Sanità: il peso dell’esperienza

17/08/2014 di Pasquale Cacciatore

L'acquisizione di skills nell'ambito chirurgico e il rapporto di fiducia tra medico e paziente, come gestire l'inesperienza?

Medicina, Chirurgia ed esperienza

La domanda potrà apparire retorica, ma chi si farebbe operare da un chirurgo privo di esperienza? Un chirurgo pluridiplomato, conoscitore teorico delle più innovative tecniche in letteratura medica, abilissimo anche nel relazionarsi col paziente non offrirà mai la stessa immagine di fiducia di un chirurgo “esperto“, ovvero con centinaia di interventi già realizzate, seppur magari dalle conoscenze di gran lunga inferiori. Se ci si sofferma, però, a riflettere su tale situazione, si capisce facilmente che nessun chirurgo acquisisce questa esperienza se non, appunto, costruendola da zero. Il che vuol dire vi sarà sempre il “paziente primo”, quello affidato alle mani del chirurgo inesperto che avrà così il modo di iniziare a formarsi anche praticamente sul campo, in modo da acquisire quell’expertise che in futuro gli varrà la qualifica di fidato professionista. Un discorso che, ovviamente, può benissimo essere trasporto anche per l’operatore medico-clinico.

Istruzione in ogni ambito medico. Ogni formazione professionale, in medicina, ha un suo processo a livelli, una curva d’apprendimento fondamentalmente inevitabile. Tanto più se si tratta, come appunto per la chirurgia, di mettere in pratica conoscenze teoriche con un dislivello tra la carta e la carne del paziente facilmente ravvisabile al tavolo operatorio. Non si può imparare senza fare pratica, insomma. Il discorso, da questo lato, è più che chiaro.

ChirurgiaDal punto di vista etico, invece, il problema è particolarmente complesso. Come proteggere, infatti, il paziente, che è il fine ultimo di ogni atto medico, in questo processo di acquisizione di skills che necessariamente lo vede divenire oggetto di istruzione e apprendimento? La strada più semplice è spesso quella della menzogna, per quanto brutto possa leggersi. Al paziente timoroso si spiega che no, il chirurgo non è alle sue prime operazioni e che sì, un intervento del genere o quella specifica operazione l’ha già compiuta decine di volte. Ma è chiaro che, in un’ottica di fiducia globale nel rapporto medico-paziente, una strada del genere è solo una scorciatoia per aggirare un serio problema.

Un problema globale. Le curve d’apprendimento non riguardano, tuttavia, esclusivamente il singolo professionista medico, ma intere equipe di lavoro, quei medical team che stanno diventando oggi il fondamento dell’approccio multidisciplinare al paziente (con ottimi risultati in termini di assistenza sanitaria). Anche qui, tuttavia, con un costo fondamentale.Ad esempio, agli inizi degli anni ’90 una struttura ospedaliera in Inghilterra introdusse un avanzato sistema per correggere la trasposizione delle grandi arterie, rara malformazione cardiovascolare di neonati, fino a quel momento affrontata con semplici trattamenti palliativi che garantivano una scarsa prognosi. Ebbene, i primi risultati positivi dell’applicazione della nuova tecnica iniziarono ad arrivare dopo qualche anno, e nel frattempo il tasso di mortalità fra i piccoli pazienti era addirittura raddoppiato rispetto ai vecchi trattamenti palliativi.

Soluzione è programmazione. Si discute molto, oggi, della possibilità di localizzare o “regionalizzare” determinate prestazioni sanitarie, alla luce – essenzialmente – del concetto dimostrato statisticamente in decenni di analisi, ovvero che gli outcome qualitativi sono migliori nei centri che hanno più esperienza. In poche parole, il paziente in lista per intervento di colecistectomia avrà meno probabilità di complicanze nel centro che pratica cinquecento interventi di questo tipo ogni anno invece che nel piccolo ospedale dove se ne praticano cinquanta. Un discorso del genere, tuttavia, aprirebbe uno scenario davvero temibile nel contesto della “democrazia sanitaria” che, bene o male, rimane comunque parte del nostro sistema assistenzialistico, oltre a aumentare ancor di più i problemi di disparità nell’accesso alle cure che già si sperimentano quotidianamente.Se a ciò si aggiunge la scure della spending review sanitaria che, inesorabilmente, colpisce anche il mondo sanitario (con la massimizzazione del risultato in termini di efficienza ed efficacia), allora si capisce perché, quando si parla di nuove tecniche e di acquisizione di esperienza si calpesta un terreno delicatissimo.

Terreno delicato perché, alla fine, ne va dell’interesse del paziente, ultimo fruitore del servizio. Paziente che ha tutto il diritto di essere assistito al meglio e di essere protetto, sempre e comunque, dalla formazione che su di lui viene effettuata. Difficile, certo, ma non impossibile: basta un’efficace opera di programmazione e una promozione sempre maggiore del forte legame tra il paziente ed il medico, capace di sottolineare che senza il paziente il medico non può imparare, ma che – allo stesso tempo – senza il medico il paziente non può guarire. Un win-win, in tale ottica, è dunque obiettivo fondamentale.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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