Rossane, la regina dal confine del mondo

05/06/2016 di Simone Simeoni

Un delicato fiore esotico cresciuto tra le pietre dell’Hindu Kush o preteso legame tra i popoli, forgiato dalle guerre e dai complotti? La storia di Rossane, la moglie di Alessandro Magno, la regina barbara che venne dai confini del mondo.

Alessandro e Rossane

Esistono idee di tale grandezza e potere da aver influenzato il corso della storia, muovendo le menti e le azioni di grandiosi personaggi o di popoli interi, spingendo e costringendo gli uomini a spostarsi, incontrarsi, a coesistere. La più forte e potente di queste idee, almeno nel mondo antico, è quella di impero universale, il dominio incontrastato dell’intera ecumene nelle mani di un solo uomo. Un ideale che comportava però anche gravi problematiche, non sempre facilmente risolvibili. C’erano infatti enormi e a volte insormontabili differenze culturali a dividere popolazioni geograficamente lontanissime l’una dall’altra, spesso incapaci persino di immaginarsi reciprocamente, se non fossero state movimentate e costrette all’incontro dal potere centrale. Fu un problema, quello dell’incontro tra le diverse culture, che mise in crisi tutti gli imperatori con pretese universalistiche, non ultimo un giovane macedone di acuta intelligenza, e sconfinata ambizione: Alessandro III, re di Macedonia.

Hindu Kush
Le montagne dell’Hindu Kush

Quando Alessandro sbarcò in Asia con l’intenzione di conquistare l’Impero Persiano, era perfettamente consapevole dell’incredibile portata dell’impresa che si era prefisso. Conosceva tutte le difficoltà quando sconfisse i Persiani sul fiume Granico, nel 334 a.C., rischiando la vita in prima persona. Sapeva che per il popolo non era altro che un conquistatore straniero, anche quando vinse di nuovo, a Isso, nel 333 a.C. Sapeva che Macedoni e Greci, Egiziani e Babilonesi, Fenici e Persiani erano profondamente diversi, persino nel momento in cui, nel 331 a.C., mise in fuga Dario III, a Gaugamela, abbattendo di fatto la dinastia degli Achemenidi. Dario fuggì verso Oriente, verso le regioni più selvagge e infide di quello che era stato il suo Impero, cercando salvezza. Il Gran Re sperava nei suoi satrapi, in Besso e Spitamene, Satibarzane e Ossiarte, uomini che avevano retto per lui la Bactriana e la Sogdiana, le estreme satrapie orientali, a ridosso della catena montuosa dell’Hindu Kush e delle misteriose foreste indiane. Personaggi ambigui e intriganti, infidi e untuosi, sempre impegnati a ordire trame, a complottare nell’ombra, a progettare voltafaccia, eppure unico rifugio possibile per l’imperatore fuggiasco, costretto a confidare nella loro fedeltà.

Così, nell’estate del 330 a.C., Dario, giunse nella città di Hecatompylos, in Ircania, dove lo attendevano Besso e Satibarzane. I due satrapi lo condussero in una radura isolata, fuori dalla città, e lo pugnalarono alle spalle e lasciandolo in fin di vita; il suo corpo sarebbe stato ritrovato da Alessandro. Dopo aver ricoperto il cadavere con il suo mantello regale e aver disposto per Dario sontuosi funerali, Alessandro si dedicò a cercare, stanare e punire i satrapi traditori, tra i quali Besso aveva osato proclamarsi Re di Persia. Iniziò un grave conflitto sotterraneo in Bactriana, fatto di guerriglie, agguati tra le montagne e stragi. Trascinato nella spirale di violenza, Alessandro si abbandonò a imperdonabili efferatezze anche sull’incolpevole popolazione civile. Per tre anni l’estremo Oriente persiano si trasformò in un carnaio, chiuso tra le rocce dei monti inaccessibili, gli aridi altopiani, e le fitte, scure foreste che digradavano verso l’India. Il primo a cadere fu Satibarzane, sconfitto per mano di Alessandro. Fu poi il turno del satrapo Barsente, che tentò la fuga verso l’India, ma venne catturato e consegnato al re macedone. Besso vedeva così cadere due suoi luogotenenti, perdendo anche l’appoggio del satrapo della Sogdiana, Spitamene, che lo consegnò ad Alessandro. Il satrapo bactriano venne tradotto a Persepoli e condannato a morte, ma già nuovi torbidi incombevano a est. Spitamene pose l’assedio a Marcanda, un vero e proprio atto di guerra contro Alessandro. Il re rispose con durezza, attaccando e scompaginando i rivoltosi fino a costringere Spitamene a una precipitosa fuga. Ma quando il satrapo giunse dal popolo dei Massageti venne decapitato e la sua testa fu inviata ad Alessandro. Rimaneva infine un solo satrapo ribelle: Ossiarte. Impressionato dalla cruenta fine dei suoi compagni, egli fece trasferire la sua famiglia nell’inaccessibile rocca di Arimazes, poco oltre il fiume Osso. Ma all’inizio del 327 a.C. Alessandro prese la roccaforte, catturando il satrapo, con la sua famiglia e i suoi tesori. Mentre i prigionieri, umiliati, venivano fatti sfilare di fronte a lui, Alessandro notò un solo viso. Una giovane di folgorante bellezza, la figlia di Ossiarte: Rossane, un nome del dialetto bactriano che significava “piccola stella splendente”.

Alessandro e RossaneNata forse attorno al 343 a.C., Rossane aveva sedici anni il giorno in cui incontrò lo sguardo del grande Alessandro di Macedonia. Fino ad allora aveva vissuto l’esistenza lussuosa e sfrenata della nobiltà persiana, fatta di una profusione d’oro e gemme, di pregevoli vesti e cibi ricercati, di agi e comodità. L’esperienza della guerra e dell’assedio fu sconvolgente per lei, ma non abbastanza da intaccarne la stupefacente bellezza. Alessandro si innamorò di lei, e proprio in lei vide una connessione, la possibilità di risolvere il grande problema dell’incontro dei popoli e delle culture. Rossane e Alessandro si sposarono secondo il rito bactriano, nel quale il re macedone tagliò un pezzo di pane con la sua spada come richiedeva la tradizione; Rossane divenne la sua regina. La nuova coppia reale partì presto verso l’Oriente, al febbrile inseguimento delle ambizioni e dei sogni utopici di Alessandro. Rossane rimase con lui e con il suo esercito anche quando, nel 326 a.C., attraversato l’Hindu Kush, cominciò la sua avanzata nella vallata dell’Indo. Rossane rimase lì, tra gli agguati e i combattimenti, il sangue e la pioggia che bagnavano le foglie carnose dell’umida foresta tropicale; un fiore delicato tra i rovi della guerra. Vide e visse orrori inimmaginabili, come quello dell’Idaspe, dove la battaglia contro il re Poro e i suoi elefanti si risolse in un violento massacro. Alessandro vinse, ma rischiò ancora la vita, e l’esercito era stremato. Il sogno doveva fermarsi, gli uomini si ammutinarono, e il re venne costretto a tornare indietro. E in quella ritirata forzata il re si divise per la prima volta dalla sua regina: lei mandata a Babilonia con la flotta di Nearco, lui alla testa dell’esercito, nella terribile traversata del deserto del Makran. Ma prima di ricongiungersi con Rossane a Babilonia, Alessandro si fermò a Susa dove con un matrimonio collettivo prese una seconda moglie, la figlia di Dario III, Statira.

