Scuola e apprendimento: un laptop non fa lo studente

24/04/2015 di Ginevra Montanari

Il sistema educativo di questo secolo è in crisi. È risaputo: in Italia, come in altri paesi, il livello scolastico dei ragazzi è deludente. Possono le nuove tecnologie essere la chiave per migliorare l'apprendimento delle menti giovani. O forse, bisogna tornare a dare valore alla figura più sottovalutata degli ultimi anni, l'insegnante?

Le Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione (TIC), per molto tempo sono state percepite come fondamentali, l’ultima spiaggia per trasformare la scuola, l’istruzione e l’apprendimento degli studenti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. La convinzione alla base di molte iniziative di introduzione tecnologica nelle scuole, è che l’apprendimento accadrà se gli studenti otterranno accesso diretto alle TIC. Tuttavia, nonostante anni di ricerca, c’è poca prova del valore di questi approcci. Al fine di verificare l’impatto dell’investimento di risorse significative in attrezzature digitali, nel 2010 il Ministero dell’Istruzione lanciò un bando per distribuire 30.000 euro a 156 classi di prima media. Dalle interviste effettuate, i fondi sono stati utilizzati per l’acquisto di lavagne interattive, tablet, e-reader, videoproiettori e via dicendo. Al termine del ciclo triennale della scuola media, gli alunni sono stati testati, per verificare possibili effetti delle attrezzature sugli apprendimenti. I risultati sono risultati infruttuosi, specialmente se rapportati all’entità dell’investimento per studente (circa 1.200 euro): in media non si identifica alcun miglioramento nei risultati dei test sia di italiano che di matematica; se si tiene conto dell’eterogeneità delle origini sociali degli studenti, si trova un limitato effetto positivo per gli alunni che provengono da famiglie svantaggiate culturalmente. Iniziative americane, come “Un Laptop Per Bambino”, sebbene lodevoli per il loro tentativo di risolvere la disinformazione, le spese, e l’impatto ambientale, fino ad oggi non hanno mai avuto risultati concreti e successi educativi duraturi.

La ragione principale per la mancanza di successo di questi progetti, è la poca considerazione rivolta alla figura più importante nella formazione ed esperienza di apprendimento del bambino: l’insegnante. Decenni di ricerca hanno mostrato che il contributo più importante per il miglioramento dei risultati scolastici nelle scuole è chiaro: abbiamo bisogno di educatori migliori, ed è su di loro che si dovrebbe catalizzare l’attenzione. La politica, piuttosto che lanciarsi solo su progetti tecnologici e su fonti di apprendimento alternative, dovrebbe concentrare i suoi sforzi sul corpo insegnanti. Se questi programmi non hanno avuto i risultati sperati, è proprio per questa fondamentale dimenticanza. Di conseguenza, in virtù di dati empirici e anni di esperienza, risulta chiaro come attualmente sia in realtà più proficuo investire risorse per la formazione degli insegnanti. E bisognerebbe non solo istruire gli individui non ancora qualificati, ma anche quei docenti che sono già in servizio, in modo tale da aggiornare e rinfrescare periodicamente metodi e conoscenze. La formazione degli studenti verrà, com’è logico, di conseguenza. Le nuove tecnologie sono molto attraenti: forniscono risposte apparentemente facili alle sfide dell’educazione; sono sempre più convenienti e accessibili, anche nei paesi a basso reddito, e sono più appetibili rispetto ad un reclutamento di un personale di alta qualità, o un ampliamento dei programmi di formazione per adulti. La tecnologia scolastica sembra risolvere il problema del garantire l’istruzione anche in quelle remote aree dislocate su diverse aree geografiche. Purtroppo, come già detto, non vi sono forti prove in merito. La Banca Mondiale ha pubblicato il primo studio definitivo sull’efficacia delle TIC in aula nel 2005, concludendo che la loro efficacia non è stata provata. Da allora, nessuno studio è riuscito ad affermare il contrario. Uno studio pubblicato nel 2013 dalla Banca Interamericana di Sviluppo (IADB) sull’impatto dei programmi di distribuzione dei laptop in Perù, ha rilevato che, mentre la competenza informatica è logicamente aumentata, non c’erano segni di migliori risultati scolastici. Per ora, non esistono correlazioni tra tecnologia e apprendimento scolastico.

Non c’è bisogno di ulteriori studi per capire che la chiave dell’apprendimento non è tecnologica, ma radicata nelle relazioni umane. Quanto può imparare un bambino grazie a degli aiuti tecnologici più innovativi? Certo, sono il futuro, sono comodi, pratici, veloci, e alleggeriscono il peso di uno zaino, ma è davvero preferibile investire tutto su Google piuttosto che su una figura di riferimento? La relazione che si instaura tra un formatore e i suoi ragazzi, può essere subordinata ad una lavagna interattiva? Uno studio del Regno Unito dimostra come, nel corso di un anno, una classe ottiene un 40% in più di apprendimento grazie ad un insegnante di matematica molto efficace. Questo approccio sfrutta inoltre un’altra caratteristica fondamentale: gli adulti non imparano come fanno i bambini. L’educazione degli adulti è più adatta ai canali digitali di apprendimento di quanto possa esserlo per i più piccoli. Ed è proprio qui che le TIC si rivelano strumenti dal potenziale non indifferente. Un buon proposito per l’anno che verrà potrebbe essere questo: che il dialogo sia reale, costruttivo, profondo, un concerto di voci, una coreografia di menti, e non un vuoto monologo, anche se squisitamente cibernetico.

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Ginevra Montanari

Nasce a Roma il 4 settembre 1993. Diplomata al liceo linguistico europeo Sacro Cuore, attualmente frequenta la facoltà di Scienze Politiche alla Luiss Guido Carli. Da sempre appassionata di cinema, musica e teatro.
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