Intervista al Sen. Roberto Cociancich: Ilva, Europa e Mediterraneo

22/10/2013 di Elena Cesca

Roberto Cociancich, intervistaEuropinione propone l’intervista realizzata dalla nostra Elena Cesca, in collaborazione con il Presidente di Cultura Democratica Federico Castorina,  al Sen. Roberto Cociancich, capogruppo del Partito Democratico nella Commissione Politiche dell’Unione Europea e membro della Commissione Affari Esteri del Senato della Repubblica.

A luglio avrà inizio il semestre italiano alla Presidenza del Consiglio dell’Unione Europea. Come si sta preparando il nostro Paese a questo importante appuntamento?

“Durante la sua visita in Canada il Presidente Letta ha affermato che l’Italia dimostrerà perché l’Unione Europea sia stata fondata, nel 1957, proprio a Roma e lo ha ribadito il mercoledì della fiducia, nel suo discorso alle Camere. Abbiamo, dunque, una grande responsabilità. Credo, infatti, che il semestre italiano cada, nell’arco dei prossimi due anni, indubbiamente come il più rilevante. Nel prossimo biennio si alterneranno Paesi alla presidenza che, seppur molto importanti, sono legati ad una memoria storica sicuramente inferiore rispetto a quella italiana. La Lituania, che attualmente esercita il suo turno, ad esempio, è entrata solo dieci anni fa nell’Unione Europea. Seguirà la Grecia che, come ben sappiamo, sta attraversando una crisi economica molto grave, poi Lettonia e Lussemburgo. L’importanza del nostro semestre sarà accresciuta anche da una serie di eventi che caratterizzeranno il destino europeo nel medio periodo, quali l’elezione del Parlamento europeo, del Presidente della Commissione Europea e la nomina dei nuovi Commissari. L’Unione Europea attende con interesse la presidenza di uno dei suoi padri fondatori e dunque i Senatori italiani stanno riflettendo sulle priorità da fissare ed i temi da mettere sul tavolo: dai rapporti di vicinato al processo di integrazione e alla governance. Qualche mese fa eravamo in 27, ora siamo in 28, tra qualche anno potremo essere in 30, 32. Si pone, dunque, il problema di come governare una realtà geograficamente in espansione che era stata pensata, mezzo secolo fa, in termini istituzionali molto più ristretti. Posso affermare che l’Italia sta anche preparando le sue proposte per rivedere gli stessi processi decisionali.”

Come stanno lavorando le Commissioni del Senato nell’ambito dei rapporti con il vicinato ed i flussi migratori?

“Prioritario fra tutti è, senza dubbio, il tema dei rapporti con i Paesi della sponda Sud del Mediterraneo. Con la Commissione 14esima sulle Politiche europee del Senato, abbiamo deciso di avviare un’indagine conoscitiva sulle realtà in trasformazione dei Paesi del Mediterraneo, per meglio comprendere e calcolare le dinamiche e le evoluzioni future in Paesi come Algeria, Tunisia, Libia e Siria. La recente strage a Lampedusa e i flussi migratori ricalcano la priorità da assegnare a questo tipo di realtà. Le dinamiche che ne discendono non sono affatto recenti e interpellano non solo lo stato Italiano, ma anche e soprattutto un maggior coinvolgimento delle istituzioni europee. Nell’agenda rientra anche la Turchia, che continuiamo a tener fuori dalle porte di una Europa che si dice inclusiva, ma che poi di fatto non sembra ancora pronta a intraprendere prospettive future con il mondo turco. Il caso turco è emblematico perché solleva il dibattito culturale e al contempo quello dell’emigrazione in quanto non possiamo dimenticare le comunità turche negli Stati membri, come in Germania. L’Italia per la sua posizione strategica nel Mediterraneo funge da ponte di collegamento con delle realtà molto differenti e riveste, dunque, un’importanza rilevante per l’intera Unione. Da qui, la grande responsabilità nell’avanzare proposte concrete.”

A Dicembre avrà luogo il primo meeting europeo interamente dedicato alla Difesa. Qual è il contributo dell’Italia al Consiglio? Crede, inoltre, che si possano concretizzare gli sforzi verso una maggiore coesione militare?

“Il tema della difesa e dell’industria è quanto mai attuale. Ancor prima di poter parlare di una coesione militare, tuttavia, credo fortemente che si debba perseguire una coesione politica. Indubbiamente, se gli Stati unissero i propri sforzi per creare insieme dei prodotti militari, questo andrebbe a vantaggio delle economie nazionali, della capacità di sviluppare tecnologie più efficienti e di avere maggiore rilevanza in una competizione mondiale nella quale Russia, Cina e Paesi arabi investono enormemente, mentre l’Europa non detiene un’unica fetta del mercato. La creazione di un apparato militare unitario, sia ben chiaro, non sarebbe finalizzato solo a scopi bellici, ma soprattutto a fini civili perché l’ideale dell’Unione Europea è quello della pace e del suo mantenimento. Ritengo, infatti, che la rinuncia ad avere un’autonomia industriale per muovere guerra sia una grande garanzia allo sforzo di rendere l’uso della forza un’opzione remota. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che alcuni tra i nuovi membri, quali la Croazia, la Slovenia, la Serbia, erano in lotta fra loro fino a qualche anno fa. Pensare che questi Paesi lavorino ad una Politica di difesa comune credo costituisca un grande passo avanti verso una reale stabilizzazione dell’area.”

