Rogue One: bentornata, ribellione!

28/12/2016 di Emanuele Bucci

Il film Rogue One: A Star Wars Story, spin-off incastonato tra due trilogie di Star Wars, si rivela uno dei migliori capitoli dell’intera saga: grazie soprattutto alla felice commistione tra fedeltà all’universo di riferimento e coraggio nel raccontare una storia nuova.

Rogue One Star Wars Story

Rogue One: A Star Wars Story è esattamente ciò che promette il titolo: il primo esemplare di una scuderia a sé. Composta da schegge impazzite, da capitoli (ed eroi) più sporchi e disperati, meno luminosi di quelli principali, ma (proprio per questo) più liberi. Il film diretto da Gareth Edwards è rogue, in tutte le principali accezioni del termine: animale scontroso e vagabondo, emarginato dal suo stesso branco, ribelle tra i ribelli. È un affresco indisciplinato tenuto fra parentesi, e lo capiamo fin dal primo minuto di proiezione: dopo la familiare didascalia che ci trasporta, ancora una volta, «tanto tempo fa, in una galassia lontana» non ci accolgono né il tema musicale canonico e avvolgente di John Williams né la tradizionale introduzione a caratteri gialli che scorre in avanti attraverso le stelle. Stavolta no. A Rogue One non è concesso iniziare così, o forse non l’ha voluto, o forse entrambe le cose: al cane sciolto e non del tutto inquadrato nei reparti ufficiali della saga, un inizio analogo a quello dei grandi brani che lo hanno preceduto sarebbe risultato un collare troppo stretto.

Ed ecco, allora, che ci troviamo catapultati senza altre mediazioni nel pieno della storia: tra i capitoli III e IV dell’epopea creata da George Lucas. Al punto in cui l’Impero Galattico è in procinto di realizzare la sua famigerata e iconica arma, la Morte Nera, la stazione-luna capace di distruggere in un colpo solo interi pianeti. Ma anche al punto in cui, dalle ceneri della Repubblica, la cui decadenza avevano cantato i capitoli-prequel (dall’I al III) del franchise, sta nascendo qualcosa di nuovo: che della compassata diplomazia delle vecchie istituzioni democratiche conserva poco, ma che in loro memoria continua a battersi; e lo fa con la rabbia di chi si è forgiato in un mondo dove il totalitarismo non è più una «minaccia fantasma» ma la realtà da rovesciare. Siamo, insomma, all’alba dell’Alleanza Ribelle, le cui glorie saranno (sono) celebrate nei capitoli dal IV al VI, i primi in ordine di produzione e i più amati dalla maggioranza dei fan. La storia di Rogue One è perciò quella di una battaglia, anzi della battaglia, appena prima che l’aedo Lucas iniziasse a narrarci del mito ufficiale: un mito dietro, dentro e ai margini di quello principale. Un affluente piccolo ma impetuoso che si getta nel fiume della grande narrazione epica, arricchendola e potenziandola, contribuendo a far sì che il corso d’acqua principale sussista.

Rogue One è, appunto, una Star Wars story, e non scorda mai di esserlo.

In quest’ultima immagine sta l’altra faccia, altrettanto vincente, di questo Rogue One: esso è, appunto, una Star Wars story, e non scorda mai di esserlo. È una storia diversa, autonoma dalle altre per contenuto e stile, eppure fedele allo spirito dell’epica cui appartiene, tale anzi da farlo (ri)vivere più e meglio di quanto non vi fossero riusciti altri capitoli inseriti nella (e innalzati alla) gloria di nuovi episodi “ufficiali”. A questo proposito, impossibile non mettere a confronto il film di Edwards con Il Risveglio della Forza, l’episodio VII diretto da J.J. Abrams e uscito esattamente un anno fa. Un film che aveva sopra di sé le pretese (e, indubbiamente, le pressioni) del dover proseguire e ampliare la storia fin lì narrata: omaggiando quanto di meglio era stato proposto dai predecessori e aggiungendo figure e sviluppi ulteriori che non sfigurassero di fronte al passato. Dove, invece, proprio la mancanza di audacia nel giocare col mito, nel raccontare qualcosa di davvero nuovo, si era rivelato il principale limite del film: inibito in partenza da una trama che sceglieva di ricalcare pedissequamente il capitolo fondante della saga (il IV o primo che dir si voglia, Una Nuova Speranza), condannando le svolte narrative alla prevedibilità e al sapore di sterile dèjà vu. Dove, dietro il concerto dei rimandi e delle nostalgie, la storia che avrebbe dovuto essere “sequel”, novità, nasceva debole e invecchiata anzitempo: tra personaggi caratterizzati in modo frettoloso e contraddittorio, e una tensione drammatica in sordina per la paralizzante necessità di costruire un film che mettesse d’accordo tutti (i fan come i novizi, gli adulti come i bambini).

