‘Rompere i confini’: il califfato musulmano e la pericolosità di ISIS per l’Iraq

01/07/2014 di Stefano Sarsale

Iraq, ISIS, Califfato

I recenti avvenimenti in Iraq hanno messo in luce due aspetti fondamentali del Paese: il primo di questi riguarda la credibilità e l’effettiva stabilità delle istituzione dell’Iraq; il secondo concerne le appurate capacità dell’ormai ‘ex’ movimento jihadista islamico di ISIS (Stato Islamico dell’ Iraq e del Levante).

Iraq, ISIS e Califfato IslamicoL’ISIS è ora il Califfato Islamico: Rompere i confini. Appena due settimane dopo la drammatica caduta di Mosul, Tikrit e Falluja, l’avanzata dei ribelli sunniti di ISIS sembra inarrestabile. Nella giornata di domenica è stata annunciata la creazione di un califfato che si estende dalla città siriana di Aleppo alla provincia irachena di Diyala ed è guidato da Abu Bakr. Ieri i miliziani dello Stato Islamico hanno pubblicato un video dal titolo “rompere i confini”, a conferma dell’assenza di confine fra Siria e Iraq. Lo stesso ISIS annuncia di esser ora “Califfato Musulmano”, rimuovendo le parole “Iraq” e “Levante” per sottolineare la vocazione del progetto originario del Profeta Maometto. Nella giornata di ieri i ribelli siriani avrebbero, però, smentito l’appoggio ai miliziani iracheni, mentre in queste ore si è aperta a Baghdad la seduta inaugurale del parlamento irachena alla presenza del premier Nuri al Maliki. È una situazione assai complessa quella irachena che, secondo le Nazioni Unite, ha provocato almeno 2.417 vittime e 2.287 feriti solo nel mese di giugno, senza ancora tener conto il bilancio della provincia occidentale di Anbar, dove gran parte del territorio e’ sotto il controllo dell’ISIS. Il governo potrebbe a breve anche dover far fronte all’istanza separatista e indipendentista del Kurdistan iracheno che ha annunciato oggi l’intenzione di indire nei prossimi mesi un referendum sull’indipendenza della regione. Le ultime vicende lungo la striscia di Gaza potrebbero seriamente minare la già precaria stabilità della zona, probabilmente coinvolgendo anche l’Iran a sostegno del governo di al-Maliki in Iraq e in posizione anti-israeliana. Nel frattempo, ieri il presidente USA Barack Obama, ha inviato 200 soldati per aumentare la sicurezza nell’ambasciata di Baghdad e proteggere i cittadini e i beni americani e poche ore fa ha annunciato l’invio di altri 100 uomini.

In questi ultimi giorni sono state tirate in ballo ulteriori forze, creando scompiglio sia in Iraq che nella vicina Siria. Va sottolineato che al momento non esiste alcuna prospettiva che propenda verso una soluzione politica o che preveda una tregua. È quindi probabile che entro breve i combattimenti potranno intensificarsi e ampliarsi con il rischio di un ennesimo disastro umanitario paragonabile alla Siria. Il 27 giugno Muqtada al-Sadr, potente leader religioso sciita iracheno, ha chiesto un governo nazionale di emergenza il giorno successivo al rifiuto da parte del Primo Ministro Nouri al-Maliki di mettere in discussione il suo dominio. Durante la giornata di Mercoledì, Sadr, il cui Esercito del Mahdi è impegnato a combattere ISIS, ha dichiarato che il governo iracheno “deve soddisfare le legittime richieste dei sunniti moderati e smettere di escluderli, dal momento che sono stati emarginati”. Ha quindi chiesto “facce nuove” che devono cooperare in un governo di unità nazionale, evidenziando l’incapacità di Maliki a tenere le redini del paese nonostante il successo alle elezioni del 30 aprile scorso.

L’avanzata da inizio anno: Per avere un quadro chiaro di questa complicata situazione è necessario fare un passo indietro agli inizi del 2014, quando i miliziani hanno scatenato una serie di scontri nella provincia occidentale irachena a maggioranza sunnita di Anbar. L’avanzata li ha portati, il 10 giugno scorso, a prendere il controllo di Mosul, la seconda città del Paese. A quel punto il movimento è stato in grado di operare una costante avanzata, che si è diretta verso la capitale Baghdad, distante solo 160 chilometri.

