Il sedicente califfato e altre banalità linguistiche

05/05/2016 di Francesca R. Cicetti

Quello antidroga è sempre un blitz. Il riserbo è sempre fitto. Le smentite sono sempre secche. Non c’è niente di più allettante, per gli scrittori pigri, che riciclare espressioni insipide, a scapito dell’originalità e della bellezza della lingua italiana.

Italiano

Davanti ai telegiornali accade tre o quattro volte al giorno: incontriamo, senza possibilità di errore, il “sedicente califfo” dello Stato Islamico. E l’espressione avrebbe forse più presa, e più originalità, se fosse sostituita da quella crozziana di “sedicenne col calippo”. Il Razzi di Maurizio Crozza non distingue il Califfato da un ghiacciolo, ma anche molti giornalisti sembrano aver dimenticato che la lingua italiana comprende circa duecentosessantamila lemmi diversi. E allora non c’è nessun merito nell’usare sempre gli stessi. È infatti inevitabile non notare la banalità inspiegabile di un certo registro linguistico. Chissà perché questo califfo è sempre sedicente. Mai falso, finto, millantatore, preteso, imbroglione, disonesto o impostore. Sedicente una volta, sedicente senza sosta.

Di fronte a una tragedia di cronaca, poi, le alternative sono sempre piuttosto ridotte. Se si tratta di un incidente d’auto, allora ci sarà inevitabilmente un “ammasso di lamiere”. Mai un cumulo di ferraglia, neanche una volta. Forse il guidatore era – anche qui, niente di nuovo – “in preda ai fumi dell’alcool”. Benché quasi nessuno abbia chiaro cosa colleghi l’alcool con queste sue misteriose esalazioni.

Se siamo fortunati, poi, potremo assistere allo sviluppo delle indagini. Generalmente avremo delle verifiche “in corso di accertamento” e qualche altra questione che invece “non desta preoccupazione”. Quello antidroga è sempre un blitz. Il riserbo è sempre fitto. Le smentite sono sempre secche. Secche come il deserto della morente varietà linguistica che ci attornia. Chi smette di far uso di droghe esce sempre dal tunnel (ma quale? Il tunnel carpale? Quello della Manica? Il Traforo del Gran Sasso?). E se non sta attento, una volta fuori dai guai potrebbe ritrovarsi immerso in un bagno di folla dalle dubbie capacità igienizzanti.

Il punto è che non c’è niente di più allettante che riciclare un’espressione insipida, già masticata da mille e mille giornali e telegiornali. E bastano tre, quattro utilizzi per trasportarla nell’Olimpo della linguistica, dove giacerà intoccabile per i secoli a venire. E da dove tutti potranno ripescarla all’occorrenza. Poiché è infinitamente più semplice per lo scrittore pigro scartabellare nell’archivio della banalità invece di cercare un’espressione originale.

Va da sé che non ci sia alcun bisogno di passare venti ore della giornata alla ricerca della parola giusta (e le restanti quattro, magari, per cambiare idea). Questi sono vezzi da grandi scrittori, che si racconta appartenessero a Flaubert, uno fra tanti. Ma certo, non vale neppure la pena accontentarsi di espressioni trite e noiose. Per un certo periodo della nostra storia, era impossibile arrivare a fine giornata senza essere stati definiti “mitici”. Tutti erano mitici. Il lattaio, il postino, la casalinga di Gallarate e il Presidente della Repubblica. Nessuno di loro che fosse mitologico, leggendario, eroico. Una straordinarietà così ordinaria da annoiare. Oggi siamo tutti persone “solari”, anche se con le stelle, nane gialle e affini, abbiamo poco o niente a che vedere. Una volta stanchi anche di questo, sarà il turno di un altro consumato aggettivo. Nessuna sorpresa. È un vero peccato, perché l’originalità ci dona.

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Francesca R. Cicetti

Nata a Roma, classe 1993, è laureata in Scienze Politiche alla LUISS Guido Carli, dove si sta specializzando in Governo e Politiche. È autrice di un romanzo di fantascienza, testi teatrali e numerosi racconti, pubblicati da vari editori. Dal 2012 collabora con alcuni quotidiani online per i quali si occupa di cinema, politica e cultura.
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