Se anche la Cina rallenta la corsa

03/03/2015 di Alessandro Mauri

La Cina cresce del 7,4% e tuttavia è considerata in difficoltà. Cerchiamo di capire quali elementi di debolezza caratterizzano l'economia di Pechino

La Banca Centrale della Cina ha tagliato per la seconda volta in pochi mesi i tassi di interesse, lasciando presagire un lungo periodo di espansione monetaria, evidente conseguenza delle difficoltà economiche che Pechino sta affrontando.

Le decisioni della Banca Centrale – Anche le autorità monetarie della Cina sembrano aver inaugurato una fase di allentamento monetario, pur se molto meno consistente di quello delle Banche Centrali dei principali competitor mondiali (Fed, Bce e Boj). I tassi di interesse di riferimento sono stati infatti ridotti per la seconda volta in pochi mesi (l’ultima nel novembre scorso), dopo che per più di due anni non erano stati variati: il tasso di riferimento sui prestiti scende di 25 punti base al 5,35%, mentre quello sui depositi ad un anno cala sempre di 25 punti base al 2,5%. Si cerca in questo modo di rilanciare l’economia della Cina che sembra essere in affanno, come testimoniato dalla svalutazione dello yuan sul dollaro (pur se contenuta dalle strette bande di oscillazione mantenute dalla banca centrale), che segue il continuo deflusso di capitale e la riduzione della liquidità. Evidentemente non si tratta di una liberalizzazione dei tassi di interesse, che restano piuttosto lontani dalle logiche di mercato tipiche delle economie occidentali, né tantomeno si prefigura un consistente aumento di liquidità paragonabile ai Quantitative easing della Fed o della Bce, ma è un tentativo di arginare i problemi sempre più evidenti della Cina.

La scarsa crescita – Sembra assolutamente paradossale che, nel momento in cui in Europa ci si sforzi inutilmente per raggiungere qualche misero decimale, si consideri in difficoltà un’economia che cresce del 7,4%, quale è quella della Cina. Il problema può essere meglio chiarito se si considera il diverso livello di sviluppo a cui si trovano le economie occidentali e quella cinese: mentre le prime possono essere considerate mature, con un livello di reddito pro-capite soddisfacente (pur nella assoluta eterogeneità delle economie in considerazione), non va dimenticato come la Cina debba compiere ancora molta strada per chiudere il gap con gli altri Paesi, e permettere ai suoi cittadini di vivere in condizioni economiche accettabili. Il Pil in termini assoluti devi quindi crescere in maniera molto più netta rispetto, ad esempio, a quello europeo per poter garantire ai milioni di contadini che ogni anno si spostano dalle campagne alle città un posto di lavoro, e al tempo stesso migliorare il tenore di vita (ancora molto basso, salvo per pochi privilegiati) dei cittadini; il 7,4%, in questi termini, non è assolutamente sufficiente. Oltre ad essere il dato più basso degli ultimi 24 anni (e per il prossimo anno si prevede un’ulteriore diminuzione al +7%), esso nasconde al suo interno numerose problematiche: produzione industriale e investimenti in calo da diversi mesi, industria delle costruzioni ferma e calo della domanda interna. Il tutto considerando che un eventuale calo del 2% della domanda cinese di beni si ripercuoterebbe sul Pil mondiale, causandone un calo stimato dello 0,3%.

La questione del debito – La criticità che più preoccupa quando si analizza la situazione della Cina è tuttavia un’altra, ben nota anche in Italia: il debito. Se si considera il debito complessivo (costituito cioè da debito pubblico e debito dei privati), quello dei Pechino raggiunge i 28 trilioni di dollari, pari al 282% del Pil e quadruplicato in soli sette anni, dai 7 trilioni del 2007. Ancora una volta il confronto internazionale potrebbe sviare e far sottovalutare il problema: esistono Paesi molto più indebitati complessivamente (per esempio la Spagna è oltre il 400%, il Giappone sopra il 500%), e il dato cinese non è molto distante da quello Usa (282%); quello che però occorre valutare è la tipologia del debito, e il mix di quello cinese è potenzialmente esplosivo. Si tratta infatti per lo più di debito legato per oltre la metà al mercato immobiliare (con un elevato rischio di bolla edilizia), al fenomeno delle cosiddette “banche ombra”, nonché alle indebitatissime amministrazioni locali.

Non finisce qui – Molti ipotizzano che queste difficoltà possano spingere le autorità centrali a rifondare e riformare l’economia cinese verso un’economia più di mercato e più favorevole allo sviluppo delle imprese ma, anche se così fosse (cosa che comunque appare piuttosto improbabile), emergerebbero almeno altre due questioni irrisolte. La prima riguarda il passaggio da un’economia di stampo socialista (pur con i dovuti distinguo, nel caso della Cina) ad una di mercato, che, come la lezione dei paesi ex socialisti dell’est Europa insegna, è una transizione tutt’ altro che indolore, sia dal punto di vista economico, sia da quello dell’instabilità politica. Certo, il passaggio non dovrebbe essere altrettanto repentino rispetto a quanto avvenuto con l’Unione Sovietica, e dovrebbe seguire un lento processo di aggiustamento, ma il rischio di contraccolpi è sicuramente presente. La seconda questione è quella ambientale: il livello di inquinamento e i modelli produttivi adottati in Cina sono assolutamente incompatibili con qualunque modello sostenibile nel tempo, e anche in questo caso l’adozione di un diverso approccio alla questione potrebbe rivelarsi traumatico.

E’ evidente come non ci sia un problema immediato per quanto riguarda la crescita economica di Pechino, ma è altrettanto chiaro come, nel medio-lungo periodo, la Cina necessiti di un profondo riassetto economico, prima che l’accumularsi delle criticità descritte determini un crollo molto più netto dell’economia del Dragone.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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