Romolo Gessi, storia di un avventuriero

06/04/2013 di Matteo Anastasi

Molti dei grandi esploratori del Settecento e dell’Ottocento ebbero vite eccentriche, coraggiose, piene di episodi avventurosi. Erano navigatori, militari, studiosi o – sovente – semplicemente uomini impavidi e curiosi, volenterosi di scoprire e aprire le vie della civiltà, in specie nel continente africano. Spesso furono incapaci di intuire il pericolo, quasi tutti perirono tragicamente.

Romolo GessiIl profilo finora tracciato ben si addice a uno dei più romantici avventurieri italiani, Romolo Gessi. Egli appartiene alla schiera di quei personaggi i quali, finché il colonialismo fu considerato tratto distintivo delle grandi potenze europee, furono onorati e ricordati come eroi, tramite la letteratura o la costruzione di opere destinate a celebrarne le gesta. Attualmente, dopo la fine dei grandi imperi coloniali e la condanna netta delle loro politiche espansioniste, gli eroi di ieri sono finiti, nel migliore dei casi, nel dimenticatoio.

Romolo Gessi era nato nel 1831 su una nave diretta a Costantinopoli, dove il padre – lo stimato diplomatico Marco Gessi – avrebbe assunto l’incarico di console. Dopo la morte di quest’ultimo, a occuparsi della sua educazione – indirizzandolo alla carriera militare nell’Accademia austriaca – fu nientemeno che Lord Canning, ossia uno di quegli illuminati statisti inglesi la cui memoria è onorata tramite la sepoltura presso l’Abbazia di Westminster. Nel 1854, ventitreenne, partecipò con onore alla guerra di Crimea, decisiva al compimento del Risorgimento italiano. Tornato dalla Russia, si unì a Garibaldi – in qualità di cacciatore delle Alpi – durante la Seconda guerra d’indipendenza. Ma il richiamo del natio Levante, terra della sua infanzia, lo indusse a rientrare nei Balcani. Ivi avviò una carriera da industriale e contrasse matrimonio con una giovane donna dalla quale ebbe sette figli. Nel 1861, dopo la proclamazione del Regno, chiese e ottenne la cittadinanza italiana.

Dodici anni più tardi, nel 1873, ricevette la missiva di un alto ufficiale britannico, col quale aveva stretto una sincera amicizia durante i difficili giorni in Crimea. Si trattava del colonnello Charles George Gordon – meglio noto come Gordon il Cinese per le imprese in Oriente o come Gordon Pascià per la sua attività in Sudan al servizio del chedivè egiziano – a cui Hollywood, nel 1966, ha dedicato il film Khartoum. Gessi non resistette all’invito di raggiungerlo in Sudan, dove trascorse sette anni di eccezionali avventure. Una su tutte è stata ricordata da Sergio Romano: «Nel 1878 Gordon chiese all’amico di partire, al comando di 3500 uomini, per snidare e distruggere l’esercito di Suleiman, uno dei maggiori mercanti schiavi della regione. Gessi e i suoi compagni, tra cui parecchi italiani, dovettero battersi contro i negrieri, i funzionari corrotti dell’amministrazione arabo-turca, la popolazione del Darfur, la fame, la sete, i coccodrilli del Nilo. Vinsero alcune battaglie e riuscirono a organizzare la regione».

Nell’ottobre 1880, mentre Gessi e i suoi uomini cercavano di approdare a Khartoum, l’imbarcazione si arenò. Molti morirono di stenti, altri sopravvissero mangiando i resti dei loro compagni. Dopo quattro mesi, Gessi fu avvistato e portato in salvo da una nave italiana. Fu ricoverato a Suez, dove ricevette la visita del chedivè, che lo spronò: «Gessi, coraggio, l’Egitto ha ancora bisogno di voi». Ma Gessi gli mostrò il suo corpo, magrissimo, oramai privo di ogni forza: «Altezza, io vorrei, ma qui, come vedete, non c’è più che un cadavere». Perì poche ore più tardi.

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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