Da Roma, a Milano, a Napoli: un voto più lineare di quanto non sembri

06/06/2016 di Luca Andrea Palmieri

Andiamo controcorrente: c’è chi parla di risultati clamorosi, ma dal primo turno delle elezioni amministrative, non solo sono usciti pressappoco i risultati previsti, ma anche i più logici e lineari possibili.

Roma, Milano, Napoli, e non solo: in tutto il territorio sono andati al voto per le elezioni amministrative ben 1346 Comuni, tra cui diversi capoluoghi di provincia tra cui altre città di grande importanza come Torino, Cagliari e Salerno. L’inizio piuttosto anarchico, in parte casuale, ed estremamente anticipato della campagna per il referendum costituzionale di ottobre ha fatto sì che queste elezioni amministrative fossero vissute, soprattutto dai media, come una prima prova di tenuta del Governo Renzi. Un’analisi che solo in parte si può condividere, e per un motivo molto chiaro.

Il voto per i Comuni è un voto particolare, fortemente condizionato da localismi che possono essere anche molto fluidi, ed è strettamente ancorato alla realtà del luogo, la cui percezione può variare enormemente rispetto al dato nazionale. Di conseguenza in tal contesto l’amministrazione comunale precedente conta molto più di quella corrente a livello nazionale. Allo stesso modo i volti dei candidati, la loro presentazione e la loro forza possono cambiare enormemente il modo in cui la posta in palio viene spartita. C’è da ricordare, inoltre, che il sistema delle alleanze tra partiti è a sua volta molto più fluido nel contesto locale. Pensiamo al centro-destra: difficile immaginare che andrà scisso alle politiche come è stato in quasi tutti i principali Comuni salvo Milano, quando la posta in gioco sarà il Governo.

Il punto principale è uno: visti gli ultimi anni di Governo locale e di vicissitudini delle minoranze nelle grandi città i risultati sono molto più lineari di quanto non sembri a prima vista. L’esempio per eccellenza è Roma. La Capitale ha affrontato negli ultimi anni una marea di problemi e scandali che hanno colpito soprattutto le forze politiche tradizionali. La Giunta Alemanno viene spesso ricordata come una delle meno riuscite della storia recente della Capitale. Ignazio Marino è caduto per una serie di scandali che passano dal fortemente pretestuoso (il caso della Panda) allo sgradevole (la questione scontrini), ma che mettono in evidenza come il personaggio, con i suoi limiti ma anche i suoi pregi, si fosse fatto una quantità rara di terra bruciata intorno, certo non solo a palazzo Chigi.

Inoltre c’è stato lo scandalo di Mafia Capitale, che ha colpito trasversalmente chiunque abbia governato, ed è stato particolarmente clamoroso per il coinvolgimento del PD romano. Al punto che Renzi ha dovuto affidare a Matteo Orfini il compito di azzerare il partito locale: impresa non facile quando il radicamento del territorio, spesso in termini non proprio legalisti, è tanto forte. Il risultato è che, nel suo piccolo, la scelta di presentare una persona per bene come Roberto Giachetti è stata la più logica, ma di certo non sarebbe bastata per ricostruire l’immagine consunta di un partito che deve ancora fare molto per riprendersi dagli scandali. Nel mentre il centro-destra si è spaccato. Silvio Berlusconi ha fatto i salti mortali per mostrare i muscoli contro Salvini. Anche quest’ultimo ha fatto la scelta più logica, appoggiandosi alla rappresentante più nota della destra romana: donna Giorgia Meloni che, seppur incinta (con tanto di gaffe al Family Day), non si è tirata indietro, subodorando la possibilità di un risultato importante. Alla fine al centro-destra è andata male proprio per via della separazione che ha portato alla perdita di un ballottaggio che sarebbe apparso scontato, altrimenti. Tuttavia Salvini non si starà mangiando le mani: la lezione romana è probabilmente servita a dare il colpo di grazia alla presa sul centro-destra di Forza Italia, ormai in calo ovunque tranne che nella sua Milano.

Questo quadro è andato facilmente disperso nel contesto di una chiacchiera mediatica zeppa di rumore di fondo, rappresentato dall’ipervalutazione di qualsiasi evento politicamente appena rilevante o da un partigianesimo “pro” o “contro” che ha perso di vista troppo spesso il semplice dato giornalistico. Ci si è così dimenticati che Virginia Raggi è andata al voto con la certezza dello scettro indiscusso di favorita: rispetto al caos appena citato è stata l’unica alternativa possibile. Lo dimostra una campagna elettorale sommessa, piuttosto deludente da parte di tutti i partiti, 5 stelle compresi. Ma d’altronde, perché arrischiarsi con promesse complicate e grandi piani quando il risultato è garantito?

