Roma e Napoli, se le primarie umiliano il PD

08/03/2016 di Edoardo O. Canavese

A Roma si litiga sul numero di voti. A Napoli scoppia lo scandalo brogli. Il Pd scivola sulle primarie, la cui formula è sempre più messa in discussione dall’eterna diatriba renziani-antirenziani e dall’incapacità del partito di rinnovare la classe dirigente locale.

Primarie PD

Le primarie, un tempo preziosa risorsa del centrosinistra, oggi costituiscono un grave dilemma per il Partito Democratico. La scorsa domenica a Roma e Napoli i cittadini hanno avuto l’opportunità di indicare il candidato sindaco di Pd ed alleati, come accaduto a Milano un mese fa. Se le consultazioni di coalizione all’ombra del Duomo si sono svolte in una cornice di grande soddisfazione per il partito, lo stesso non si può dire di quelle capitoline e partenopee. Le polemiche emerse a margine della vittoria del candidato renziano Giacchetti hanno palesato l’irriducibile ostilità della minoranza dem di arrendersi alla sconfitta, in nome del continuo rinnovamento del conflitto col premier Renzi. I brogli documentati a Napoli gettano luce sull’incapacità del partito nazionale e dell’attuale segreteria di ripulire quello cittadino dopo le disastrose primarie del 2011 (annullate per voto di scambio).

Il dato sul calo dei partecipanti alle primarie romane non può essere considerato in modo acritico. Portare oltre quarantamila romani al voto, nonostante Mafia Capitale, nonostante la pasticciata amministrazione Marino alla quale aggiungiamo l’opaca gestione straordinaria di Tronca, non era facile. I militanti sono delusi, e non potrebbe essere altrimenti dopo due anni di errori/orrori per il Pd di Roma. Sbaglia quindi Roberto Speranza, uno dei tanti aspiranti leader della minoranza dem, a rinfacciare al commissario Orfini e al segretario Renzi la disaffezione per le primarie. Non solo la dissidenza interna non affronta la netta sconfitta del proprio candidato, Morassut, ma commette così un secondo, peggiore errore: esalta l’idea che le primarie costituiscano solo un nuovo motivo di polemica partitica, e non più uno strumento aggregatore per militanti e rappresentanti, snaturando il senso delle primarie stesse.

Il botta e risposta tra Speranza ed Orfini sulle primarie romane ha permesso ai cronisti di balenare il ritorno dell’eminenza grigia della sinistra post-comunista, Massimo D’Alema. Secondo le indiscrezioni l’ex premier sarebbe pronto ad indicare Massimo Bray, già ministro dei beni culturali, quale competitor alla sinistra di Giacchetti, magari in nuove primarie alternative a quelle Pd che vedano la partecipazione di Fassina e forse Marino. Per ora sono suggestioni, ma il fatto stesso che la vis polemica della minoranza dem dia adito a scenari di questo tipo, dimostra la forza “tafazziana” di una parte del Pd mai arresasi alla conquista della segreteria nazionale da parte di Renzi e pronta a sacrificare il partito stesso pur di riprenderne il controllo. Un Pd romano diviso regalerebbe la Capitale al M5S o alle destre, risultato che rappresenterebbe una spallata dolorosa per Renzi.

Le primarie napoletane, come quelle del 2011, fanno notizia soprattutto per i presunti brogli elettorali. Presunti, perché al netto delle immagini che inchioderebbero alcuni rappresentanti del Pd partenopeo e campano nell’atto di distribuire gli euro per votare ed indicare il candidato da scegliere, la Procura di Napoli ha aperto un’inchiesta per valutare gli episodi. Il voto di domenica avrebbe visto prevalere Valeria Valente, deputata ed ex assessore del Comune, su Antonio Bassolino, mostro sacro della sinistra campana nonché maestro politico della stessa Valente. Lo scarto minimo tra i due concorrenti, meno di cinquecento voti, ma soprattutto i presunti brogli potrebbero aver convinto Bassolino a presentare ricorso sulle primarie. Una possibilità che condannerebbe il Pd napoletano ad una sicura sconfitta, e quello nazionale ad una pessima figura.

Il Pd di Renzi a Napoli ha gravemente fallito. L’incapacità del nuovo segretario dem di rivitalizzare il partito partenopeo permettendo la nascita di una nuova classe dirigente locale dopo le disastrose primarie comunali del 2011. Sarebbe stato necessario un azzeramento dei vertici locali, l’estromissione dalla vita di partito di quegli elementi che avevano affossato il Pd e le sue aspirazioni a Napoli. Invece cinque anni dopo si è potuto candidare Umberto Ranieri (escluso poi per irregolarità nella raccolta firme a sostegno), già candidato nel 2011 e già affossato per brogli. Si è candidato Bassolino, due volte sindaco di Napoli, due volte presidente di Regione.  Si è candidata la sua figlioccia politica, Valente che, nonostante sia “accusata” di parricidio, ha saputo circondarsi di quegli stessi personaggi che attorniavano Bassolino, come Antonio Borriello, che viene ripreso dar monete ai passanti. Più ancora che i volti, a non cambiare negli anni è stata la concezione di politica napoletana come mero strumento di difesa di interessi istituzionali ed economici. Il Pd a Napoli non è mai nato. Esiste un sistema di lobbismo personale che fa riferimento a quel simbolo politico. Forse è troppo tardi, ma il partito partenopeo dovrebbe essere azzerato e rifondato secondo il “modello Ercolano”.

The following two tabs change content below.

Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
blog comments powered by Disqus