Se semplificazione è retorica: le riforme non semplificano la vita alle imprese

24/09/2014 di Vittorio Vay

Per far ripartire la fiducia del sistema produttivo occorre la semplificazione: quella vera

Semplificazione Italia, Fare Impresa

In questi giorni, il nostro Paese torna a scontrarsi con uno dei tanti tabù caratterizzanti la nostra contorta e autolesionista mentalità italica: anche questo governo non è sfuggito alla tentazione di affrontare il mostro dell’Articolo 18, motivo di scontro ideologico da tempo immemore. Ad immolarsi in nome della flessibilità, oggi, è una nuova sinistra necessariamente riformista e pragmatica: come a offrire un sacrificio dovuto alla modernità e al cambiamento; un gesto spiazzante, spettacolare, ma che non sarà in grado di liberarci dalla stagnazione del mercato del lavoro.

Monitorando il lungo processo che darà, forse, vita all’ennesima riforma del lavoro, ci si chiede quanto – riaccendere il tema in questione – servirà a portare una ventata di ottimismo alle imprese, oramai completamente scoraggiate dal contesto economico in cui operano.

Il tema, infatti, non sembra interessare veramente le piccole imprese del territorio, quelle che ogni giorno si trovano a fare i conti con una realtà diversa da quella che sembra essere conosciuta nei palazzi della politica. Il problema non è il dover decidere la forma contrattuale migliore con cui assumere i nuovi collaboratori ma, piuttosto, come uscire vivi dagli infiniti tranelli della burocrazia, tra adempimenti, obblighi informativi, sportelli unici solo a parole, finti servizi digitali e quell’insopportabile richiesta continua di documenti da parte delle diverse Amministrazioni che, pur agendo sullo stesso territorio, non risultano in grado di condividere le principali informazioni.

Burocrazia e ItaliaLa questione da affrontare per far ripartire la fiducia del sistema produttivo è la semplificazione, quella vera, forse difficile da ottenere in tempi così rapidi da poter tenere testa agli slogan, ma unica via capace di far recuperare al Paese, concretamente, importanti punti nelle classifiche mondiali del “fare impresa”. Semplificare non vuol dire agire sul mercato del lavoro riducendo le forme contrattuali e cambiando tutto il sistema di accesso e di uscita: principi anche giusti se presi fuori dal loro contesto ma che, al momento, per le piccole imprese – senza commesse e senza lavoro – non faranno altro che costituire un’ulteriore insieme di oneri indiretti, costrette a riaggiornarsi, con i relativi costi in consulenze e formazione.

La complessità delle infinite procedure normative fa sì che, nella classifica “Doing Business – Going Local” redatta dalla WB, il Bel Paese si posizioni soltanto al 101esimo posto su 189 in ambito di efficienza concessoria della Pubblica Amministrazione per quanto riguarda i permessi nell’ambito delle attività produttive e dell’edilizia. I settori che, guarda caso, risultano più colpiti dalla crisi e dall’incapacità di dare risposte efficaci. Per ottenere un permesso edilizio, infatti, un costruttore italiano impiega in media 233 giorni all’anno, 140 giorni in più circa rispetto a Germania e Inghilterra, con un costo del 186 % del PIL pro-capite rispetto all’86 % della media OCSE.

Ancora peggio è la sorte di tutti i cittadini, non solo di coloro che fanno impresa, quando si tratta di adempiere al dovere civico per eccellenza di una società moderna e consapevole: lo stesso studio colloca l’Italia soltanto 135esima alla voce tassazione. Non solo per il livello esorbitante delle aliquote, ma soprattutto per l’estrema lunghezza e complessità delle procedure, con una media di 269 ore/anno: circa 130 ore in più rispetto a Paesi come la Francia e la Spagna, impiegate dai contribuenti nell’attività virtuosa dell’adempimento delle diverse e complesse procedure fiscali. E’ chiaro quanto questo si traduca in un costo importante in termini di consulenze e esternalizzazione delle procedure, sostenuto da parte dei cittadini e delle piccole imprese.

Non sono allora tanto le forme contrattuali e il sistema di previdenza e degli ammortizzatori sociali – che pesa soprattutto sul bilancio pubblico piuttosto che sulle imprese – a strangolare la competitività dei nostri territori, ma piuttosto la confusione normativa, aggravata dalla sovrapposizione dei poteri e delle responsabilità degli Enti Pubblici, la pesantezza delle afflizioni burocratiche a carico delle nostre imprese, nonché l’incapacità di stare al passo con i tempi di una globalizzazione frenetica, che non può permettersi di aspettare il permesso o la concessione oltre modo.

Questa nebbia si para davanti inesorabile a chi cerca di portare avanti l’attività di impresa, è accompagnata da una certa – relativa – impunità per chi fa del raggiro e dell’illegalità un’arte: ma per “fortuna” che, da ora, anche queste attività rientreranno nel PIL.

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Vittorio Vay

Consegue prima una Laurea Triennale in Scienze Politiche e di Governo presso l’Università degli Studi di Torino e poi una Laurea Magistrale in Economia e Management delle Amministrazioni Pubbliche e delle Istituzioni Internazionali presso l’Università Commerciale L. Bocconi di Milano. Attualmente, collabora con l’organizzazione di Rappresentanza Confindustriale Assolombarda.
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