La selezione delle notizie in Italia: che fine hanno fatto le grandi questioni mondiali?

19/11/2014 di Luca Andrea Palmieri

Sono in particolare gli "esteri" la prima vittima dell’italica concentrazione su ogni piccolo litigio nostrano. Eppure in questo modo si rischia di perdere di vista questioni fondamentali, e non c’è da stupirsi che in molti non abbiano un’idea precisa della direzione che il mondo sta prendendo

Le fonti delle notizie che ci arrivano ogni giorno all’orecchio sono varie. Ciò non toglie che chi si lamenta della libertà di informazione in Italia non abbia tutti i torti, viste le difficoltà ad avere un’informazione completa ed obiettiva. Ma la questione non si può limitare – come spesso viene fatto – alla cattiva fede del mondo dell’informazione, che pure esiste. Certe volte ad agire è un circolo vizioso che in questo paese si fa ancora fatica a scardinare.

Questo circolo, spiegato in maniera estremamente semplice, si sviluppa così:

  • – La scelta delle notizie da pubblicare si basa sul filtro delle redazioni.
  • – Queste, lasciando da parte caratteri di tipo “clientelare” (non presenti in tutte le redazioni e mai in maniera uguale, comunque), scelgono sulla base dell’appetibilità della notizia al pubblico.
  • – L’appetibilità viene calcolata su diversi criteri, a seconda del media: i click del pubblico di riferimento per internet, lo share medio di una certa tipologia di notizia in Tv, la vendita di copie e le “indagini” relative al recepimento delle varie pagine su un quotidiano – sempre semplificando – nonché la sensibilità di redattori e capo-redattori per la carta stampata.
  • – La notizia viene così scelta e pubblicata: otterrà un certo tipo di risposta da parte del pubblico, e da qui ricomincia il circolo.

E’ anche su questa base che, improvvisamente, sui siti dei maggiori quotidiani dominano gattini e altri animali teneri. Ovviamente non tutto il sistema è così lineare. Alcuni giornali o alcune testate scelgono di occuparsi più o meno di un certo argomento a seconda della loro mission, per esempio. Certo è che in televisione, dove solitamente il target è tipicamente generalista, si cerca il più possibile di attrarre l’attenzione dello spettatore, così da alzare lo share. Per farlo il metodo più utilizzato prevede di colpirlo con argomenti che lo riguardano da vicino: forse è da qui che nasce l’attenzione spasmodica che c’è da noi per singola notizia di affari interni, in particolare sulla sicurezza, anche quando la sua rilevanza è pressoché nulla a livello generale.

Prendono così importanza anche i trend: si faccia caso al fatto che di tanto in tanto un politico (o una forza politica) diventi onnipresente in video e sui giornali? Di questi tempi è il turno di Salvini, e della sua nuova Lega; a ridosso delle ultime elezioni – e per un po’ anche oltre –, era il Movimento 5 Stelle a dominare; nel periodo della sua prima ribalta si parlava spesso di Renzi (che pure ora è sempre sugli schermi, ma col vantaggio della visibilità del presidente del Consiglio). Da cosa derivano queste scelte? Dal fatto che il “caso nazionale” attira spettatori, e l’obiettivo dei programmi di informazione italiani è di fare ascolti, ancor prima che di informare: è questo il caso soprattutto dei talk show televisivi. Qui gli invitati spesso non vengono scelti sulla base della loro esperienza sull’argomento del giorno, ma in base a quanto sono “televisivi”. Il vero, migliore, esperto su una questione non è per niente telegenico? Salvo rari casi, non si avrà mai una sua testimonianza su piccolo schermo.

Matteo Salvini: quanto aggiungono le dichiarazioni giornaliere su tutte le reti del leader della Lega al’linformazione nel nostro paese?

Questo discorso prettamente aziendalista non è ovviamente presente ovunque nel mondo, o quantomeno è presente in gradi diversi. A volte la questione è data dalla presenza di mercati di telespettatori molto più ampi (come negli Stati Uniti); in altri casi si parte da un’educazione civica maggiore, che porta la gente a voler sentir parlare più della “sostanza delle cose” (caso di molti paesi del nord-Europa); in certi casi c’è un’influenza storico-culturale che permette maggiore attenzione su certe materie (è il caso degli esteri, nei paesi dal passato coloniale, se non imperiale, come Francia e Gran Bretagna). Fatto sta, che, guardando le televisioni ed i principali quotidiani italiani, raramente c’è il giusto spazio a ciò che succede nel mondo, soprattutto se le questioni non si adattano al nostro sguardo a breve termine (motivo per cui le aperture dei TG citano quasi sempre l’IS, quale minaccia per il mondo cristiano, e l’Unione Europea, ora che è tanto centrale per il nostro destino).

Per fortuna non siamo messi così male da essere completamente avulsi da un’informazione più vasta: in particolare esistono riviste – per lo più cartacee e on-line – che allargano il panorama. Due esempi: Internazionale, contenitore settimanale di articoli di testate estere e The Economist, stranota rivista economica americana: due punti di vista molto diversi, sicuramente parziali, ma che almeno ampliano la prospettiva del lettore.

Certo è che colpisce leggere alcune tra le news più importanti, e vedere quanto siano ignorate qui da noi: l’Economist da molto risalto al vertice APEC e allo storico accordo tra Cina e Stati Uniti sulla riduzione delle emissioni nell’atmosfera. E’ un passo della politica internazionale che potrebbe aprire a enormi cambiamenti futuri: quanto se n’è parlato sulle nostre testate? Il mondo televisivo ha parlato pochissimo anche di “LuxLeaks”, la questione del regime di tassazione lussemburghese che potrebbe inficiare sul presidenza della Commissione Europea di Jean-Claude Juncker: chi ha citato il fatto in Italia, ha per lo più utilizzato in maniera superficiale, con fini di propaganda. La questione dell’Ucraina orientale è tornata ai margini della nostra informazione, eppure rischia di nuovo di esplodere, con la presenza di nuove truppe russe su territorio ucraino.

Per non parlare di argomenti forse a prima vista “noiosi”, ma dalla sensibilità enorme, come le trattative sul TTIP (il trattato sul libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea) e l’Unione bancaria, con tutto il suo comparto di regole per armonizzare la gestione degli istituti finanziari del continente. Fatti che meriterebbero un grado di attenzione enorme. Eppure chiunque si informi in maniera rapida, soprattutto attraverso la televisione, di queste cose può saperne poco o nulla.

Intanto, qui da noi, ogni minima bega, anche di poco conto (sia chiaro, non si vuole fare riferimento a questioni della rilevanza dell’art. 18; ma al clamore suscitato dall’intervista ad Alessandra Moretti si), ottiene dieci volte l’attenzione rispetto agli argomenti succitati.

Insomma, è vero che nel nostro paese di problemi da risolvere ce ne sono a frotte, ma sarebbe bene che i media allargassero di più lo sguardo a quel che ci succede intorno. Ne guadagnerebbero lettori, telespettatori, e tutto il paese. E magari riusciremmo tutti ad avere un pizzico di giudizio in più, anche su quel che succede in casa nostra.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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