Scontro Turchia-UE: a rischio l’accordo sui migranti

18/05/2016 di Michele Pentorieri

Bruxelles chiede di modificare la legge antiterrorismo, Erdoğan si oppone. L’Europa pensa ad un piano B, ma il rispetto di quanto deciso a Marzo fa comodo ad entrambi.

Dopo qualche mese di incertezze e negoziazioni, l’UE e la Turchia sembrano essere arrivate a quello che, se non è un muro contro muro, poco ci manca. Bruxelles spinge per una modifica della legge antiterrorismo in vigore in Turchia, Erdoğan denuncia un’ingerenza negli affari interni. E così l’accordo sui migranti raggiunto lo scorso 18 Marzo rischia di saltare. L’intesa, lo ricordiamo, prevede che i migranti che entrano illegalmente in Grecia (cioè quasi tutti, visto che avviare la procedura per la richiesta d’asilo dallo Stato d’origine ed attenderne poi l’esito rischiando nel frattempo di morire in un raid aereo o in un attacco suicida non è una valida alternativa) vengano rispediti in Turchia. In cambio, per ogni respingimento, la Turchia ricolloca un siriano in Europa, fino ad un massimo di 72mila. Il costo di questa molto parziale esternalizzazione del problema migranti è 6 miliardi, da versare nelle casse turche e destinati alla creazione di campi profughi e centri di identificazione adeguati. Inoltre, viene stabilita la riapertura dei negoziati per l’ingresso di Ankara nell’UE. Due considerazioni vale la pena sottolineare. Nel 2015 il numero di migranti giunti in Europa è stato quasi 14 volte superiore a quei 72mila di cui sopra. Ragion per cui l’accordo, al netto di qualsiasi considerazione morale ed etica, numeri alla mano ha un impatto marginale sul fenomeno. Inoltre, il meccanismo “uno contro uno” implica che la redistribuzione in Europa dei migranti (dalla Turchia) non avverrà fino a che non si raggiungerà un numero corrispondente di respingimenti (verso la Turchia).

L’accordo può saltare per due ragioni: l’una politica, l’altra umanitaria (anche se l’intera questione andrebbe affrontata da un punto di vista legale, ma non è questa la sede adatta). Sul primo versante, il nodo è la già citata legge antiterrorismo in vigore in Turchia. Martin Schulz, presidente del Parlamento Europeo, ha dichiarato che “l’interpretazione di questa legge si spinge tanto in là da farci ritenere che alcune delle misure non riguardino tanto la lotta al terrorismo quanto piuttosto la libertà d’espressione e la libertà della stampa”. Il Ministro per gli Affari Europei turco Bozkir ha ribadito l’impossibilità di modificare la legge, sostenendo che sia in linea con gli standard europei. In sostanza, la preoccupazione dell’UE riguarda gli atteggiamenti di Erdoğan, sempre più uomo solo al comando dopo le dimissioni di Davutoğlu ed il suo rapporto conflittuale con l’informazione turca. Qualora Ankara non riformasse la tanto criticata legge, l’UE è pronta a bloccare il progetto di liberalizzazione dei visti per i cittadini turchi. L’altra ragione di un possibile fallimento dell’intesa ha a che fare con il trattamento dei suddetti migranti da parte delle autorità turche. Pochi giorni fa nel campo di Nizip è venuto alla luce uno scandalo pedofilia, ma sono numerose le denunce fatte da organizzazioni per la tutela dei diritti umani circa le condizioni di detenzione e – più in generale – il trattamento dei migranti da parte di Ankara. Secondo Human Rights Watch, tra Marzo ed Aprile agenti della frontiera turca hanno pestato ed ucciso 5 persone -tra cui un bambino- ferendone altre 14. Inoltre, da Agosto 2015, sembra che la polizia di frontiera abbia arbitrariamente – ed illegalmente – respinto centinaia di richiedenti asilo in Siria. In realtà, su questo fronte l’Europa è esposta critiche simili, soprattutto per quanto riguarda Melilla, ma questa è un’altra storia.

Il punto è che, al netto delle smentite di rito, l’UE – anche solo per mettere pressione alla Turchia – sta pensando ad un piano B. In realtà non sarebbe qualcosa di particolarmente innovativo o complesso. Si tratterebbe semplicemente di girare i 6 miliardi alla Grecia, affinché possa migliorare il pietoso stato nel quale versano i centri d’accoglienza e possa far fronte in maniera efficace agli sbarchi. In ogni caso, le diplomazie di UE e Turchia cercheranno comunque di ricucire lo strappo. L’interesse primario della Turchia è quello di riprendere i negoziati per l’ingresso nell’UE, e per farlo punta tutto sulla sua condizione di diga naturale di migranti che la geopolitica le ha concesso. L’Unione Europea, a parte questo slancio dell’ultim’ora, ha come obiettivo quello di ridurre il flusso di migranti provenienti dalla rotta balcanica. Come detto, sotto questo punto di vista l’accordo con la Turchia serve solo fino ad un certo punto, ma costituisce comunque la base per una collaborazione futura sul tema. In sostanza, l’UE sembra determinata a continuare a seguire il modello ormai decennale fatto di accordi bilaterali di respingimento. In ossequio a tale schema, cordiali rapporti con la Turchia sono indispensabili per arginare il flusso di migranti in entrata. Flusso che, è sempre bene ricordarlo, nel 2015 ha visto varcare le soglie dell’Unione ad un numero di persone pari allo 0,2% della sua popolazione.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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