Sal Albanese, dalla Calabria la corsa (di un immigrato) per la Grande Mela

03/04/2013 di Luca Tritto

C’è un Paese nel Mondo, forse l’unico, dove si può ancora vivere un sogno. Lo si può creare, perseguire, ottenere. Un Paese dove tutta la gente in arrivo, anche soffrendo la discriminazione di altri gruppi etnici, può emanciparsi e ottenere ciò per cui si è partiti, raggiungendo la Terra Promessa. Si parla degli Stati Uniti d’America. È ovvio, non sempre è stato così. Storie di violenza urbana, ghettizzazione, lotte per i diritti civili. Tuttavia, ancora oggi è possibile vivere una storia come quella di cui stiamo per parlare.

Sel AlbaneseLe origini – C’è un uomo, partito a otto anni dal suo paesino di origine in Calabria, Mammola, nei pressi di Marina di Gioiosa Jonica. Quest’uomo si chiama Sal Albanese, e ora è il candidato a Sindaco di New York per il Partito Democratico. In Italia sembrerebbe impossibile, eppure l’anomalia siamo noi.

Figlio di un carpentiere ed una sarta, Albanese arrivò negli U.S.A. nel 1957, quando ancora gli italiani in America erano lavoratori umili, da poco integrati, e spesso denigrati perché associati alla malavita, dominante in quei tempi. È sposato con Lorraine, dalla quale ha avuto due figlie. Ha dichiarato di essere legato alla sua terra natìa e di esservi ritornato, anche se sarà molto difficile in caso di vittoria. Perfettamente integrato, parla italiano solo con i genitori, e poco con le figlie. Del resto ricorda Leon Panetta, il calabrese ex Ministro della Difesa ed ex Capo della CIA, l’intelligence americana. Niente male per un altro immigrato. Albanese, dopo aver frequentato la scuola cattolica, si laureò presso l’Università di New York nel 1976. Nel 1982 viene eletto al Consiglio Comunale della Grande Mela, come rappresentante per i distretti a maggioranza italiana, soprattutto Bensonhurst, a Brooklyn. Rieletto per ben quattro volte, ha lavorato nelle commissioni di pubblica sicurezza, salute e trasporti. Nel 1997 arriva terzo nelle primarie del Partito Democratico per la corsa al Municipio, mentre nel 2008 è nella delegazione di New York dei Democratici alla Convention nazionale, schierandosi a favore dell’elezione di Barack Obama, al quale è molto legato.

Ora sembra sia la volta buona. È lui il candidato.

Il sogno – Proviamo a guardare questa storia dal punto di vista italiano. È come se il candidato sindaco di Roma o Milano fosse un extra-comunitario nato altrove e venuto qui da bambino. A rigor di legge, non godrebbe neanche della cittadinanza, a meno che non abbia rispettato i termini previsti dalle concessioni vigenti in Italia, decisamente restrittivi. Gli Stati Uniti d’America, invece, sono una nazione nata con l’immigrazione, prima anglosassone, poi irlandese, italiana, ebraica e nordeuropea, infine ispanica ed asiatica. New York è il centro perfetto di questo melting pot. Nonostante le discriminazioni, tutti i gruppi hanno avuto una possibilità, e proprio gli Italiani, più di tutti, son riusciti a raggiungere i più alti livelli di integrazione, benessere e importanza nell’intera Nazione. In altre parole, l’Italia ha vissuto i drammi dell’emigrazione, ma ancora non capisce quello dell’immigrazione. La polemica sulla concessione della cittadinanza ai figli degli immigrati nati in Italia ci fa tornare indietro di decenni rispetto alle altre democrazie europee.

L’America ha saputo sfruttare le opportunità di tutti coloro i quali vi entravano con speranza. In Italia, questa speranza viene annullata. Non si cerca di capire, neanche a livello umano, un fenomeno del genere. Non è solo una questione di diritto. È una questione di lungimiranza, integrazione, rispetto delle regole. Basta vedere cosa hanno fatto gli altri Paesi europei e quanto ne abbiano giovato dal punto di vista economico. Certo, non sono mancati i problemi di integrazione, di spesa sociale e disagio, ma se un modello sociale è organizzato ed efficiente, chi ne vuole far parte fa di tutto per rispettarlo. Un concetto ben lontano dalla politica migratoria italiana.

Il “nostro” Sal – Tornando all’italo-americano Sal Albanese, si può vedere come un modello inclusivo, quello americano, possa far realizzare anche storie come la sua. L’umiltà delle sue origini, bilanciate da una voglia di riscatto, ha spinto quest’uomo a lottare per qualcosa di grandioso. Si potrebbe parlare di cervelli in fuga? Forse. Tuttavia, se fosse rimasto in Calabria forse non avrebbe avuto un percorso tale. Infine, ciò potrebbe confermare l’ipotesi secondo cui è il modello sociale a tirare fuori il meglio dalle persone. Non possiamo sapere fino a che punto sia vero, ma di certo questa storia dovrebbe farci capire un concetto semplice: sognare è lecito, ma prima bisognerebbe costruire un mondo nel quale i sogni non vengano infranti nella culla.

The following two tabs change content below.

Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
blog comments powered by Disqus