Sandro Pertini, l’eredità politica, umana e intellettuale a 23 anni dalla morte

27/02/2013 di Matteo Anastasi

Il 24 febbraio 2013, mentre gli italiani si recavano alle urne, ricorreva il 23° anniversario della morte di Sandro Pertini, settimo presidente della Repubblica Italiana nonché secondo socialista – dopo Saragat – a ricoprire l’incarico.

Scrivere di Pertini non è semplice. Non perché non sia facile incensare uno dei più grandi protagonisti della storia italiana del Novecento. Bensì perché un articolo sullo statista ligure, dotato di completezza ed esaustività, richiederebbe ben più spazio di quello che mi è gentilmente concesso in questa rubrica. Per questo mi limiterò a una biografia ragionata, cercando di indicare alcuni momenti – flash li definirei – significativi della vita di Pertini, a mio avviso assai efficaci per descrivere qualità, prima umana, poi politica, del “presidente più amato dagli italiani”.

Nato nel 1896 a San Giovanni di Stella, piccola frazione del savonese, da un’agiata famiglia di proprietari terrieri, il giovane Pertini ha come primo mentore Adelchi Baratono, socialista riformista e stretto collaboratore di Filippo Turati. Del professor Baratono non dimenticherà mai un monito, esposto pubblicamente il 20 gennaio 1979 in un discorso ai lavoratori dell’Italsider: «Se non vuoi mai smarrire la strada giusta, resta sempre al fianco della classe lavoratrice, nei giorni di sole e nei giorni di tempesta». Terminati gli studi classici, è chiamato a combattere – contro la sua volontà di socialista neutralista – sul fronte dell’Isonzo. Lo fa con coraggio e determinazione, guadagnandosi una medaglia d’argento al valor militare per aver guidato, nell’agosto del 1917, un assalto al monte Jelenik durante la battaglia della Bainsizza.

Con l’avvento del fascismo emerge limpidamente la coerenza intellettuale di Pertini. Differentemente da altri futuri partigiani, è da subito ostile al regime. Il 1925, anno della proclamazione della dittatura, si rende protagonista di atti di estremo coraggio: prima depone, indossando una cravatta rossa, una corona di alloro in omaggio a Giacomo Matteotti – da poco ucciso dai fascisti – venendo barbaramente picchiato; poi, in primavera, s’impegna nella distribuzione di un opuscolo da lui redatto, Sotto il barbaro dominio fascista, in cui denuncia le illegalità commesse dal regime. Viene per questo sottoposto a processo, al Tribunale di Savona, dove rivendica il proprio operato, assumendosi ogni responsabilità e dicendosi disposto a proseguire la lotta contro il regime e in favore del socialismo e della libertà. Viene condannato a otto mesi di reclusione, che precedono il confino, inflittogli alla fine del 1926 ed eluso da Pertini tramite la fuga in Francia.

Tre anni dopo, è il marzo del 1926, rientra clandestinamente in Italia. Riconosciuto e arrestato alla fine dell’anno, viene condannato dal Tribunale Speciale per la difesa dello Stato a dieci anni e nove mesi di reclusione e a tre anni di vigilanza speciale, per aver «svolto all’estero attività tali da recare nocumento agli interessi nazionali», nonché per «contraffazione di passaporto straniero». Durante il processo Pertini si alza e grida: «Abbasso il fascismo! Viva il socialismo!». Passano tre anni, Pertini è in precarie condizioni di salute, viene trasferito presso il sanatorio giudiziario di Pianosa e la madre presenta domanda di grazia alle autorità. Ma Pertini si dissocia deciso – dichiarandosi disposto a morire per le sue idee – e invia una celebre contro-missiva alla madre: «Perché mamma, perché? Qui nella mia cella, di nascosto, ho pianto lacrime di amarezza e di vergogna. Quale smarrimento ti ha sorpresa, perché tu abbia potuto compiere un simile atto di debolezza? E mi sento umiliato al pensiero che tu, sia pure per un solo istante, abbia potuto supporre che io potessi abiurare la mia fede politica pur di riacquistare la libertà. Tu che mi hai sempre compreso, che tanto andavi orgogliosa di me, come hai potuto pensare questo? Ma, dunque, ti sei improvvisamente così allontanata da me, da non intendere più l’amore, che io sento per la mia idea?».

In prima fila durante la resistenza partigiana, dopo l’esposizione a Piazzale Loreto – nella notte tra il 28 e il 29 aprile del 1945 – dei corpi di Mussolini, Claretta Petacci e altri esponenti della Rsi, non ha dubbi nel commentare la vicenda: «L’insurrezione si è disonorata».

Trentatré anni dopo, è il 1974, Pertini – allora presidente della Camera – indignato, si rifiuta di firmare il decreto di aumento dell’indennità dei deputati: «Ma come, dico io, in un momento grave come questo, quando il padre di famiglia torna a casa con la paga decurtata dall’inflazione […] voi date quest’esempio d’insensibilità? Io deploro l’iniziativa. Ma, entro un’ora, potete eleggere un altro presidente della Camera. Siete seicentoquaranta. Ne trovate subito seicentocinquanta che accettano di venire al mio posto. Ma io, con queste mani, non firmo».

