Roma, i suoi guai, e la minaccia insensata di Marino

28/02/2014 di Giacomo Bandini

Gli infiniti problemi della capitale, a rischio default, che chiede l'intervento del Governo

Matteo Renzi è innegabilmente l’uomo del momento, nel bene e nel male. Ecco subito le prime insidie di un governo che ha ancora tutto da dimostrare e il caso delle norme salva-Roma, contenute nel decreto Enti Locali,  è solo il primo ostacolo di una strada in salita. L’ostruzionismo avanzato dal Movimento 5 Stelle e dalla Lega Nord ha obbligato il premier a rifiutarsi di sottoporre questo nuovo decreto, in scadenza il 28 febbraio, alla prova della fiducia come primo atto del suo esecutivo, consapevole della forte impopolarità che una simile manovra avrebbe riversato sul “nuovo che avanza”. Impopolarità già aleggiante attorno all’insediamento del fiorentino a Palazzo Chigi e che, se ulteriormente accumulata, rischierebbe di compromettere fin dai primi giorni l’ampio programma renziano. Il decreo verrà riproposto con alcune modifiche, dice l’ex rottamatore. Come ha reagito il sindaco di Roma, Ignazio Marino, al rinvio? Minacciando di fermare la città intera.

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Roma, il Campidoglio.

Un debito in crescita – Se si analizzano i dati che preannunciano un potenziale default per Roma la situazione appare piuttosto difficoltosa per la capitale. Il declassamento dell’agenzia di rating Fitch a “bbb” con  outlook negativo, ossia con peggioramento della situazione del debito in prospettiva futura, non ha migliorato la situazione. Il disavanzo strutturale si avvicina ad 1 miliardo di euro, secondo Marino sono 867 milioni, e il debito corrente, calcolato sempre da Fitch e da Ernst&Young, continua a crescere implacabilmente ad un ritmo annuale preoccupante: 137 milioni nel 2009, 122 nel 2010, 313 nel 2011, 255 nel 2012, 250 nel 2013. In totale, dallo scorso secolo ad oggi si parla di 22 miliardi, di cui 5,7 di crediti arretrati, e dunque 16 di debiti. Ed il sindaco aggiunge che vi sono da pagare ancora spese in opere pubbliche risalenti agli anni ’70.

L’anno zero di Alemanno – La città del resto aveva ottenuto una specie di scorporo del debito nel 2008, grazie al Ministro dell’Economia, Tremonti e all’accordo con il sindaco Alemanno.  Il 2008 doveva essere il nuovo anno zero: debito dilazionato, nomina di un commissario (ancora in carica) e possibilità di estinguere gli oneri pubblici estesa al 2017 con rate iniziali comunque abbordabili, viste le entrate del comune. La realtà però racconta che il nuovo inizio non si è rivelato differente da tutti gli altri: 1 miliardo di debiti accumulato, la difficile questione dei dipendenti pubblici che pesano 327 milioni di euro sul bilancio e il caso degli sprechi di aziende semicontrollate come Acea, Ama e Atac al centro di vicende giudiziarie che coinvolgevano Alemanno e una ristretta cerchia di conoscenti.

Il decreto stoppato – Le previsioni contenute nel decreto Enti Locali, molto simili a quelle del primo Salva Italia del governo Letta, consistevano sostanzialmente nel consentire all’attuale amministrazione di poter attingere alla gestione commissariale del 2008 un importo pari a 600 milioni per andare a pareggio col bilancio 2013 e ridurre quello ancora da approvare del 2014. Una volta approvato il decreto, la corrente amministrazione avrebbe dovuto presentare un piano di rientro (entro 60 giorni) per illustrare l’estinzione prorogata degli oneri. In parole povere: chiudere un occhio sulla restituzione del vecchio debito di bilancio (14,9 miliardi in totale) consentendo una proroga del pagamento.

Dismettere le partecipazioni, non la città – Per salvare i conti della sua città però, non basta annunciare lo sciopero generale ed il ritorno alla manifestazione di piazza che, a dirla tutta, si è rivelato piuttosto fallimentare nel lungo periodo, quanto mediaticamente efficacie nel breve. Il sindaco Ignazio Marino piuttosto dovrebbe cercare di mettere mano a tutti i fallimenti dei predecessori, sia di centrosinistra sia di centrodestra. Ossia sfruttando l’unico patrimonio non bloccato né bloccabile: le cosiddette municipalizzate. 21 società delle quali detiene partecipazioni dirette, di cui 9 totalmente soggette al controllo comunale, fra cui Atac S.p.A. e Ama S.p.a. Con un piano di dismissioni, di cui si parla da anni e ha larga approvazione, efficacie ed un taglio netto ai numerosi sprechi, ad esempio stipendi dei vertici amministrativi pubblici, il beneficio potrebbe arrivare in tempi brevi, consentendo allo stesso modo di evitare l’innalzamento dell’Irpef e delle tasse su immobili e servizi, ai massimi in Europa. Di sicuro queste soluzioni il sindaco le conosce assai bene, perché allora, minacciare di bloccare una città che si trova già in una situazione di disagio?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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