Roma e vigili urbani: cronaca di un Paese in crisi culturale

02/01/2015 di Edoardo O. Canavese

Il tentativo di sabotare il capodanno romano per ripicca nei confronti di norme anticorruzione infiamma il dibattito sulla riforma delle norme sul licenziamento nella PA, evidenziando nuovamente i vizi di un Paese, l'Italia, alle prese con un'altra, più dolorosa, crisi: quella culturale.

Roma, capodanno e vigili urbani

Vigili Urbani e Roma, il (mis)fatto – Archiviato l’anno horribilis dell’amministrazione cittadina di Roma, tra il crollo del consenso del sindaco Marino, la luce gettata sul disagio sociale delle periferie e la scoperta del “Coppolone”, lo scandalo di criminalità e cooperative tollerato a suon di minacce e mazzette, sulle sponde del Tevere si è rischiato di inaugurare il 2015 con una nuova macchia. A poche ore dal capodanno capitolino, per il quale 600 mila tra turisti e cittadini sarebbero stati attesi tra Circo Massimo e Fori, una grandinata di giustificativi sono pervenute ai vertici della Polizia Locale. Gli autori? I vigili urbani, dei quali fino a poco prima 1000 avevano dato disponibilità per restare in servizio la notte di San Silvestro. Risultato, solo 165 agenti arruolabili – l’83% si è dato malato – e festeggiamenti organizzati a rischio annullamento. Solo grazie al ricorso ai 470 vigili già in strada e la reperibilità di altri 120, pagati però come straordinario, gli eventi e la sicurezza della cittadinanza sono stati salvaguardati dal rischio di una nuova Caporetto del pubblico impiego.

L’agguato sindacale – Quel che è peggio, in una vicenda che fa vergognare dalla natura dei certificati medici al menefreghismo riservato ai cittadini, è che all’origine di tutto c’è una guerra scatenata dai sindacati di polizia municipale contro il tentativo del Comune di riorganizzare la presenza dei vigili sul territorio urbano. Basterebbe questo per condannare la strumentalizzazione dello sciopero da parte degli agenti. Ma siccome al peggio non c’è fine, si aggiunga che la richiesta di applicare una rotazione territoriale affinché i vigili dopo 7 anni cambino municipio di competenza proviene da Raffaele Cantone, presidente dell’Anticorruzione. Perché? Per il concreto pericolo che il radicarsi di agenti e funzionari di polizia locale in determinati contesti territoriali e sociali li ponga in una posizione dominante e a rischio corruzione. Misura nient’affatto gradita ai sindacali, da cui l’assurda assemblea indetta dalle 21 di San Silvestro alle 3 di notte del 1°. Di qui il tentato ammutinamento di Capodanno, di qui le minacce del bis per il derby Roma-Lazio.

Tutti sdegnati – Proprio tutti, come sempre: sia le autorità cittadine che ha dovuto far fronte alla clamorosa protesta; sia i sindacati di polizia, da Stefano Lulli, segretario Ospol, per cui le assenze sono giustificabili “per il freddo e per il periodo”, a Stefano Giannini, a capo del Sulpl, che rimbrotta al comandante della polizia municipale Clemente l’aver sguarnito Roma dei suoi agenti per sorvegliare gli eventi per il Capodanno. Sdegnato anche Renzi, che stamane ha sguainato l’iPhone per twittare l’impegno a cambiare le regole del pubblico impiego. Le fa eco il ministro Madia, che annuncia accertamenti su violazioni e promette interventi disciplinari. Una cosa pare oggi chiara. Se il governo attendeva un episodio per rendere meno complesso il licenziamento per i dipendenti inadempienti della cosa pubblica, oggi può sorridere.

“I fannulloni a casa” – Si tratta di una delle frasi più pesanti pronunciate da Renzi durante la conferenza stampa di fine anno, tanto più perché riferita agli impiegati statali. Nei giorni precedenti il senatore Pietro Ichino aveva suscitato imbarazzo nel governo parlando di come le norme del Jobs Act, che trattano anche di licenziamento, riguardassero anche gli impiegati pubblici. La tardiva risposta del premier, che rinvia la questione alla riforma Madia, è così divenuto un’occasione per garantire interventi contro chi, dipendente dello Stato, non fa, o fa male, il proprio dovere. Come? “Aggiustando” la riforma Brunetta, che oggi regolamenta sì, ma complica il licenziamento dello statale poiché, nel caso in cui sia giudicato illegittimo, costringe il dirigente pubblico ad accollarsi il risarcimento verso il lavoratore. Difficile, oggi, che un dirigente corra tale rischio.

La vera Crisi – Altrettanto complicato augurarsi che, considerato questo antipasto romano, cui aggiungersi i 200 netturbini napoletani malati la mattina di Capodanno, il 2015 possa sinceramente incarnare la riscossa italiana. Ormai semplice imputare alla finanza tossica e all’impreparazione della politica gli effetti di una crisi di cui siamo ancora vittima, dopo tanti anni di abitudinaria discussione. Più complesso discutere di un’altra crisi, più antica, che non riguarda l’Ue, la Merkel, e nemmeno, o meglio non solo, la politica. Si tratta della crisi culturale, che umilia il nome dello Stato in una continuità di scandali di malaffare, ruberia, truffa e altri vizi come l’inadempienza al proprio dovere che riguarda tutti, i più ricchi e potenti come i meno abbienti e il ceto medio. La crisi economica potrà essere superata, ma sarà doloroso accorgersi che quella vera, con la C maiuscola, è ben altra.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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