Salvate il 25 aprile dalla strumentalizzazione pubblica!

26/04/2016 di Edoardo O. Canavese

I fischi alla Brigata Ebraica. I pericolosi paragoni di civatiani e leghisti. L’indifferenza a destra e nel M5S. La piazza del 25 aprile si spoglia di ogni elemento commemorativo e diventa stadio in cui la storia si arrende alle necessità elettorali, editoriali, polemiche. 

25 aprile

Fino al tramonto della Prima Repubblica, il 25 aprile è stata una festa divisiva. Ai lati opposti, chi la considerava una celebrazione propria, spesso rifiutando di dividere i meriti con altri attori, e quanti ne rifiutavano la validità storica, sostenendo essa avesse preluso ad una vera occupazione angloamericana. In due parole, comunisti e neofascisti.

Tuttavia il tema centrale del dibattito erano la Liberazione, la memoria, gli episodi storici che contraddistinsero il periodo ’43-’45. Quando, nel marzo ’94, Berlusconi vinse le elezioni, portò al governo gli ex neofascisti di An, e conseguentemente inaugurò una stagione di disimpegno istituzionale nell’esercizio della memoria storica. Il 25 aprile, inteso come evento commemorativo, fu celebrato a quasi esclusivo appannaggio della sinistra italiana, nonché sempre più di frequente occasione di polemica tra le parti. Fino ad oggi, quando la strumentalizzazione politica ha vanificato ogni tentativo di ricordo.

Vuoi per la progressiva scomparsa dei protagonisti e testimoni oculari, vuoi per l’analfabetismo funzionale per il quale l’Italia primeggia nel mondo, la narrazione della Resistenza viene sacrificata in nome della rissa d’opinione. Più facile cogliere l’occasione per attaccare l’Unione Europea, per polemizzare sull’astensione di due domeniche fa e per lanciare la corsa al “no” referendario, contro la riforma della Costituzione.

L’estremismo antipolitico e populista – diretta conseguenza del declino dei nipoti dei partiti che organizzarono la Liberazione e ne raccolsero il mandato istituzionale –  s’è impadronito di una fetta importante dell’elettorato, ha condizionato lo sviluppo di ogni partito, ha spinto il giornalismo ad alimentarne i tratti estremisti, ed oggi rifiuta il ricordo di un evento tanto complesso quanto solenne nonchè, per necessità storiche, unitario. In un Paese in eterna campagna elettorale il bisticcio sull’attualità paga di più, in termini di visibilità, del ricordo.

Matteo Salvini schiamazza a suon di maiuscole che Renzi, Mattarella e Boldrini sono ipocriti perché, scesi in piazza per commemorare la Liberazione, sono “complici e finanziatori di una nuova occupazione straniera”: sì, assimila i migranti ai nazifascisti. La sinistra sinistra di Possibile fa scrivere che i partigiani non si astennero, richiamando il referendum sulle estrazioni di gas e petrolio, creando un distorto e biasimevole paragone tra l’opera antifascista e i paladini notriv. Mentre gli avversari di Renzi, benedetti dall’assenso del presidente ANPI Smuraglia, espongono banchetti e raccolgono firme contro il referendum costituzionale di ottobre, gli antagonisti antisionisti si distinguono per i tentati sabotaggi alla partecipazione della Brigata Ebraica, costretta a Roma a celebrare separatamente, fischiata ed insultata a Milano. Uno sfregio e una prova di ignoranza storica tombali.

E’ vero che c’è stato chi, come l’assessore del comune milanese Corsico, Di Capua, ha vietato che si intonasse l’inno della Resistenza “Bella Ciao” accennando all’antica polemica sulle colpe dei partigiani. L’ordinanza è stata puntualmente, e giustamente, ignorata. Tuttavia episodi d’intolleranza razziale come quelli nei riguardi della Brigata Ebraica nascondono la totale e voluta incoscienza di quel che significò la Liberazione dal nazifascismo.

La storia della Brigata Ebraica, formatasi sotto l’egida britannica, è avventurosa ed eroica: nata in Palestina nel 1942 dall’appello inglese ai protetti della corona (anche in Palestina), l’VIII gruppo di armata raggiunse nel novembre ’44 la Romagna, precisamente il fronte del fiume Senio che resse e costituì avamposto di riconquista alleata grazie anche e soprattutto ai soldati della Brigata. Non abbastanza per gli antagonisti che, liberi di esprimersi anche grazie a loro, censurano i reduci e gli eredi dell’VIII gruppo di armata per quanto accaduto in Palestina dalla nascita di Israele nel ’48 all’omicidio di un palestinese in arresto, settimane fa. Puntuale attinenza.

Difficile evitare gli smottamenti populisti su qualsivoglia tema, ancorché storico. Le manifestazioni per il 25 aprile sono naturalmente destinate alla strumentalizzazione, come da anni capita per il 2 giugno. E’ sbagliato rinunciare a priori alla partecipazione e rintanarsi nella propria torre d’avorio, come centrodestra e M5S, lasciando intesa la paura di perdere qualche voto nostalgico. Oggi è indispensabile riflettere sull’uso della storia che politica ed antipolitica stanno facendo e, soprattutto, ribellarsi all’oblio verso cui le forzate attualizzazioni ci stanno trascinando. E’ indispensabile decontestualizzare la Festa della Liberazione dall’arena polemica nella quale l’opinione pubblica è quotidianamente coinvolta e sforzarsi di ricostituire intorno al 25 aprile uno dei pilastri fondamentali del nostro Stato. Questo non significa ingurgitare la lezioncina della retorica sulla Resistenza turandosi il naso e chiudendo gli occhi. Se ne discuta, si dibatta, si approfondisca, anche nel privato e non per forza in piazza, ma si ricordi la Storia, non la si strumentalizzi.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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