Se i moderni Indiana Jones perdono contro i predoni dell’arca

30/12/2014 di Enrico Casadei

L'ascesa di ISIS ha avuto serissime ripercussioni anche per il patrimonio archeologico di tutta l'area mesopotamica, arricchendo le casse dello Stato Islamico ed il mercato nero, e sottraendo all'umanità reperti di valore inestimabile

Isis e archeologia

Ad ottobre 2012 iniziava la missione archeologica nella regione del Kurdistan iracheno, guidata da Daniele Morandi Bonacossi, responsabile del progetto per l’Università di Udine. Gli studiosi hanno scavato nel villaggio di Tell Gomel, probabilmente il sito dell’antica Gaugamela dove, nel 331 a.C. Alessandro Magno sconfisse l’imperatore persiano Dario III, aprendosi la strada per Babilonia. La regione è la valle di Ninive, capitale dell’Assiria che dominò l’antica Mesopotamia nel I millennio a. C., sulla riva orientale del Tigri di fronte alla odierna Mossul (Iraq). Il tesoro riportato alla luce sono cinque acquedotti dell’VIII-VII secolo a. C., 239 siti archeologici finora sconosciuti, una grande necropoli e bassorilievi rupestri del VII secolo a. C. La licenza all’ateneo friuliano venne quindi, grazie al grande successo riscontrato, prorogata dal governo centrale di Baghdad e da quello della regione autonoma del Kurdistan.

Da metà agosto però la zona è controllata dai miliziani dell’Isis. Perciò, anche a causa dei bombardamenti statunitensi nella vicina diga di Mossul, la missione italiana è dovuta tornare in patria lasciando nelle mani degli jihadisti i tesori ritrovati. Tesori, perché il mercato per ciò che è rimasto della prima civiltà sedentaria umana è immenso. Nell’Ottocento i reperti dell’Impero Assiro viaggiavano in enormi casse di legno, stipati nelle stive dei vascelli, ed erano destinati ai saloni monumentali del Louvre e del British Museum. Oggi vengono avvolti in teloni di plastica e ammucchiati dai trafficanti nei portabagagli delle loro jeep, per raggiungere il confine con la Turchia in poche ore di strada. Ad attenderli, gli intermediatori occidentali pronti a trasferirli – spesso attraverso la Svizzera – nelle maggiori piazze del mercato nero: Londra, New York, Tokyo.

Ad arricchirsi non è più il semplice affarista René Emile Belloq, per dirla alla Indiana Jones, ma le casse del cosiddetto Stato Islamico, nel Kurdistan come in Siria, naturalmente insieme all’estrazione di gas e petrolio. Mentre quest’ultimo elemento è andato diminuendo i profitti, a causa del crollo del prezzo del petrolio, il primo è ancora di vitale importanza. Volendo parlare di cifre, una chiavetta Usb recuperata dall’intelligence irachena da un militante dell’Isis annoterebbe il bilancio dello sfruttamento dei soli resti della città di Nebek a circa 32 milioni di dollari grazie a centinaia di lapidi, iscrizioni, suppellettili e mosaici “messi sul mercato”. Lo stesso Bonacossi ha confermato che “la destinazione più probabile, adesso come due secoli fa, è ancora l’Occidente, nei salotti e nei caveau di collezionisti privi di scrupoli e della minima cultura, ma disposti a spendere centinaia di migliaia di euro. Soldi destinati in parte a finire, di mercante in mercante, di mediatore in mediatore, nelle casse dei miliziani per la Guerra Santa”.

Secondo il Corriere della Sera sarebbe la prova del doppio binario seguito dai fondamentalisti. Da un lato, vengono rase al suolo chiese, moschee e monumenti funerari – cercando la massima esposizione mediatica, proprio come fu per la demolizione dei Buddha di Bamiyan da parte dei Talebani in Afghanistan nel 2001 – per affermare i precetti del wahabismo, la riforma puritana che impone di abbattere ogni oggetto di culto non rivolto ad Allah. Dall’altro lato, ma in questo caso senza alcuna pubblicità, gli stessi capi dell’Isis danno in concessione le aree archeologiche occupate a squadre di scavatori professionisti, per poi dividersi i ricavi dei trafugamenti in base alla legge islamica del Khums: la quinta parte del bottino va riservata a Dio, cioè allo Stato islamico.

Ma gli italiani non sono solo nell’antica Ninive: anche ad Akerkemish, pochi metri dal confine con la Siria, ancora in Turchia. Ma dall’altra parte della frontiera sventola la bandiera dell’Isis. In questa zona gli scavi sono è protetti da un reparto di 500 soldati turchi, dotati di carri armati e postazioni di artiglieria. “Si sentivano le esplosioni delle bombe”, ha raccontato Nicolò Marchetti, professore di archeologia dell’università di Bologna, che dirige la missione. Tuttavia, un terzo dell’area archeologica è oltre il confine, intorno a Jarabulus, città siriana tenuta dai miliziani dello Stato islamico, che sembra avere a disposizione team di tecnici e manovalanza competente.

Ed ecco altri reperti che spariscono verso i ricchi mercati dell’Occidente, degli Emirati del Golfo, dell’Estremo Oriente. Inoltre, anche il bottino meno pregiato viene venduto, non tramite i canali tradizionali ma grazie a internet o meglio al “deep internet” cioè quella parte non rintracciabile tramite motori di ricerca. Francesco Bandarin, fino a poco tempo fa vicedirettore dell’Unesco e ora consulente esterno dell’Organizzazione Onu per la cultura ha confermato: “La stima annuale di 2 miliardi e 200 mila dollari dell’Unesco sui proventi del traffico illecito di beni culturali nel mondo va rivista verso l’alto dopo il sacco dell’Iraq e l’ascesa del Califfato”. Purtroppo è pertanto difficile per semplici accademici, per quanto avventurosi, opporsi al saccheggio e alla sparizione di tesori dell’umanità. Sarebbe più facile cercare il Sacro Graal.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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