Secondo, irrilevante, radicato: dove va il Movimento 5 Stelle?

09/06/2015 di Edoardo O. Canavese

Alle amministrative il M5S si conferma secondo partito. E conferma di non riuscire a vincere, né a soffocare il bipolarismo. I limiti e i punti di forza di un movimento in trasformazione, che da oggi può contare su una novità: il radicamento istituzionale.

M5s

Lo strano caso del Movimento 5 Stelle si riassume nell’aurea di forza popolare che è andata scemando nelle analisi politiche, e che tuttavia c’è. Lo scontro tra Pd e destre, ha assorbito completamente il dibattito post voto, ergendo ad unica formazione in salute la Lega Nord di Salvini. E’ sfumato che la seconda forza politica sia rappresentata, ancora, dal M5S. Certo in calo rispetto alle Europee ’14, come tutti tranne le camicie verdi, ma la sua sola presenza nei prossimi consigli regionali rappresenta una novità piuttosto rumorosa. E non fa più notizia che il 25% ottenuto in Liguria abbia certamente scompaginato ancor di più le carte in una regione dal dapprima confuso, ed infine clamoroso, esito elettorale. Tant’è che a questo si stanno fermando, o confermando, i numeri del M5S: numeri da rompiscatole, da secondi, nulla di più.

Il bipolarismo non è morto, almeno a livello locale. Pare vagamente riscuotersi, grazie alla vitalità della Lega Nord, che ha visto impennare i propri consensi dappertutto e ha vinto quasi sola in Veneto. Perché di fronte alla mai così presente minaccia di irrilevanza, Berlusconi ha dovuto affidarsi ai voti di un leader, Salvini, che non gli piace per niente; senza alleanza, non parleremmo di Liguria, né del testa a testa in Umbria, e forse parleremo di più di M5S. Ed è d’altro canto questo il limite dei pentastellati: senza alleati, in Italia difficilmente si governa da soli, in Parlamento, tanto più in realtà variegate come le Regioni. L’orgoglio anti-inciucio da sempre sventolato ha emarginato il movimento, relegandolo a forza di eterna protesta e di acida proposta, in questo tra l’altro mediaticamente sorpassato da Salvini. Manca ancora una presa di coscienza dell’inevitabile ricorso ad alleanze e liste ad esso riconducibili, fondamentali perché si cominci a parlare di governo, locale e nazionale.

Non mancano tuttavia gli spunti positivi. Primo fra tutti, il radicamento cui il M5S sarà soggetto inevitabilmente visti gli importanti numeri ottenuti. Dato in controtendenza, i pentastellati cominciano a piacere anche sul territorio, mentre fino a poco fa raggiungevano percentuali infime prediligendo una comunicazione “nazionale”. Inoltre l’infornata di rappresentanti nei consigli regionali permetterà una più agile interazione tra cittadini e movimento, garantendo una diretta dialettica tra elettore ed eletto, una responsabilizzazione di quest’ultimo e una diffusione dei messaggi e delle iniziative politiche che partono dal territorio. Le quali, attraverso una buona amministrazione locale, anche se come opposizione, possono porre le premesse per un rapporto di fiducia più stabile con l’elettore, proponendosi come forza costruttiva oltre che come ricettacolo di protesta (campo dove, come detto, si comincia a soffrire un po’ la concorrenza salviniana).

Seconda novità, e non è un caso che non lo si sia fin qui nominato, è rappresentata da Beppe Grillo e dal suo ruolo nel movimento. Sempre meno mediatico, sempre più dietro le quinte. L’ex comico ha calcato alcuni palchi, ha guidato la marcia Perugia-Assisi per chiedere il reddito di cittadinanza, tuttavia non ha così direttamente legato alla propria immagine il destino elettorale del suo movimento. Non che Grillo si sia fatto da parte, tutt’altro. A quella confessione di stanchezza, dopo anni di impegno no stop tra piazze in tutta Italia, e alla nascita del Direttorio di Di Battista, Di Maio, Fico, Sibilia e Ruocco è effettivamente succeduto un disimpegno di Grillo come presenza, rinunciando all’asfissiante presenza inquisitoria interna ed esterna che aveva infiacchito il movimento durante le Europee ’14, preferendo che fossero gli enfant prodige, o per meglio dire i fedelissimi della Casaleggio Associati a presenziare negli ormai sdoganati salotti televisivi e a introdurre agli elettori i tanti semi-sconosciuti candidati nelle regioni e nei comuni al voto. In una strategia accuratamente affinata negli uffici di Casaleggio e con la benedizione del blog di Beppe.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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