Il re tornò dunque a Babilonia, ma il suo regno non era destinato a durare. Nel giugno del 323 a.C. Alessandro cadde ammalato e nel giro di pochi deliranti giorni, morì. Lasciò dietro di sé un impero immenso, esteso dalle coste della Grecia alle sponde dell’Indo, uno stuolo di generali voraci e avidi amici, ma nessun erede. Rossane infatti (e forse anche Statira) era incinta, ma non c’era modo di sapere se quel figlio sarebbe stato un maschio. L’erede designato dalle labbra arse di febbre del re era stato un criptico “migliore”, e morendo Alessandro aveva affidato il suo anello con il sigillo a Perdicca, uno dei suoi più fidati luogotenenti. Ma quando i generali di Alessandro, i diadochi, si riunirono, la situazione si fece pericolosa per la regina. Essi non facevano mistero di sostenere per il trono il malleabile Filippo III Arrideo, ma avevano acconsentito ad attendere la nascita del bambino, assegnando a Perdicca il ruolo di reggente. Ma Rossane non era più una fragile principessa: anni di guerre e sangue avevano indurito, forgiato e segnato il delicato fiore dell’Hindu Kush. Era diventata la regina bactriana, la regina barbara, la regina di Alessandro, la regina venuta dal confine ultimo del mondo. Fu lei a tramare l’assassinio di Statira, prima di dare alla luce, alla fine del 323 a.C., un bambino: Alessandro IV. L’ambizione dei diadochi però non conosceva più freno, la sete di potere era divenuta accecante, e neppure l’autorità di Perdicca bastava più. Quando il reggente, nel 321 a.C. si recò in Egitto, tentando di tutelare l’unità dell’Impero, venne assassinato. Rossane e suo figlio passarono sotto la custodia di Antipatro, un nuovo tutore che abbandonò la finzione dell’impero unito e li portò in Macedonia, mentre il resto delle conquiste di Alessandro venne lasciato in pasto ai diadochi. Rossane era ormai lontanissima da casa, straniera in terra straniera, pedina importante e scomoda di un gioco troppo pericoloso, nel quale aveva già perso il pezzo più fondamentale. Antipatro morì nel 319 a.C. lasciando il suo posto al compagno d’armi Poliperconte piuttosto che al figlio Cassandro. La situazione precipitò: alleato a Filippo III e ai diadochi, Cassandro costrinse Poliperconte a lasciare la Macedonia e a rifugiarsi in Epiro, alla corte di Olimpiade, madre di Alessandro; con lui c’erano Rossane e il bambino. Scoppiò una violenta guerra civile, ma il carisma di Olimpiade pesava moltissimo: non c’era soldato che osasse alzare le armi contro la madre di Alessandro Magno. Filippo III e i suoi vennero fatti giustiziare, Olimpiade tornò in Macedonia, a Pella, con Rossane e Alessandro IV. Ma il vento cambiò velocemente: le repressioni di Olimpiade causarono il malcontento del popolo, che Cassandro sfruttò a suo favore. Nel 316 a.C. Olimpiade si arrese e Cassandro ottenne di farla giustiziare, mentre Rossane e suo figlio vennero relegati ad Anfipoli, sulla costa tracia. Un esilio dorato, degno certo della regina di Alessandro e del suo erede, ma le nuvole iniziarono ben presto ad addensarsi di nuovo. Con il passare degli anni, Alessandro IV divenne un ingombrante ostacolo ai piani di Cassandro, che come reggente aveva preso il comando del potente regno macedone. Così nel 309 a.C. egli inviò ad Anfipoli un tale Glaucia, che avvelenò il piccolo erede al trono, appena tredicenne, e per buona misura sua madre. Morì in questo modo Rossane, la donna amata da Alessandro Magno, la stella splendente della Bactriana, il fiore più bello di Persia, il legame tra l’Oriente e l’Occidente, l’incontro vivente di due culture, la regina dal confine del mondo.

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Simone Simeoni

Nato a Rieti il 20 luglio del 1991, si laurea in Storia Romana presso l’Università Europea di Roma nel luglio 2013 e prosegue gli studi in Filologia, Letterature e Storia del Mondo Antico presso l’Università di Roma La Sapienza. Specializzato in storia antica, con specifica attenzione al mondo romano, si interessa di storia religiosa e di storia delle idee, analizzandole nel particolare panorama della Roma tardoantica.
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