Le citazioni ai capitoli prima e dopo la vicenda narrata si sprecano all’interno di questo film, ma arricchiscono l’affresco anziché appesantirlo e vampirizzarlo.

Rogue One (di)mostra invece al suo fratello maggiore come si possa scommettere su storia e personaggi capaci di seguire fino in fondo direzioni più sperimentali e rischiose, senza tuttavia sacrificare in nulla il piacere degli omaggi al mito preesistente. Al contrario: le citazioni ai capitoli prima e dopo la vicenda narrata si sprecano all’interno di questo film, ma arricchiscono l’affresco anziché appesantirlo e vampirizzarlo. Proprio perché, stavolta, i rimandi sono ciò che dovrebbero essere, elementi diegeticamente giustificati che ampliano la portata di una storia, la quale però ha già in sé grinta e spina dorsale per reggersi da sola. Basta prendere in esame i protagonisti per rendersene conto: inediti ed eccentrici per la saga, eppure in armonia con essa, traducono e rispecchiano la natura del film stesso. Sono le comparse insubordinate del poema che si ritagliano, nella missione suicida per trafugare i piani della Morte Nera, il loro posto d’onore, quello che permetterà agli eroi a venire di completare il lavoro e godersi la celebrazione del trionfo.

I personaggi di Rogue One non sono eroi puri né vincenti, almeno nell’accezione più scontata del termine. Abbiamo una protagonista femminile, la giovane Jyn Erso (Felicity Jones), segnata fin da piccola dal conflitto che rifiuta inizialmente di fare proprio, ma orfana anche della predestinazione da cui erano benedetti altri eroi della saga: l’unica voce a guidarla da lontano, è quella di un padre scienziato che per sabotare il Male dall’interno accetta di condividerne i più gravi orrori. Abbiamo poi un capitano ribelle che non fa nulla per rendersi simpatico e politicamente corretto, uccide a sangue freddo ed esegue ordini controversi perché cresciuto in un mondo in guerra, e perché spera che «la causa» giusta varrà anche i peccati di chi ha combattuto per essa. Abbiamo il leader di una frangia radicale della ribellione distrutto nell’anima e meccanizzato nel corpo (con tanto di respiratore artificiale che rimanda al villain per eccellenza della saga, Darth Vader). Per la prima volta, poi, non c’è un Jedi, ma un guardiano orfano del proprio tempio (abbattuto dal totalitarismo imperiale), non un cavaliere ma un mendicante che invoca la Forza come la sconsolata preghiera a una divinità a volte sfuggente («Io sono tutt’uno con la Forza, la Forza è con me»). Abbiamo, poi, come di consueto, il droide che parla abbastanza da alleggerire occasionalmente la tensione, ma stavolta non ha i profili rassicuranti di un C3P-O o di un R2-D2, bensì il cranio scuro e sinistro di un droide imperiale che, riprogrammato dai ribelli, conserva qualcosa della propria origine nell’umorismo nero di alcune battute.

A questi eroi seduti agli ultimi banchi del Bene non può essere concesso di festeggiare sullo stesso piano dei primi della classe, la loro redenzione (e la loro grandezza) sta inevitabilmente nell’immolarsi senza compromessi in nome di un ideale che li trascenda. Ed è proprio in tale sorte che questi «ribelli» si rivelano compiutamente figli del franchise cui appartengono. Perché Star Wars gioca da sempre a inserire, in uno schema di polarità estreme e ridotte ai termini essenziali (bene e male, libertà e tirannia, pace e guerra), delle pedine che, attraversando entrambi i poli, permettono a entrambi di definirsi e a uno dei due di affermarsi. È, in fondo, il percorso già tracciato dal vero protagonista (esplicito o implicito) dei primi sei film, Anakin Skywalker. Ed è, di fatto, anche il percorso di questi antieroi marginali, tutt’altro che facilmente etichettabili come “buoni”, eppure necessari affinché il polo del bene, nella storia che seguirà, possa inverarsi.

