San Pio V – La Fenice di Roma

15/03/2014 di Silvia Mangano

Papa Pio V, biografia

Nell’immaginario comune è il Papa della Controriforma. Austerità, rigore e ortodossia furono i pilastri del pontificato di Antonio Ghislieri, quinto successore di Pietro che scelse il nome Pio.

Nacque nel 1504, da una famiglia povera appartenente alla nobiltà decaduta, e visse l’adolescenza nel ducato di Milano. All’età di quattordici anni entrò nell’ordine dei Frati Predicatori – meglio noti come Domenicani. La sua scelta fu probabilmente dettata dal carisma dell’ordine, fondato per combattere l’eresia tre secoli prima, e si rivelò profetica per gli anni avvenire: nel 1517, l’eco delle martellate di Martin Lutero sulla cattedrale di Wittenberg davano inizio alla frattura della Christianitas. Divenuto frate scelse il nome Michele e venne ordinato sacerdote nel 1528. Dopo una brillante carriera di teologo e una altrettanto rigorosa come vescovo, fu nominato grande inquisitore della Chiesa Romana a soli cinquantaquattro anni.

Papa Pio VNon passò molto tempo prima che la sua influenza all’interno del Sant’Uffizio venne limitata dallo stesso Pio IV, che nutriva un certo astio nei suoi confronti da quando il domenicano aveva cominciato a rimproverarlo per i costumi troppo mondani della corte papale. Fu anche per questo motivo che il collegio cardinalizio si sorprese allorquando, alla morte di Pio IV, il cardinal nepote Carlo Borromeo e il cardinale Alessandro Farnese chiesero al conclave di far convergere il voto sul Ghislieri. Divenuto pontefice nel 1566, Pio V impresse rapidamente una nuova rotta di governo a Roma, dedicando tutto il suo tempo al raggiungimento di tre obiettivi: la riforma in seno alla Chiesa, l’applicazione dei decreti del Concilio di Trento in tutta la cristianità e la crociata contro i turchi.

Il Concilio tridentino, istituito per rispondere all’eresia protestante e durato complessivamente più di un ventennio, era finito da soli tre anni. Pio V aveva compreso che in sé si sarebbe rivelato inutile, qualora non fosse stato accompagnato da una profonda riforma dei costumi ecclesiastici. Bisognava dimostrare ai fedeli che per condurre una vita evangelica non si doveva per forza uscire dalla comunione con Roma. Chiamò alla sua corte Niccolò Ormaneto, braccio destro di Borromeo, e iniziò la battaglia alla corruzione ecclesiastica. Soppresse il nepotismo, colonna portante dello stato temporale della Chiesa di quel tempo, irrigidì i costumi e nominò i visitatori, addetti al controllo “morale” dei sacerdoti e dei vescovi romani. Il rigore con cui furono applicati i decreti del Concilio gli attirarono il risentimento di molti, ma la maggior parte dei cattolici apprezzò le novità e il popolo romano gradì i provvedimenti presi in loro favore: alleggerì la pressione tributaria, favorì l’agricoltura e la bonifica di molti quartieri e incentivò il sostegno agli ospedali e ad altre istituzioni caritatevoli.

Al vaglio del clero romano si sommò anche la riforma generale del clero cattolico: rivide il catechismo, il breviario e il messale (ancora oggi, alcuni cattolici utilizzano il messale “di san Pio V”), uniformò l’insegnamento religioso in tutta Europa e diede ampio impulso alla fondazione di seminari. Infine, per dimostrare che lo zelo filologico non era appannaggio dei soli biblisti protestanti, nominò una commissione di dotti reclutati in tutta Europa per la revisione della Vulgata. Lo spirito domenicano si estrinsecò nella nomina a dottore della Chiesa di san Tommaso d’Aquino, occasione in cui ribadì l’importanza fondamentale della teologia medievale, e istituì la Congregazione dell’Indice dei libri proibiti (1571).

Sostenitore della superiorità del potere spirituale su quello temporale, Pio V cercò di esercitare una forte influenza nella politica religiosa degli stati europei. Il primo a entrare in aperto conflitto con il papa fu Filippo II di Spagna, che rischiò di incorrere nella scomunica perché non intendeva rinunciare alla propria ingerenza nella chiesa spagnola. Quando, poi, papa Ghislieri incoronò granduca di Toscana Cosimo I de’ Medici, fu chiaro a tutti i sovrani che la mossa costituiva uno smacco agli Asburgo d’Austria, i cui interessi vertevano da tempo sul territorio toscano. L’imperatore Massimiliano II, in polemica con il papa per la politica di apertura ai luterani portata avanti nell’Austria inferiore, minacciò di invadere Roma alla testa di un esercito di protestanti e fu soltanto grazie agli sforzi diplomatici degli ambasciatori e dei legati pontifici che non si arrivò a un aperto conflitto.

Ma le lotte interne all’Europa andavano sedate, un nemico potente giungeva alle porte della cristianità occidentale con una furia titanica: l’espansione islamica aveva abbattuto Nicosia il 9 settembre 1570 e trucidato Famagosta il 5 agosto 1571. Il racconto del martirio subìto da Marcantonio Bragadin scatenarono l’ira del Rey prudente e dei veneziani, i quali risposero prontamente all’appello di Pio V ad aderire a una Lega Santa. Le flotte navali della Lega, comandate dal famoso Giovanni d’Austria, si riunirono a Messina e partirono alla volta dello scontro. Era il 7 ottobre 1571 e al largo delle acque di Lepanto gli eserciti cristiani riportarono una spettacolare vittoria contro la flotta turca. Si racconta che Pio V, mentre a Lepanto imperversava la battaglia, ebbe una visione della Beata Vergine con in mano la corona del Rosario, la quale gli comunicò la vittoria dei crociati. Alzatosi in piedi, si dice abbia esclamato: «Sono le 12, suonate le campane, abbiamo vinto a Lepanto». Ordinò che le campane fossero suonate ogni giorno a mezzogiorno e che si recitasse l’Angelus in onore di Maria, ed esattamente un anno dopo, il 7 ottobre 1572, istituì la festa del Santo Rosario.

Papa innovatore e conservatore, la sua austerità e il suo rigore morale portarono una ventata d’aria fresca nella cristianità incancrenita dal vizio. Il suo richiamo alla comune fede nell’ortodossia cattolica permisero all’Europa di resistere all’assalto turco e la sua politica di riforma in risposta al Protestantesimo costituì un nuovo esempio di quella peculiare caratteristica della Chiesa Cattolica di saper rinascere dalle proprie ceneri.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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