Salvatore Contarini, il grand commis che arginava Mussolini

26/01/2013 di Matteo Anastasi

Nuovo appuntamento con la rubrica “oggi parliamo di…”, il protagonista, questa volta, è Salvatore Contarini, capace di gestire, almeno nei primi anni, la figura di Benito Mussolini con riferimento alla politca estera italiana. Primo articolo anche per Matteo Anastasi, che da oggi si occuperà della rubrica a tempo pieno. Un imbocca al lupo e un abbraccio da parte di tutta la redazione!

Il 31 ottobre 1922, tre giorni dopo la marcia su Roma, Benito Mussolini faceva il suo ingresso a Palazzo Chigi, allora sede del ministero degli Affari Esteri, per assumerne la guida ad interim. Ad attenderlo, in un crescente stato di preoccupazione e perplessità, la vecchia Consulta, composta da diplomatici di “carriera” – tecnici, diremmo oggi – fedeli servitori di quell’Italia liberale oramai sul viale del tramonto. A guidare questa squadra di funzionari era il senatore Salvatore Contarini, dal 1920 segretario generale del Mae e a lungo vero dominus della politica estera italiana.

Contarini era nato a Palermo il 6 agosto del 1867. Uomo dotato di grande intelligenza e carisma, forgiato da oltre trent’anni di servizio, al momento dell’insediamento del capo del fascismo ne divenne – per così dire – l’educatore. Come ha incisivamente ricordato Sergio Romano: «deciso a evitare che Mussolini si comportasse come il proverbiale elefante in un negozio di porcellana, Contarini ne divenne il tutore e cominciò per quanto possibile a sgrossarlo». Ne acquisì la fiducia, lo istruì sugli aspetti tecnici del mondo della diplomazia (non da ultimo, lo indirizzò su buone maniere e abbigliamento. Quotidiane furono, in tal senso, le telefonate alla governante del Duce, Cesira) ma non riuscì, tuttavia, a farne un buon diplomatico. Mussolini, che quando si trovava a parlare alle folle era una tigre, nei dialoghi privati, a quattr’occhi – soprattutto con stranieri – diventava timido e impacciato. Rilevata questa debolezza, Contarini cercò di limitarne gli incontri coi diplomatici di altri paesi, mentre, nei contatti che egli stesso prendeva con loro, utilizzava il timore reverenziale che la figura del dittatore incuteva per esercitare le pressioni politiche desiderate. Come ricordato da Mario Luciolli, dato il suo temperamento, Contarini non mancò di trovare una formula efficace per spiegare questa tattica ai suoi collaboratori. «Mussolini», diceva loro, «dobbiamo adoperarlo come il sangue di San Gennaro: farlo vedere una volta l’anno e soltanto da lontano».

Non è un caso, quindi, che la prima manifestazione della politica estera “muscolare” del Duce giunse durante una temporanea assenza di Contarini. Il 27 agosto 1923 scoppiava la crisi di Corfù, maturata a seguito dell’uccisione del generale Enrico Tellini e di quattro suoi collaboratori, giunti in terra greca al fine di delimitare il nuovo confine con l’Albania decretato dalle decisioni post-belliche e barbaramente assassinati da nazionalisti ellenici. Mussolini, intenzionato ad aprire una partita con la Grecia che avrebbe dovuto concludersi con l’annessione di Corfù, ordinò a Paolo Emilio Thaon di Revel – duca del Mare e ministro della Marina – di bombardare e occupare l’isola, intimò ad Atene di presentare scuse formali e chiese un forte indennizzo pecuniario (circa cinquanta milioni di lire). Ma l’azione militare suscitò l’indignazione dell’opinione pubblica internazionale e, soprattutto, della Gran Bretagna, politicamente protettrice della Grecia. Il Foreign Office faceva chiaramente intendere di non esser intenzionato a tollerare una simile azione, mentre Revel telegrafava a Palazzo Chigi che lo stato delle nostre difese tirreniche rendeva del tutto sconsigliabile uno scontro con Londra. Nel frattempo Contarini era tornato a Roma e, mentre il senatore «lavorava a incollare i cocci della porcellana rotta da Mussolini, le forze italiane lasciarono Corfù». Rientrò così, senza ancora danni irreparabili e grazie alla pazienza e all’abilità diplomatica dei suoi collaboratori – Contarini in testa – il primo strattone d’impazienza dato dal duce alla sua educazione di uomo di Stato. Il senatore ci mise la faccia e la Gran Bretagna, rassicurata dalla parola di un uomo la cui integrità e serietà erano indiscusse nell’ambiente diplomatico internazionale, accettò la sua posizione di garante.