L’incapacità dell’Esercito regolare: Aspetto da sottolineare è che durante la sua avanzata, ISIS non ha visto una decisa opposizione da parte dell’Esercito iracheno per almeno tre motivi riguardanti l’esercito:

1-    alcune importanti caserme sulla strada per la Capitale sarebbero state scarsamente rifornite di uomini mentre non sono mancate le riforniture di armi, munizioni e mezzi che, una volta conquistate le roccaforti irachene, sono finite negli arsenali dei miliziani jihadisti.

2-    La mediocre preparazione dei soldati. Il che mette in luce quanto gli sforzi di Washington nell’addestrare un esercito iracheno capace di mantenere la sicurezza nel Paese siano stati del tutto vani.

3-    La composizione religiosa: parte dei soldati professa la religione sunnita ed è quindi vicina agli ideali dei miliziani. A questo si aggiunge il diffuso malcontento generato dalle politiche interne del Primo Ministro Maliki, il quale ha dato avvio, a partire dal suo insediamento, ad una serie di politiche settarie e personali a favore della minoranza sciita del Paese.

La corruzione: V’è, inoltre, la diffusa corruzione e la scarsa fiducia nelle istituzioni che prediligono politiche settarie senza creare un sistema di riforme capace di organizzare un popolo variegato, formato da sunniti e sciiti ma anche curdi. Ecco quindi che l’Iraq è stato esposto, a causa del diffuso malcontento, ai richiami settari e ad attori estremisti come ISIS.

Lo scenario settario iracheno: Nella sua recente azione contro il Governo svolta a Mosul, ISIS ha trovato manforte e cooperazione in alcune realtà sunnite del territorio. Prima tra tutte Jaysh Rijal al-Tariqah al-Naqshabandia (JRTN – Esercito degli Uomini e dell’ordine di Naaqshbandi), formazione baathista che fin dalla caduta del regime di Saddam ha rappresentato l’insorgenza sunnita nel Paese. In questo momento è evidente che tra i due movimenti si è creata una comunione di intenti, contro il nemico comune rappresentato dal Governo Centrale. Il legame tra la forza di ISIS ed il malcontento popolare diventa evidente proprio nelle aree dove ISIS non ha trovato appoggio: esempio lampante di questo aspetto si riscontra nei fatti avvenuti nella città natale di Saddam – Kirkuk: qui i miliziani non sono riusciti ad entrare a causa della forte resistenza messa in piedi dai Pashmerga, soldati di sicurezza curdi, che grazie alla loro preparazione militare oltre ad una profonda conoscenza del territorio sono riusciti a respingere ISIS e a riprende il controllo della città lasciata dall’Esercito iracheno in balia dei miliziani. Sul terreno iracheno, le truppe regolari e miliziani sciiti fedeli al governo del primo ministro, Nuri al-Maliki, sembrano essere in possesso di una linea difensiva approssimativa nord della capitale, Baghdad. Situazione analoga alla provincia di Mosul si è delineata anche nelle Provincie di Salahuddin e Diyala, sempre a maggioranza sciita. L’azione delle milizie sciite irachene ha rappresentato un supporto fondamentale per l’Esercito, che è stato in rare occasioni capace di dar battaglia e vincere i miliziani di ISIS, come nei casi di Muqdadayah e Dhuluiya. Resta comunque il fatto che ISIS può vantare una forza concreta stimata in 15.000 combattenti dislocati nelle zone settentrionali e occidentali del Paese: è evidente che il movimento ha assunto una portata enorme, capace di influenzare il futuro dell’Iraq.

Sbilanciati gli equilibri del Paese: L’avanzata di ISIS ha inoltre alterato gli equilibri tra i vari gruppi diffusi sul territorio: prova evidente di questo fenomeno è rappresentato dalle parole dell’Ayatollah Sistani, esponente dello sciismo iracheno presso la città di Najaf, che a seguito della presa di Mosul e Tikrit ha incitato la comunità sciita dell’area a impugnare le armi contro ISIS. L’importanza di una tale chiamata alle armi ha permesso alle milizie che si oppongo a ISIS di vedere ingrossate in pochi giorni le proprie fila. Alcuni esempi in tal senso sono i 13.000 volontari a difesa e protezione della caserma di Bassora che ospita la 14ma divisione dell’Esercito.

Gli attori internazionali in Iraq: Tirando le somme le considerazioni da fare in base ai fatti analizzati sono molteplici: anzitutto è evidente il ridimensionamento della figura di Maliki. Se infatti all’indomani della sua rielezione egli si era eretto come monopolizzatore della scena politica irachena, con gli ultimi sviluppi è venuta a galla la sua incapacità di tenere le redini di un Paese ormai evidentemente in preda ai miliziani. Quello che ha stupito è stata la rapidità con la quale le forze di sicurezza si sono ritirate da città importanti come Mosul e Tikrit: la causa di questo fallimento, oltre che nella scarsa preparazione accennata precedentemente, è da ritrovarsi forse ancor di più nelle politiche personalistiche che non solo non sono state in grado di unire il Paese, ma hanno contribuito a creare profonde spaccature anche all’interno dello stesso fronte sciita. Dall’altro lato, solo Sistani, grazie al ruolo che ricopre, è stato in grado di rappresentare un collante e dare quella spinta necessaria a far si che si costituisse un fronte realmente capace di opporsi a ISIS, movimento che a questo punto ha ampiamente provato di costituire una minaccia alla stessa integrità statale. Qualora il fronte richiamato da Sistani riuscisse veramente a contrastare ISIS diverrebbe evidente che Maliki non sarà più in grado di gestire il potere in modo personalistico come ha fatto fino a questo momento. Inoltre Maliki dovrà prendere maggiormente in considerazione anche le altre realtà sciite, il che comporterà inevitabilmente un riassetto di tutto lo scenario sciita del Paese. In questo modo sarebbe ipotizzabile anche una maggiore incidenza di Teheran in Iraq.

Se fino a questo momento Maliki ha giocato un ruolo di mediatore tra Iran e Stati Uniti, questo non sarebbe più plausibile, dal momento che la sua posizione di equidistanza tra le varie influenze espresse sarebbe compromessa. Il Presidente americano Obama ha più volte dichiarato la sua intenzione di mantenere i canali aperti per una eventuale collaborazione in termini di sicurezza in Iraq, ma questa risulterebbe di difficile applicazione qualora sul territorio vadano ad operare le forze di Teheran. Queste dinamiche riguardano inoltre anche la NATO dal momento che la Turchia è stata coinvolta direttamente con il rapimento del console turco a Mosul e altre circa 50 persone del consolato. Se nel quadro inseriamo anche i problemi regionali turchi ed il malcontento della popolazione, non risulterebbe del tutto astratto ipotizzare un’eventuale operazione turca.

Quale futuro? In conclusione, quello che l’Iraq sta rischiando in questo momento è di precipitare in un vortice di violenze capace di portare il Paese nel caos più completo, più di quanto non sia già ora. Il fatto poi che i miliziani di ISIS abbiano iniziato a giustiziare sciiti nelle aree cadute sotto il loro controllo non fa che alimentare i timori di uno scoppio di una nuova guerra civile. Qualora ISIS decida di forzare ulteriormente la mano nei confronti degli sciiti e in particolare sui luoghi sacri, questo potrebbe dare il via ad un nuovo scontro armato tra sciiti e sunniti, fomentato e preparato da anni di politiche di parte di Maliki. In quest’ottica non è da escludere la divisione del Paese in 3 grandi aree di influenza: una curda a nord, un sud sciita e una parte orientale sunnita.

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Stefano Sarsale

Dopo la laurea triennale in Scienze politiche e Relazioni internazionali a Pisa 2011, consegue quella Magistale presso la LUISS Guido Carli di Roma con votazione 110. Consegue succesivamente una seconda laurea Magistale in Security and Terrorism presso l'università di Kent, Canterbury. Esperienze lavorative presso il Centro Studi Internazionali (Ce.S.I.) a Roma, Il Conflict Analysis Research Centre (CARC) a Canterbury, l'nstitute for National SecurityStudies (INSS) a Tel Aviv e l'European Strategic Intelligence and Security Centre (ESISC) a Bruxelles.
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