Uno scheletro reale: l’Italia prenda esempio

05/02/2013 di Luciano Di Blasio

Riccardo IIlSi sa, il Regno Unito, nella sua anima inglese perlomeno, ama la propria storia reale: la monarchia è l’essenza dei sudditi di sua maestà, identità millenaria di un popolo isolano e a tratti isolato, ma centrale periferia d’Europa. È proprio per questo che ha destato grande scalpore ed entusiasmo la conferma che lo scheletro rinvenuto ad agosto dello scorso anno in un parcheggio della città di Leicester (nel cuore delle Midlands del Regno) sia quello del re Riccardo III, morto nella battaglia di Bosworth Field nel 1485, scontro decisivo che pose fine alla famigerata War of the Roses, con la vittoria dei Lancaster sui Plantageneti (la famiglia York) dello stesso Riccardo III.

La ricerca era stata iniziata dall’Università di Leicester in collaborazione con la Richard III Society: la stessa università ha confermato ieri di non avere dubbi sull’identità dello scheletro. Sono stati effettuati test di comparazione del DNA con i discendenti del casato dei Lancaster che hanno confermato l’identità del re, ipotesi già peraltro avvalorata da prove visive: lo scheletro mostra un’evidente scoliosi, caratteristica di Riccardo che è passata alla storia per merito della spietata propaganda Tudor che lo identificava come un “twisted psychopath” (“uno psicopatico attorcigliato”). Fu l’ultimo re inglese a morire in battaglia, e i suoi resti lo testimoniano: riporta i tipici traumi di chi viene buttato giù da cavallo, e la parte frontale del teschio non è eccessivamente danneggiata, nel tipico spirito di voler preservare il volto del re per poterne provare la morte (secondo il Guardian è quello che oggi definiremmo “l’effetto Gheddafi”, con il ribelle che urla di non colpirlo in faccia: chi sosteneva che la storia si ripete forse non aveva tutti i torti…).

Quello che però dovrebbe “sconvolgere” un popolo disabituato alla normalità culturale come il nostro è l’energia sprigionata dalla macchina mediatica, storico-accademica e istituzionale che si è messa in moto negli attimi successivi all’annuncio. L’Università si è vantata orgogliosamente del grande lavoro archeologico e storico-documentale compiuto: non dimentichiamo che la storia è stata segnata dalla dinastia Tudor, che l’ha raccontata per secoli dal suo punto di vista, e l’immagine di Riccardo III ne usciva distrutta; basti pensare alla spietata rappresentazione shakespeariana di un mezzo uomo, mostro nel fisico e spietato arrivista nell’animo.

Le autorità locali hanno messo insieme in quattro e quattr’otto un business sul sito in cui è stato rinvenuto lo scheletro (un parcheggio dove precedentemente sorgeva la chiesa di Greyfriars, supposto luogo di sepoltura del re); hanno inoltre già organizzato una mostra temporanea e annunciato che l’anno prossimo verrà inaugurato un nuovo centro visitatori permanente. È già in programma, sempre per il 2014, una cerimonia di ri-sepoltura dei resti, altro evento che non faticherà ad attirare turisti e media.La Richard III Society è già in movimento per dare nuova linfa a ricerche che possano riabilitare e rinnovare l’immagine di questo re per secoli bistrattato.

Questa semplice notizia, che lascerà molti indifferenti, e farà forse addirittura sorridere alcuni, testimonia una terribile verità, una verità trita e ritrita e che, forse anche per questo, molti cominciano a dimenticare e considerare secondaria: il patrimonio storico-archeologico, artistico-letterario e culturale italiano è nell’oblio delle istituzioni, e anche della cittadinanza. Dovremmo, una volta di più, imparare dagli inglesi (o da quasi qualsiasi altro paese europeo, e non solo): loro, che pur hanno alle spalle una gloriosa storia millenaria, possiedono un patrimonio quasi trascurabile se confrontato al nostro, ma hanno una grande mentalità imprenditoriale che permette loro di valorizzare l’heritage tutelandolo e al contempo generando profitto e posti di lavoro. Siamo in campagna elettorale, ma nessuno si assume la responsabilità di denunciare lo stato d’imbarazzante degrado del nostro patrimonio, e ancor più nessuno dei candidati sembra rendersi conto del potere economico della cultura e del turismo da esso derivanti: un volano che avrebbe dell’incredibile per il nostro paese e che, invece, è scioccamente dimenticato dai più, con una preoccupante e squallida connivenza dalla stragrande maggioranza dei cittadini.

Ancora una volta, mi trovo qui – e parlo in prima persona sperando però d’incarnare le preoccupazioni di altri giovani come me – a supplicare uno sguardo verso gli altri, verso chi le cose sembra saperle fare: per evitare, in una sorta di mito di Sisifo al contrario, di ritrovarsi a scavare all’infinito un tunnel della metro di un treno che non passerà mai.

The following two tabs change content below.

Luciano Di Blasio

Nasce a Lanciano (CH) il 20/03/1987 e cresce a Ortona (CH): un abruzzese dalle velleità internazionali. Maturità scientifica (100/100, premiato dalla fondazione De Medio) a Francavilla al Mare (CH), vince il premio come miglior studente di matematica della provincia di Chieti. Vive un anno a Newcastle (UK) studiando ingegneria elettronica, sei mesi a Rio de Janeiro. Si laurea in Lingue e Letterature Moderne (Tor Vergata, inglese e portoghese) con una tesi in letteratura inglese post-coloniale sullo scrittore nigeriano Ken Saro-Wiwa. Attualmente iscritto al secondo anno Corso di Laurea Magistrale in International Relations (Scienze Politiche, LUISS). Membro fondatore dell'associazione GiovaniRoma 2020. Drogato di letteratura, politica, F1, tennis e calcio.
blog comments powered by Disqus