnovamento da parte delle istituzioni europee venga ribadito e tradotto concretamente nella conduzione delle politiche comunitarie. Nonostante i molti passi avanti fatti restano ancora molte le incognite sulle reali volontà della Commissione europea.

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Vincenzo Romano

Nasce a Sant'Anastasia, provincia di Napoli, il 2 gennaio del 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche all'Università di Napoli Federico II, dove si laurea con una tesi sul modello di sviluppo economico spagnolo. Attualmente è iscritto all'ultimo anno della magistrale in Studi Europei (Corso di laurea in Scienze Politiche dell'Europa e Strategie di sviluppo). Durante il primo anno di specialistica ha partecipato al Programma Erasmus di 6 mesi all'università Paris-Ouest-Nanterre-la-Defense di Parigi. Ha inoltre svolto uno stage di sei mesi presso l'UNESCO.
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