Russia e crisi, come catturare l’orso

18/12/2014 di Enrico Casadei

Il ruolo della Merkel e la pesante crisi della Federazione Russa, che ha visto nella fortissima svalutazione del rublo la sua conseguenza più eclatante

Russia e Petrolio: crisi economica

La strategia della Cancelliera tedesca, Angela Merkel, nello scontro con la Russia è divenuta ogni giorno più chiara: prima ha cercato ed è riuscita ad indebolire l’avversario dell’Est, poi gli ha teso una mano in segno di pace. La Merkel si è detta infatti favorevole a “relazioni buone e di partnership” fra Russia ed Europa. Nel suo video-podcast del fine settimana ha spiegato che “l’accordo di associazione dell’Ue con Ucraina, Georgia e Moldova non è stato indirizzato contro la Russia“, e ha aggiunto che “la Russia non dovrebbe esserne esclusa” (e oramai Putin non può fare diversamente, ndr).

La Federazione Russa si trova infatti assediata da più lati: crollo del prezzo del petrolio, sanzioni europee per la crisi in Ucraina e rublo a picco. Riguardo le ragioni del primo si rimanda al precedente articolo. Sul mercato delle materie prime le quotazioni del petrolio continuano a cadere senza tregua. I contratti sul greggio Wti con scadenza a gennaio sono scesi al di sotto dei 59 dollari al barile e il Brent ha sfondato al ribasso il muro dei 63 dollari. Il greggio quotato a New York ha perso circa il 45% da giugno, quando il prezzo del barile si muoveva intorno a 107 dollari. Un vero e proprio tracollo.

Dmitrij Medvedev, Primo Ministro della Federazione Russa, assieme a Elvira Nabiullina, Presidente della Banca Centrale Russa.
Dmitrij Medvedev, Primo Ministro della Federazione Russa, assieme a Elvira Nabiullina, Presidente della Banca Centrale Russa.

L’ultimo fattore scatenante è stato il rapporto mensile dell’Agenzia internazionale per l’energia (Aie), che ha ridotto, per la quarta volta in cinque mesi, le sue stime sulla domanda mondiale: si prevede infatti che i consumi globali aumenteranno di 900mila barili al giorno, 230mila in meno della precedente valutazione. Con queste premesse, l’Aie ritiene che il prezzo del greggio resterà sotto pressione anche il prossimo anno: “Ci vorrà del tempo – afferma il rapporto mensile – prima che offerta e domanda rispondano al crollo dei prezzi”. In Russia, il settore delle materie prime (in particolare il petrolio ed il gas naturale) costituisce il 68% delle esportazioni e circa la metà delle entrate del budget federale, con la conseguenza che il paese è fortemente vulnerabile alle variazioni dei mercati internazionali. Nessuna sorpresa quindi che la decisione dell’Opec di mantenere invariata l’offerta abbia colpito gravemente le esportazioni russe e quindi la sua economia. La dipendenza dal petrolio in passato ha permesso di ridurre il debito estero; ora però si è rivelata come un arma a doppio taglio. Il petrolio sta mandando al tappeto il rublo.

A dargli man forte ci sono anche le sanzioni occidentali per la crisi in Ucraina. Barack Obama fu chiarissimo quando dichiarò: “la Russia pagherà un costo per l’aggressione”. Ma si sa le sanzioni danneggiano anche chi le mette in atto e i russi ne sono consci; infatti Dmitrij Medvedev, Primo Ministro della Federazione Russa e braccio destro di Putin, ha spiegato che “il primo a imporre sanzioni alla fine condanna se stesso a restrizioni, e cercando di danneggiare l’altro crea problemi a se stesso”. È naturale quindi che la Merkel voglia mettere fine a questa tensione e riaprire le economie europee alla Russia. Per dare qualche numero, in Italia, uno studio dell’Università Bocconi ha dimostrato che la perdita, nel biennio 2014/2015, per quanto riguarda congiuntamente gli effetti derivanti dall’embargo e dalla mancata crescita, ammonterebbe a circa 3,7 miliardi di euro. Già nel solo 2014 le esportazioni italiane si sarebbero contratte del 17%.

In questo scenario non stupisce che la Banca centrale russa non riesca a sostenere la propria valuta. Il rublo nei giorni scorsi ha battuto l’ennesimo record negativo sul dollaro sprofondando a quota 80, mentre sull’euro ha toccato quota 100. All’inizio di ottobre il cambio sull’euro era ancora intorno a quota 50: è dunque precipitato di oltre il doppio in soli due mesi. Tutto ciò nonostante la Banca centrale russa abbia speso da inizio anno circa 120 miliardi di dollari per tenere a galla il rublo e abbia aumentato i tassi già quattro volte. A nulla è servito il quinto tentativo lo scorso venerdì.

Il rialzo dei tassi di un solo punto percentuale, dal 9,5 al 10,5%, ha addirittura peggiorato il quadro. In seguito alla decisione della Governatrice Elvira Nabiullina anziché risollevarsi, la moneta ha infatti accelerato la flessione. E martedì il cambio è sceso ancora di un 10% in una corsa alla svalutazione che non sembra poter finire. Così durante la notte di martedì è arrivato il sesto tentativo della Banca centrale (a detta di alcuni disperato) per frenare il crollo: alzare il tasso di sconto dal 10,5% al 17%. Se all’inizio dell’anno bastavano meno di 33 rubli per acquistare un dollaro in questi giorni ne servono quasi 73: un crollo così (quasi il 55%) non si vedeva dal 1998, l’anno del default. Inoltre, anche il Vladimir Putin è stato bocciato dai mercati dopo il discorso alla Nazione del 4 dicembre nel quale il presidente, oltre a proclamare la sacralità della Crimea per la Russia, prometteva il pugno di ferro contro gli speculatori. Ma non è finita qui, perché le obbligazioni russe, in dollari, rendono più di quelle della Costa d’Avorio, del Kenya o del Rwanda, e si prevede che il Pil possa scendere del 4,5% nel 2015, qualora i prezzi del petrolio non inizino a risalire.

In conclusione, sembra doversi solo che plaudere alle scelte della Cancelliera di ferro: la Federazione Russa non è mai parsa così debole nel nuovo millennio. Certo è che non ha fatto tutto da sola, anzi, gran parte della partita è stata giocata anche da Washington, ma adesso si trova, in Europa, nella posizione migliore per vendere la pelle dell’orso.

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Enrico Casadei

Nasce a Bologna nell’aprile del 1988, tuttavia ha vissuto sempre a Cesena, in piena Romagna. Consegue la laurea in Giurisprudenza nel 2013 e in Consulenza Aziendale l’anno successivo presso la Luiss Guido Carli di Roma, e sempre con lode. Per un semestre ha esercitato la pratica forense, dopodiché ha deciso di cambiare strada.
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