Negli anni seguenti Contarini, con crescenti difficoltà, continuò ad arginare lo spirito revanscista di Mussolini e dei suoi gerarchi. Restò al timone della politica estera italiana fino alla conferenza di Locarno del 1925, momento in cui l’Europa s’illuse di poter vivere un lungo periodo di pace sotto l’egida dell’intesa franco-tedesca. In quegli anni l’attitudine mussoliniana a reagire a ogni sussulto internazionale con perentori telegrammi, potenziali cause di nuovi incidenti diplomatici, fu frenata da Contarini in collaborazione con l’allora capo di gabinetto, il calatino Giacomo Paulucci di Calboli Barone. Quest’ultimo, come messo in luce dal suo biografo Giovanni Tassani, prima di dar corso ai telegrammi, li sottoponeva al segretario generale, il quale – il più delle volte – senza batter ciglio bocciava il testo che arrivava sotto i suoi occhi. La questione generalmente si concludeva con Mussolini che, sbollita l’ira e remissivo di fronte alle motivazioni esposte da Paulucci su ordine di Contarini, «senza commenti, strappa il telegramma gettandolo nel cestino».

Ma il 1925 non fu solo l’anno di Locarno; fu anche, e soprattutto, il momento del delitto Matteotti e della conseguente levata di maschera di Mussolini e del fascismo con l’affermazione della dittatura e dello Stato totalitario. Sistemata la situazione interna, l’amministrazione degli Affari Esteri iniziò a essere sottoposta alle crescenti pressioni degli estremisti, cui obiettivo era la completa fascistizzazione dello Stato. Fu in particolare Roberto Farinacci, il “superfascista”, a lavorare in tal senso all’interno di Palazzo Chigi, con l’obiettivo di screditare il cosiddetto “triangolo siciliano”, composto da Contarini, Paulucci e dal direttore degli Affari Generali del Mae Vincenzo Lojacono. Indignato dalle pretese revisioniste del duce – oramai sempre più deciso ad affrancarsi da uomini spiritualmente estranei al fascismo – Contarini rassegnò più volte le dimissioni, rientrate fino al marzo 1926, momento del definitivo congedo, giunto dopo un duro attacco verbale indirizzato da Mussolini a Berlino. «Poiché V.E. non mi lascia tutta la responsabilità delle mie funzioni, e mi dà evidenti prove di sfiducia, attaccando violentemente quella Germania della quale siamo garanti in base al trattato di Locarno, con un discorso che non mi è stato comunicato, me ne vado». Con queste parole lasciava Palazzo Chigi Salvatore Contarini, uno dei centocinquanta migliori servitori dello Stato unitario (titolo di cui è stato insignito nel giugno 2011), il grand commis – probabilmente l’unico – che riuscì a frenare gli istinti mussoliniani. La sua uscita di scena coincideva con la morte della vecchia diplomazia italiana, quella dei concorsi e del merito, che, nel 1928 – con l’immissione nella carriera dei cosiddetti “ventottisti” – avrebbe lasciato spazio a un altro genere di meritocrazia, quella fascista.

The following two tabs change content below.

Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
blog comments powered by Disqus