Se il Parlamento va in “pensione”

17/11/2014 di Ludovico Martocchia

Tra voti di fiducia e decreti, il potere legislativo è sempre più spesso delegato al governo. Una deriva su cui riflettere, per capire cosa rimane nelle mani del Parlamento, l’istituzione cardine della democrazia, ormai privata della sua autorità

Parlamento

Legislativo, esecutivo, giudiziario. Questa è la base della moderna teoria della separazione dei poteri, elaborata da Montesquieu ed inclusa nelle costituzioni occidentali. Eppure il filosofo francese del Settecento si rivolterebbe nella tomba se potesse vedere la deriva del potere legislativo e del Parlamento in gran parte degli stati nazionali.

Evitando discorsi troppo generici o sui massimi sistemi, è bene soffermarsi sul ruolo delle due camere in Italia, sempre più esautorato a vantaggio del governo. Infatti i padri costituenti avevano appreso la lezione di Montesquieu, a tal punto da sottolineare come il Parlamento avrebbe esercitato la funzione legislativa, tranne casi di necessità ed urgenza. Questo equilibrio tra i poteri non esiste più. Vediamo perché, con riferimento specifico al Governo Renzi.

Oggi il potere legislativo è praticamente concentrato nelle mani del Governo: le camere esercitano un ruolo da comprimarie nella gestione dello stato. A dimostrazione di questo cambiamento di prospettiva sono proprio le leggi approvate dal Parlamento, visto che l’84% di esse sono di iniziativa governativa.

Lo strumento privilegiato è quello dei decreti legge, che raggiungono quota 20 in otto mesi di amministrazione Renzi, superando la media mensile dei governi Letta, Monti e Berlusconi. Anche i decreti legislativi ammontano a 34: un risultato esorbitante considerando gli articoli 76 e 77 della nostra costituzione, chiarissimi nel definire i provvedimenti del governo come straordinari e provvisori. E le materie dei decreti riguardano delle emergenze? Macché, sono le tanto attese riforme, per esempio della giustizia, della pubblica amministrazione, lo Sblocca Italia e tante altre. Una questione ormai vecchia, che anche con sentenze della Corte Costituzionale non è mai stata risolta.

Parlamento-Verdini
Il senatore di Forza Italia Denis Verdini spicca per le sue assenze: non si trova in aula 9 volte su 10

L’altro dato sconcertante riguarda i voti di fiducia, che con il governo Renzi hanno battuto qualsiasi record degli ultimi anni: uno ogni dieci giorni. È la vera arma del Consiglio dei Ministri, che tiene sotto scacco la maggioranza, delegata a mera schiaccia-bottoni. Con la fiducia il voto è per forza palese, eliminando definitivamente i franchi tiratori. In più sparisce la possibilità di approvare emendamenti, sostituiti in toto dal maxi-emendamento imposto dal Governo. Le opposizioni interne alla maggioranza si trovano di fronte all’opzione di far cadere il governo (e quindi andare tutti a casa con lo scioglimento delle camere) oppure far passare il decreto o la legge in questione, ottenendo qualcosa in cambio, (un posto più privilegiato?). Con l’apposizione del voto di fiducia le Camere accettano con la bocca cucita le decisioni dei leader a capo dei partiti, ovvero di chi comanda veramente in Italia.

Verrebbe da dire: almeno i deputati e senatori si danno da fare in aula. Neanche quello. Secondo l’indice di produttività parlamentare realizzato da Openpolis, i componenti di Camera e Senato partecipano poco ai lavori e alla presentazione degli atti. Nella classifica per entrambe le aule, la Lega Nord è la prima indiscussa in produttività, pur non facendo parte della maggioranza, seguita con distacco da Sel. Il Partito Democratico è addirittura decimo e sesto, rispettivamente alla Camera e al Senato. Il funzionamento dell’indice e le classifiche sono facilmente consultabili su internet. Ciò che interessa è un parallelo: nel momento in cui si parla di riforme essenziali e costituzionali, gli indici di produttività dei partiti di maggioranza sono bassissimi, proprio perché il potere del Parlamento è quasi totalmente delegato al governo (cosa che non può logicamente accadere per chi è all’opposizione).

L’altra notizia, che non è una novità, sono le presenze. Un esempio su tutti. Il senatore Denis Verdini, fulcro del Patto del Nazareno, e tramite tra Renzi e Berlusconi, possiede un buon 90.86% di assenze. In parole povere, nove volte su dieci non è in aula. Guai a fare politica in Parlamento.

Sembra evidente come la tripartizione dei poteri non esista più, e da molto tempo, non certo dall’arrivo di Renzi a Palazzo Chigi: l’aumento esponenziale della legislazione governativa data almeno dall’inizio degli anni ’90, con l’avvento della “Seconda Repubblica“. Il problema più grave è la completa mancanza di voci di dissenso. Le cariche di garanzia costituzionale, prima fra tutti la Presidenza della Repubblica, non si oppongono a questa deriva. Tutto è accettato e giustificato. Anzi è addirittura preferito, perché vedere un uomo che si sbraccia, lavora e suda per portare a termine un risultato, è decisamente più facile che seguire un dibattito nelle aule parlamentari, capire quali sono i pro e i contro di una decisione politica raggiunta dopo ore di discussione. Anche se, tra i rivoli di mille discussioni, spesso e volentieri lo stesso Parlamento ha dimostrato che è facile che il merito delle questioni vada perso, di fronte a tattiche per rallentare, se non affossare, la legislazione.

Siamo il paese della delega. Ci basta sapere che qualcuno fatichi per noi per essere contenti. Ma questo qualcuno di sicuro non è il Parlamento, l’istituzione madre della democrazia, che se venisse eliminata, forse nessuno se ne accorgerebbe: tanto ormai non serve più.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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