Nel discorso di fine anno del 1982 parla espressamente del problema mafioso – tema ricorrente nei discorsi di Pertini – ricordando le figure di Pio La Torre e del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: «Vi sono […] mali che tormentano il popolo italiano: la camorra e la mafia. Quello che sta succedendo in Sicilia veramente ci fa inorridire. Vi sono morti quasi ogni giorno. Bisogna stare attenti a quello che avviene in Sicilia e in Calabria e che avviene anche con la camorra a Napoli. Bisogna fare attenzione a non confondere il popolo siciliano, il popolo calabrese e il popolo napoletano con la camorra o con la mafia. Sono una minoranza, i mafiosi. E sono una minoranza anche i camorristi a Napoli. Prova ne sia questo: quando è stato assassinato Pio La Torre, vi era tutta Palermo intorno al suo feretro. Quando è stato assassinato il generale Dalla Chiesa, con la sua dolce, soave compagna, che è stata più volte qui a trovarmi, tutta Palermo si è stretta intorno ai due feretri per protestare.
Quindi il popolo siciliano, il popolo calabrese e il popolo napoletano sono contro la camorra e contro la mafia».

Curioso aneddoto: un anno dopo, è il 1983, affida il compito di formare il governo a Bettino Craxi, il quale si presenta al Quirinale indossando dei jeans: Pertini urla, lo caccia a male parole e gli intima di ritornare al Colle con un abbigliamento adeguato.

Ulteriori due episodi del 1983 ben descrivono e onorano l’uomo Pertini: prima, in febbraio – tra lo stupore generale – visita in ospedale il giovane Paolo Di Nella, militante del Fronte della Gioventù, in coma per essere stato colpito alla testa con una spranga da due giovani di sinistra e che sarebbe deceduto pochi giorni dopo; poi, in primavera, impone lo scioglimento del consiglio comunale di Limbadi, in provincia di Vibo Valentia, a seguito dell’elezione del latitante Francesco Mancuso, capo dell’omonima famiglia mafiosa. Nel 1988, visita la camera ardente e rende omaggio al suo nemico politico di sempre, Giorgio Almirante.  Due anni dopo, la notte del 24 febbraio 1990, si spegne all’età di 93 anni.

Pur dichiarandosi sempre ateo, negli anni Ottanta sviluppa un rapporto di stima reciproca con Giovanni Paolo II, mentre nel suo studio al Quirinale mantiene un crocifisso, sostenendo di ammirare la figura di Gesù perché capace di sostenere le sue idee fino alla morte.

La carrellata di episodi finora citati rende il giusto omaggio a Sandro Pertini. Ma la vita dello statista ligure presenta, a mio parere, anche delle pesanti macchie. Due su tutte: l’appoggio all’attentato di Via Rasella del 23 marzo 1944, cui conseguenza fu l’eccidio delle Fosse Ardeatine perpetrato dai tedeschi, e il sostegno incondizionato e ammirato nei confronti di un sanguinoso dittatore come Josif Stalin. Riguardo la prima “macchia”, emblematica è un’intervista del 1977 in cui Pertini confermò la sua estraneità alla decisione di sferrare l’attacco, ma, altresì, non mancò di manifestare adesione allo stesso una volta realizzato, nonostante questo avrebbe poi portato alla morte di centinaia di italiani: «Le azioni contro i tedeschi erano coperte dal segreto cospirativo. L’azione di via Rasella fu fatta dai Gap comunisti. Naturalmente io non ne ero al corrente. L’ho però totalmente approvata quando ne venni a conoscenza. Il nemico doveva essere colpito dovunque si trovava. Questa era la legge della guerra partigiana. Perciò fui d’accordo, a posteriori, con la decisione che era partita da Giorgio Amendola». A proposito del secondo neo, ecco il suo intervento al Senato, in qualità di presidente del gruppo socialista, all’indomani della morte di Stalin, nel marzo 1953: «Il compagno Stalin ha terminato bene la sua giornata, anche se troppo presto per noi e per le sorti del mondo. L’ultima sua parola è stata di pace […] Si resta stupiti per la grandezza di questa figura che la morte pone nella sua giusta luce. Uomini di ogni credo, amici e avversari, debbono oggi riconoscere l’immensa statura di Giuseppe Stalin. Egli è un gigante della storia e la sua memoria non conoscerà tramonto». Parole, evidentemente, discutibili.

A 23 anni dalla morte, obiettivo di questo articolo è invitare a “ripensare” Pertini, nei suoi molti pregi ma anche con le sue, forse poche, ma certamente significative, lacune. Indubbiamente brillantezza, carisma, onestà e coerenza politica non possono essere messe in discussione. E solo questo basterebbe per capire l’immensa superiorità di Pertini dinanzi all’odierno panorama politico italiano.

Europinione è un sito guidato da giovani e diretto, in primo luogo, ai giovani. E ai giovani Pertini, nel 1978 – in occasione del tradizionale messaggio di fine anno del Capo dello Stato al Paese – indirizzava queste significative – e più che mai attuali – parole: «I giovani non hanno bisogno di prediche, i giovani hanno bisogno – da parte degli anziani – di esempi di onestà, di coerenza e di altruismo».

 

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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