Ispirato alla trilogia originale è il gusto per scenografie e apparato tecnologico di concretezza vintage, senza visionari pianeti digitali, ma con scene di battaglia che ricordano più il war-movie che la fantascienza postmoderna.

Ma, come abbiamo detto, questi personaggi sono lo specchio del loro film: altrettanto audace (reso tale proprio dalla sua parziale “marginalità”) nello sperimentare, dal punto di vista sia contenutistico che formale, soluzioni inedite e al contempo mai stonate rispetto al contesto di riferimento. Rogue One è un film che, tra le altre cose, può permettersi di giocare in modo libero con le intuizioni più felici di ambedue i trittici, quello che narrativamente lo segue e quello che lo precede. Ispirato alla trilogia originale è il gusto per scenografie e apparato tecnologico di concretezza vintage, senza visionari pianeti digitali, ma con scene di battaglia che ricordano più il war-movie che la fantascienza postmoderna. Maggiormente debitore della trilogia prequel risulta invece il gusto per l’allegoria politica graffiante, in particolare nella sequenza della sparatoria sulla luna desertica che ospita l’antica «città sacra» dei Jedi, ora covo di ribelli estremisti: i riferimenti, soprattutto visivi, alle città mediorientali in guerra sono notevoli, tra forze militari di occupazione che sfilano per città intrise di una cultura (e di una religiosità) a loro estranea, guerriglieri in turbante che lanciano bombe, civili inermi (tra cui bambini) vittime del fuoco incrociato. Non perché qui Star Wars voglia rinnegare la sua natura di puro intrattenimento, piuttosto sottolinea il suo essere intrattenimento che gioca con i poli basilari della nostra cultura: dunque non teme di evocare anche la memoria visiva ed emotiva dell’attualità più bruciante per coinvolgerci ulteriormente in questa epica della lotta (di ogni lotta) tra polo positivo e polo negativo dell’esistenza.

L’incontro tra coraggio e fedeltà al mito emerge anche dall’intelligenza con cui Rogue One emenda alcune contraddizioni della storia originaria

L’incontro tra coraggio e fedeltà al mito emerge anche dall’intelligenza con cui Rogue One emenda alcune contraddizioni della storia originaria, sfruttando al meglio il potenziale insito nella propria natura di prequel: il famigerato punto debole nel reattore della Morte Nera, tale da renderla così inverosimilmente vulnerabile nel capitolo IV, viene finalmente giustificato con una spiegazione non solo più solida dal punto di vista logico, ma intensa dal punto di vista drammatico. E, ancora, il film rielabora in modo addirittura spregiudicato un’altra strategia tradizionale della saga, quella consistente nello sfidare le frontiere più estreme degli effetti speciali. In questo caso, dato il momento storico e gli appigli che il soggetto offriva, tale frontiera consiste nel far “rivivere” digitalmente personaggi e attori non più tra noi o troppo cambiati dallo scorrere del tempo. Qui, peraltro, possiamo dire che il film finisce col peccare d’orgoglio: perché la tecnologia si rivela prodigiosa ma non perfetta, e i volti resuscitati tradiscono fin troppo la propria natura sintetica. Un’imperfezione che, forse, si sarebbe potuta evitare ricorrendo ad angolazioni ed illuminazione che mettessero quei volti e quei personaggi meno in evidenza, senza per questo offuscare la forza emotiva della loro (ri)comparsa.

Una sbavatura, certo non l’unica di un film che, tra i suoi molti meriti, non è sicuramente privo di difetti: per citarne un altro, alcune ridondanze nei dialoghi, come l’insistenza sulla parola «speranza», un richiamo appassionato al film cui direttamente ci si riaggancia, ma forse sin troppo reiterato, anche per un’epica volutamente didascalica come quella di Star Wars. Comunque sia, mai come stavolta le imperfezioni sono perdonabili, perché Rogue One è un film “piccolo” che dà una lezione di grandezza non solo agli Star Wars venuti e a venire, ma a tutto il continuum delle saghe hollywoodiane: la lezione irriverente e appassionata di una stella rib

The following two tabs change content below.

Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.