Saving Mes Aynak, se il business vale più della storia umana

04/06/2015 di Iris De Stefano

Qadi Temori e Brent Huffman, rispettivamente un archeologo afgano e un documentarista americano stanno tentando di salvare la zona archeologica di Mes Aynak. Da cosa? Dagli interessi economici della China Metallurgical Group, in procinto di distruggerla per sfruttare giacimenti minerari

mes Aynak

Di tutte le distruzioni che sembrano accompagnare colpi di stato, guerre civili, prese di potere da parte di gruppi terroristici o violenti cambi di regime, nulla genera tanta incredulità quanto l’eliminazione sistematica di opere d’arte spesso millenarie. Non è certamente una novità che i nuovi gruppi al potere decidano di abbattere ogni simbolo che ricordi il regime precedente, distruggendo così opere dal valore inestimabile.

Recentemente tanto si è parlato dello scempio compiuto a Mosul da parte dell’IS, dove siti archeologici dell’antica capitale assira, dal valore incalcolabile, sono stati distrutti a martellate. Il numero di esempi di atti barbari dello stesso calibro sono però numerosi: dai roghi di opere d’arte compiuti dai nazisti ai saccheggi nell’Italia dell’immediato dopo guerra, dalla distruzione di Lhasa nel 1950 a quella delle tombe di fango e dei manoscritti a Timbuctù compiuta dai jihadisti malesi nel 2012, la quantità di opere d’arte irrimediabilmente perdute ha proporzioni impressionanti.

Mes AynakOriana Fallaci, nel suo discusso libro “La rabbia e l’orgoglio”, racconta la sensazione di incredulità nata dalla notizia della distruzione dei Buddha afghani di Bamiyan, avvenuta nel 2001 dopo che un tribunale locale ne aveva ordinato l’abbattimento dopo un processo per iconoclastia. La giornalista scriveva: “Vi scongiuriamo, vi supplichiamo, non fatelo. I monumenti archeologici sono patrimonio universale [..]. Si mise in ginocchio l’Onu, si mise in ginocchio l’Unesco, si mise in ginocchio l’Unione Europea. Si misero in ginocchio i paesi vicini o confinanti. La Russia, l’India, la Thailandia, e perfino la Cina che aveva sullo stomaco il delitto di Lhasa. Ma non servì a nulla.”

Un articolo del marzo scorso del Wall Street Journal riprendeva l’idea della Fallaci, ma anche di decine di storici dell’arte, politici e pezzi della società civile: la distruzione di opere d’arte dovrebbe essere considerata un crimine di guerra. Ogni tentativo di salvare opere d’arte dovrebbe essere incoraggiato e i criminali che compiono barbarie simili fermati da adeguate sanzioni emanate dalla Corte internazionale di giustizia dell’Aja. La Convenzione dell’Aja del 1954 sulla protezione dei beni culturali esplicitamente proibisce l’utilizzo di monumenti e siti d’arte per scopi militari e il danneggiamento o il maltrattamento di questi in ogni modo possibile.

Date queste premesse, appare ancor più ignobile la distruzione di opere d’arte per meri scopi economici così come scontata è la necessità di opporvisi. È questo il caso di Qadi Temori e Brent Huffman, rispettivamente un archeologo afgano e un documentarista americano che, tra gli altri, stanno tentando di salvare la zona archeologica di Mes Aynak.

Buddha Mes AynakSituata nel nord-est dell’Afghanistan, poco a sud di Kabul, il sito si trova proprio in quella fascia territoriale tra la capitale e il Pakistan, regno incontrastato dei talebani. A minacciare oggi uno dei più grandi siti archeologici del Medio Oriente è però un usufrutto concesso per 30 anni al China Metallurgical Group (MCC) per tre miliardi di dollari. La zona è infatti situata su un giacimento di rame dal valore ipotizzato in 100 miliardi di dollari e il progetto estrattivo comporterebbe la distruzione del sito e di sei villaggi ad esso adiacenti.
Alla notizia dell’accordo un coordinamento internazionale di archeologi, guidati dall’Istituto nazionale afgano di archeologia e dalla Delegazione archeologica francese si era mosso per impedirne la distruzione e, riuscendo ad avere i permessi per uno “scavo d’emergenza” di un anno – dal maggio 2010 al luglio 2011 -, riuscirono a portare alla luce più di 400 reperti archeologici. Con il passare degli anni però, sebbene le attività estrattive per il momento non siano iniziate, il numero degli archeologici impegnati nell’area è diminuito drasticamente, passando da circa 660 a poco più di una decina. La mancanza di fondi, le pressioni delle lobby minerarie e del governo cinese sembrano star avendo la meglio.

La campagna a favore del salvataggio della zona archeologica sembra iniziare ad essere conosciuta a livello mondiale, grazie al documentario di Brent Huffman “Saving Mes Aynak”, la campagna di raccolta fondi su Indiegogo, e una petizione su Change.org per chiedere al Presidente afgano Mohammad Ashraf Ghani di salvare il sito all’inevitabile distruzione dell’attività estrattiva e semplificare le procedure per nominare il sito Patrimonio dell’Umanità. Per ulteriori informazioni è stato aperto anche un sito: http://www.savingmesaynak.com.

Se davanti alle scene di distruzione di barbari restiamo allibiti e impotenti, quando c’è la possibilità di salvare uno tra i siti più importanti del Medio Oriente, nulla dovrebbe esser lasciato intentato. Fino a quando la prima ruspa entrerà in azione c’è ancora speranza per Mes Aynak.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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