Se il PD vuole tassare Google

09/11/2013 di Giacomo Bandini

Google e tassazione, Italia

Più tasse per tutti – Si era discusso già fa senza giungere ad una vera e propria conclusione. Fra proteste, schieramenti opposti tra loro ed il governo occupato a fare altro senza chiarezza di posizioni. Da qualche giorno è tornata in voga la questione sulla cosiddetta “Google Tax”, ossia l’istituzione di un prelievo fiscale proporzionato ai guadagni dei grandi operatori del web in Italia come Google, Facebook e Amazon. La proposta proviene da due forti sostenitori di Renzi alle primarie. Gli onorevoli Boccia e Carbone sono infatti i fautori di un emendamento, presentato a settembre in Commissione finanza alla Camera in occasione del voto sulla delega fiscale e ritornato di attualità con la legge di stabilità da modificare, che prevede “l’introduzione di sistemi di tassazione delle attività transnazionali, ivi comprese quelle connesse alla raccolta pubblicitaria, basati su adeguati sistemi di stima delle quote di attività imputabili alla competenza fiscale nazionale”. In poche se Google ha un ricavo pari al 10% del mercato dovrà versare il 10% di ciò che ha guadagnato.

Vado dove pago meno – Il ragionamento parte dal fatto che queste piattaforme web multinazionali non sono sottoposte alla legislazione fiscale degli stati su cui operano, bensì degli stati in cui hanno la sede legale. La sede europea di Google, ad esempio, è l’Irlanda in cui il regime fiscale è assai favorevole e presenta una pressione inferiore agli altri paesi europei. Questo secondo i due esponenti del Pd provocherebbe una sorta di concorrenza sleale con gli operatori dei Paesi stessi, costretti a regimi fiscali tutt’altro che favorevoli, e questo lo aggiungiamo noi.

Google e Tasse, in ItaliaAlcuni calcoli – Dal punto di vista tecnico la cifra indicata da Boccia, proveniente da questa nuova forma di tassazione, sarebbe pari a circa un miliardo di euro. Briciole, ma di questi tempi anche le molliche di pane fanno gola. I dati forniti dai promotori dell’emendamento difettano però di una specificazione fondamentale, come è stato fatto notare più volte in questi giorni. Si stima che il ricavo totale derivante dalla vendita di spazi pubblicitari on-line sia, per l’anno corrente, attorno ai 500 milioni di euro. Il panorama italiano della pubblicità on-line è occupato per poco più del 50% da multinazionali straniere. Il restante appartiene a società  nostrane. Dunque se la tassazione è proporzionale ai ricavi dell’azienda e, mediamente una multinazionale estera, questa possiede tra il 10% e il 15%  dei ricavi totali, essa dovrà pagare la stessa percentuale sul suo fatturato in Italia. Riprendendo il dato precedente su Facebook è possibile calcolare che i 35 milioni di ricavo corrispondano circa al 14% di 500 milioni. Secondo l’emendamento Facebook dovrà pagare il 14% delle imposte in quanto tale percentuale corrisponde alla sua fetta di mercato. Calcolata tale percentuale sui 35 milioni si arriva dunque ad un gettito di circa 5 milioni. Molto lontana, la cifra, considerando anche le altre aziende in questione, dal miliardo di euro.

Servono regole migliori, non tasse – Da un punto di vista ideologico le motivazioni dei due parlamentari appaiono alquanto deboli. Non si comprende come l’Italia debba presentarsi come promotrice dell’ennesima tassa. Recentemente in Francia sono state lanciate proposte simili, ma sono state prima avanzate richieste di regolamentazioni più specifiche alle istituzioni europee in merito alla libera circolazione delle merci e dei servizi on-line, fra cui proprio la pubblicità dei grandi operatori. Dal momento che l’Italia è membro dell’Unione commerciale e politica europea, da parte della quale non è ancora giunta una precisa risposta, non è comprensibile il varo unilaterale dell’ennesima imposizione influente sul mercato dei servizi, per giunta transnazionale. O meglio, è comprensibile nell’ottica di un governo che punta a battere cassa appena si presenta un pertugio. Senza contare però che la relativa tassazione colpirebbe in generale il mercato italiano della vendita pubblicitaria. Il quale ha sì bisogno di una regolamentazione migliore e snella, ma non di ulteriori vessazioni statali.

Non venite in Italia – Si configura così una profonda contraddizione per chi governa e chi sostiene il governo, come Boccia. Da un lato la promessa di agganciare investimenti esteri utili alla ripresa e di implementare il sottosviluppato mercato digitale del Paese. Dall’altro l’ulteriore aumento dell’imposizione fiscale sull’impresa che rende l’Italia per nulla appetibile agli occhi dei potenziali investitori internazionali. È sicuramente vero che i colossi del web sfruttino scappatoie a scapito delle concorrenze nazionali, ma ciò è generato da legislazioni verso l’interno svantaggiose per gli stessi competitors di casa. Allora verrebbe da chiedersi: è meglio prendere un miliardo subito o sperare che anche gli ultimi scampoli di investimenti stranieri non scappino a gambe levate?

The following two tabs change content below.

Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
blog comments powered by Disqus