Gli altri, per recuperare, avrebbero dovuto a loro volta promettere il mare, i monti e le stelle. Una cosa che di fatto è impossibile, in primis per la situazione di Roma, dove ogni proposta importante è destinata a sollevare un polverone: prendiamo ATAC e il suo immenso debito. Come affrontare il problema? Se nessuno ha una risposta è perché non ce n’è una comoda, elettoralmente parlando. In secondo luogo proprio per il fardello che portavano sulle spalle, in termini di partito e di precedenti amministrazioni: difficile fare promesse radicali che risultino credibili, in queste condizioni.

Così, in un periodo in cui Roma avrebbe bisogno di una rivoluzione, nessuno si è presentato con le chiavi rivoluzionarie in mano. E dunque più di un terzo dei votanti (non dimenticando un’affluenza bassissima) si è affidato alla soluzione che più poteva sembrare logica: un voto di cambiamento, che la Raggi rappresenta bene anche da un punto di vista di immagine, avendo inoltre fatto esperienza all’opposizione della Giunta Marino. Inutile dire che, soprattutto visto l’endorsement preventivo di Salvini per il ballottaggio, il risultato pare già scritto. In questo senso il PD ha limitato i danni, ma se qualcuno pensava che potesse giocarsi la vittoria era un illuso, almeno quanto lo fu Veltroni nel 2008. In fondo, visti questi risultati, anche Giorgia Meloni sarebbe stata in una difficoltà francamente comprensibile al ballottaggio, per quanto alla vigilia sembrava potesse puntare a risultati interessanti grazie all’affluenza dei voti di Marchini.

Ergo, niente di clamoroso, se non la consapevolezza che, laddove le classi dirigenti sono logore e mal funzionanti, l’alternativa cresce fino a diventare di governo. Ma questo lo sapevamo già: lo hanno dimostrato Parma e Livorno in passato. Allo stesso modo sappiamo che, laddove la situazione è diversa, diverse sono le risposte: a Torino il centro-destra è andato malissimo, ed il Movimento 5 Stelle è cresciuto al punto di giocarsi il ballottaggio con Fassino. A Milano, la città probabilmente meglio amministrata tra i grandi capoluoghi al voto, centro-destra e centro-sinistra si mantengono intorno al 40%, ed anche qui il risultato rispecchia aspettative razionali: dopo quattro anni di giunta di centro-sinistra i risultati positivi hanno portato Beppe Sala in testa, quale erede di Pisapia: ma è altresì endemico che dopo quattro anni di opposizione il centro-destra di Parisi, che è sempre stato forte nella capitale economica, recuperi terreno e si giochi il ballottaggio, soprattutto dato il ritiro del sindaco uscente. A Cagliari invece Zedda va persino verso la conferma al primo turno.

A Napoli è altrettanto ingenuo chi si stupisce del calo del PD: un partito morto da tempo quello del capoluogo partenopeo, commissariato a più riprese, distrutto da infinite faide interne e che ad ogni primaria deve fare i conti col peso di scandali e di capi bastone, con conseguenti polemiche, annullamenti, ricorsi e quant’altro. Negli ultimi 8 anni le primarie sono fallite già due volte, e quest’anno si è andati vicini alla terza. Insomma, è già un miracolo che a questo giro il PD sia arrivato al 20%, contro un De Magistris che, nonostante le tante polemiche, si è dimostrato politico abile, mantenendo alta la popolarità in città, tra la sua azione amministrativa e la propaganda anti-renziana dell’ultimo periodo.

Insomma, dibattere con clamore di queste amministrative e inutile. Sono, piuttosto, lo specchio di un’Italia dove il riassetto del sistema politico è ancora in atto, ed è fortemente sbilanciato tra potere centrale e realtà locali, e che di conseguenza vive tutti gli scossoni del caso. Qualcuno non sopravvivrà a questa situazione, politicamente parlando. Altri porteranno un vento nuovo, altri ancora cadranno a loro volta nel conservatorismo posizionale. Insomma, la politica italiana sta continuando a trasformarsi, questa volta più profondamente che durante gli anni berlusconiani. Ma non è ancora chiara la direzione che verrà intrapresa: non è neanche certo se ve ne sarà una sola. Eppure in pochi sembrano rendersene davvero conto. Ma d’altronde, nel nostro paese, il cambiamento raramente è compreso, né tanto meno accettato. Figurarsi se è caotico come quello di questi anni convulsi.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus