San Girolamo, il sapiente del deserto

05/09/2016 di Simone Simeoni

Nel teatro di un impero romano tardoantico sempre più cristianizzato si colloca la vita di San Girolamo, eremita e raffinato intellettuale, il cui nome è rimasto legato indissolubilmente alla traduzione della Bibbia in latino: la Vulgata.

San Girolamo

 «In principio creavit Deus caelum et terram. Terra autem erat inani et vacua, et tenebrae erant super faciem abyssi: et spiritus Dei ferebatur super aquas»: con queste parole inizia il Libro per eccellenza, tanto antico da non serbare memoria del proprio autore e così vasto da contenere la memoria collettiva di un intero popolo e, per i credenti, la storia della Salvezza. Si tratta dei primi due versetti della Bibbia (Genesi 1, 1-2), così come sono stati letti per secoli durante le celebrazioni del rito cattolico, prima dell’introduzione delle lingue moderne. Questa forma latina che si è tramandata per quasi due millenni e che prende il nome di Vulgata si deve – secondo la tradizione – a un uomo dalla vita straordinaria, diviso tra una sconfinata cultura e la vocazione alla vita eremitica, capace di addossarsi il peso di un’operazione complessa e rischiosa come la traduzione di un libro che si ritiene essere Parola di Dio. Un uomo di caratura eccezionale, che la Chiesa ha posto a salvaguardia di tutti gli studiosi che, anche oggi, continuano a leggere, a tradurre, a scrivere e a perseguire la cultura in ogni sua forma; un uomo che risponde al nome di Sofronio Eusebio Girolamo.

San Girolamo nel DesertoGirolamo venne alla luce a Stridone, un vicus della provincia dell’Illirico, nel 347, data nella quale si pone, tradizionalmente, anche il concilio di Sardica, che doveva prendere alcuni importanti provvedimenti relativi all’eresia ariana: benché sia stato dimostrato che con tutta probabilità il concilio dovette tenersi almeno tre anni prima, rimane interessante il parallelismo tra questo evento e la nascita di Girolamo, visto soprattutto il ruolo che egli avrà nelle future controversie dottrinali. Rampollo di una abbiente famiglia cristiana, si trasferì a Roma, dove ebbe una solida formazione letteraria e retorica sotto la guida di alcuni dei più famosi grammatici del tempo, come Mario Vittorino ed Elio Donato. Nonostante le tentazioni numerose che l’Urbe offriva ai suoi abitanti, Girolamo sentì forte il richiamo alla vita monastica: battezzato proprio a Roma nel 366, alla conclusione dei suoi studi si trasferì nella grande città germanica di Treviri, dove entrò in contatto con i concetti dell’anacoretismo egiziano che venivano lì insegnati da Atanasio di Alessandria, patriarca esiliato della grande metropoli egizia per via della sua posizione nella diatriba sull’eresia ariana. L’orientamento per una vita ascetica lo portò a lasciare Treviri per la città di Aquileia dove si unì a una cerchia di personaggi che, riuniti sotto l’egida del potente vescovo Valeriano, avevano scelto lo stesso indirizzo di vita. Fu una scelta che inizialmente soddisfò moltissimo Girolamo, tanto da fargli dire che il gruppo di asceti era simile ad un “coro di beati”. Ma ben presto il giovane anacoreta si rese conto che la vita nella comunità non procedeva con l’armonia che sarebbe stata necessaria: inimicizie sorsero tra gli asceti e avvelenarono la pace del luogo, spingendo Girolamo a una nuova peregrinazione.

Era il 375 quando si imbarcò su una nave diretta in Oriente, dove si ritirò nel deserto, nei pressi della città di Calcide, in Siria. Iniziò così un lungo anno di vita eremitica durante il quale Girolamo provò sul proprio corpo i rigori della fame e delle privazioni, nel silenzio e nella meditazione, nella preghiera e nello studio e anche nella penitenza. Ed erano penitenze dure, quelle di Girolamo, che, si dice, fosse uso colpirsi ripetutamente con una pietra. Lentamente si formò una piccola comunità di asceti, che risiedevano insieme in un monastero. E proprio questo luogo sarebbe stato teatro di una delle vicende più iconiche relative a Girolamo: un grande leone giunse dal deserto mettendo in fuga tutti i monaci, spaventati; solo Girolamo restò al suo posto, e anzi, si avvicinò alla belva, accogliendola nel monastero e rendendosi conto che essa era ferita. Con i suoi confratelli quindi Girolamo curò le ferite del leone facendolo poi restare con la comunità, al fianco dell’asino, unica proprietà dei monaci, che lo usavano per portare le provviste dalla città. Un giorno però, una colonna di mercanti rubò l’asino mentre il leone dormiva e i monaci al ritorno accusarono la belva di averlo mangiato, cominciando a fargli fare gli stessi lavori. Ma il leone incontrò di nuovo la colonna di mercanti e, riconosciuto l’asino, li attaccò, per riportare la bestia ai suoi legittimi proprietari. Una leggenda famosa, tanto da trovare spazio nella celebre raccolta di agiografie scritta da Jacopo da Varazze nel XIII secolo, la Legenda Aurea, e da essere alla base della caratteristica rappresentazione iconografica di Girolamo in compagnia del leone.

San Girolamo StudioMa anche nel deserto Girolamo era destinato a rimanere deluso dalla sua esperienza ascetica: gli eremiti erano infatti divisi dalle discussioni sull’eresia ariana e questa conflittualità finì per turbare il clima di pace e di religiosa meditazione. Così Girolamo tornò alla città, scegliendo Antiochia, dove era stato brevemente prima della sua esperienza nel deserto di Calcide. Vi giunse nel 378, ed ebbe la possibilità di assistere alle lezioni del grande teologo Apollinare di Laodicea, strenuo difensore del credo niceno contro l’eresia ariana e intimo amico di quell’Atanasio di Alessandria che Girolamo aveva ascoltato a Treviri. Queste lezioni furono fondamentali nella sua scelta di chiedere l’ordinazione a presbitero, che fu officiata nel 379 dal vescovo Paolino d’Antiochia. Di lì Girolamo mosse verso Costantinopoli, dove studiò approfonditamente il greco, sotto la guida di Gregorio di Nazianzo, uno dei Padri Cappadoci, e dei più eminenti teologi del tempo. Maggiore si faceva la sua conoscenza della lingua greca, più ampie diventavano le sue letture: divorò i testi degli autori cristiani Origene ed Eusebio, opere che larga parte ebbero nel suo futuro, e che colpirono molto il suo immaginario, tanto da spingerlo a tradurle in latino. E proprio grazie a questa traduzione è sopravvissuto il Chronicon di Eusebio, perduto nel suo originale greco. Ma quando infine Gregorio di Nazianzo abbandonò Costantinopoli, Girolamo sentì che era giunto il momento anche per lui di tornare in Occidente. Nel 382 fece vela verso Roma, dove venne accolto come consigliere fidato del papa Damaso I che gli affidò il compito grandioso e fondamentale che lo avrebbe reso celebre: la traduzione in latino della Bibbia. Già nel 383, inoltre, si inserì nel confronto teologico con l’opera Adversum Helvidium che esaltava la verginità di Maria contro l’opinione del vescovo Elvidio secondo la quale ella avrebbe avuto altri figli dopo Gesù.

Mantenendo il suo rigore ascetico, Girolamo non ebbe difficoltà a ispirare un gruppo di donne a una vita più spirituale. Si trattava delle ricche vedove Marcella e Paola, e delle figlie di queste, Eustichio e Blesilla, le quali finirono per formare una congrega riunita proprio intorno a Girolamo. Ma in ogni caso esse non assunsero mai il ruolo delle famigerate agapete, le consorti dei presbiteri, quelle che egli definiva “mogli senza marito” e contro le quali propugnava invece il celibato ecclesiastico. Una posizione che lo poneva in forte contrasto con il clero romano che, mantenendo una linea giovianista, era propenso a mantenere queste figure. È probabile che queste controversie gli costassero l’elezione al soglio pontificio allorché, nel 384, papa Damaso venne a mancare. Non trovando alcun vero fondamento sul quale appoggiare la loro opposizione all’elezione di Girolamo, gli esponenti del clero romano strumentalizzarono la tragica morte di Blesilla, insinuando che potessero essere state le pratiche ascetiche e le mortificazioni corporali troppo rigide a condurre la giovane alla morte e imputandone la colpa a Girolamo, che dovette quindi rimettere la sua candidatura, lasciando che venisse eletto papa il prelato Siricio.

San Girolamo VitaVista l’opposizione incontrata a Roma, Girolamo si imbarcò di nuovo per l’Oriente, accompagnato stavolta da alcuni monaci fedeli, dal confratello Paoliniano, dal vescovo Vincenzo e dalle irriducibili Paola ed Eustichio. Grazie alle ricchezze di queste ultime Girolamo poté fondare, nel 385 un grande monastero a Betlemme, nel quale si ritirò per completare la sua grande opera. La traduzione del Nuovo Testamento assegnatagli, infatti, venne conclusa solo nel 390, mentre l’Antico Testamento richiese ancor più tempo: la versione definitiva della Vulgata, il testo liturgico per eccellenza della chiesa romana, vide la luce oltre vent’anni dopo essere stata cominciata. Non si fermò però la sua attività teologica e culturale: nel 392 compose il De viris illustribus, una galleria di biografie sullo stile delle vite suetoniane, che ci ha tramandato notizie sulle vite di 135 autori cristiani e apologeti, a partire da Pietro fino a Girolamo stesso. Un fondamentale affresco che ci permette di meglio comprendere quel periodo turbolento che è la tarda antichità, e le mille sfaccettature del nuovo impero cristiano. Nel 393, invece, vide la luce l’Adversum Iovianum, importante opera che riassume l’intero ideale teologico di Girolamo, esaltando l’ascetismo e l’astinenza dalla carnalità, facendo ricorso, tra l’altro, a un vasto bagaglio culturale che non si limita agli autori cristiani, ma comprende anche grandi filosofi pagani come Teofrasto, Seneca e Porfirio.

Ma negli ultimi anni di vita, confinato nel monastero di Betlemme, a Girolamo non rimase che continuare la sua traduzione, portata avanti con metodo e rigore, non rendendo “la parola con la parola” ma “il senso con il senso”. Nel 404 la fedelissima discepola Paola morì per essere poi santificata; Girolamo la seguì in questo destino sedici anni dopo, nel 420, dopo aver concluso la Vulgata e, soprattutto, nello stesso periodo in cui una legge dell’imperatore Onorio imponeva ai presbiteri il celibato. Fu l’ultima, estrema, vittoria del sapiente che aveva scelto il deserto.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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