La questione siriana ha frammentato l’Europa in una miriade di posizioni fortemente divergenti che hanno potuto trovare una sintesi solo grazie alla recente risoluzione ONU in cui USA e Russia hanno giocato un ruolo fondamentale. Quali sono gli ostacoli che si frappongono al superamento del metodo intergovernativo verso una vera Politica Estera e di Sicurezza comune?

“Non credo si possa parlare di sintesi decisionale tra Usa e Russia, ma il caso siriano andrebbe piuttosto inteso in termini di reazione dell’opinione pubblica a livello mondiale contrarissima ad un’escalation militare. L’opinione pubblica, il mondo della cultura e gli appelli del Papa hanno avuto una voce in capitolo non indifferente. Si è impedito in questo modo l’approvazione nel Regno Unito della mozione a favore dell’intervento militare o si è condizionato il ripensamento dell’amministrazione Obama. Anche gli incontri del G20 a Mosca, quale organismo intergovernativo, hanno avuto una cassa di risonanza maggiore rispetto a quelli dell’ONU. Ciò dimostra come la formula dell’ONU, il cui Consiglio di Sicurezza è paralizzato dai vincitori di un conflitto terminato sessant’anni fa, non rifletta più la realtà e gli equilibri attuali. Si dovrebbe seriamente soffermarsi sul “se” la formula dell’ONU rifletta le esigenze di un governo mondiale. In tal senso, sarebbe opportuno che anche l’Europa parlasse con un’unica voce, opportunità su cui continuare a lavorare insieme, evitando, al contempo, che tale voce provenga solo dai paesi anglosassoni e l’UE finisca per riverberare le posizioni d’oltre Oceano. Sarebbe auspicabile, infatti, un coinvolgimento più onnicomprensivo anche degli Stati dell’Europa del Sud.”

L’Egitto, dopo la destituzione dell’ex Presidente Morsi da parte dell’Esercito, vive ancora una fase di difficile transizione. Alle questioni di legittimità del potere, si aggiunge l’aggravamento delle condizioni popolari ed economiche. Quanto potranno influire sulla stabilizzazione egiziana il prestito di 4,8 miliardi da parte del Fondo monetario internazionale?

“È vero che il FM ha reso disponibile un prestito di 4,8 miliardi, ma è anche vero che l’Arabia Saudita ne ha garantiti altri 11. In termini quantitativi, oltre agli Occidentali, ci sono altri Paesi che investono sull’evoluzione dell’Egitto, come in primo luogo l’Arabia Saudita, nonostante la storica inimicizia con i Fratelli Mussulmani, mentre Obama aveva giocato la sua carta pensando di poter influenzare la realtà politica egiziana proprio attraverso l’appoggio alla Fratellanza. Il collasso all’interno di questi ultimi e l’incapacità dell’amministrazione Morsi di gestire l’eterogeneità della società con le sue componenti laica e coopta, ha indotto nuove sollevazioni popolari e disordini, tanto da rendere ardua la comprensione dell’esperienza egiziana. La presenza dell’esercito è anch’essa attualmente sottoposta a revisione. L’esercito sarebbe stato prima osannato come salvatore della Patria per poi cadere in nuova luce negativa per via delle risposte repressive. Comprendere l’Egitto non è facile e, a mio modo di vedere, la complessità è aggravata da un ricorso affrettato a lenti sbagliate. Date le pressioni dal mondo arabo e gli aiuti sauditi, se l’Occidente vuole contribuire a stabilizzare un’area così martoriata, deve farlo non solo in termini quantitativi, ma qualitativi, creando dal punto di vista politico un’intelligence mirata prima di avviare lo stanziamento di misure prettamente quantitative. Credo occorrano meno slogan, meno proclami, ma maggiori interventi mirati a creare condizioni politiche che favoriscano la democratizzazione e quelle forze laiche che si riconoscono nei modelli che noi riteniamo più adatti al consolidamento della democrazia.”

Secondo quanto comunicato da Bruxelles, 35 prescrizioni su 90 contenute nell’autorizzazione integrata ambientale (Aia), che applica la direttiva Ue sulla prevenzione e riduzione integrate dell’inquinamento (“direttiva IPPC”) proveniente dalle attività industriali ad alto potenziale inquinante, non sono state attuate dall’ILVA di Taranto, e Roma è stata ritenuta inadempiente. Ne è risultato l’avviamento della procedura d’infrazione. Secondo il Commissario Eu per l’ambiente, “L’Italia ha il numero più alto di infrazioni per l’ambiente in Ue, e nella maggior parte dei casi è perché la normativa non è stata messa in atto secondo accordi.” L’Italia ha due mesi di tempo ora, come si procederà?

“Le procedure di infrazione vengono sanate tramite l’attuazione della cosiddetta legge europea che ha immediata applicazione a livello statale. L’ultima riguardante le infrazioni per questioni ambientali è stata approvata, prima al Senato e poi alla Camera, ad agosto e mirava a sanarne 34. Recentemente ne è stata votata una nuova proprio con un’altra ventina di articoli. Il caso ILVA, tuttavia, non è rientrato in nessuna delle due. Ora, o il Governo procederà in fretta e furia facendovi rientrare la nuova procedura o si rischierà di finire in sanzione. Ciò che più rattrista è che determinati provvedimenti vengano presi solo sotto la frusta della Commissione Europea. La bonifica del territorio e la formazione di politiche di prevenzione dovrebbero essere questioni da affrontare in maniera ordinaria da organismi appositamente studiati, come la Commissione ambiente. In tal modo, invece, si finisce per agire in emergenza, senza porre un appropriato e mirato intervento, piuttosto che in fase di prevenzione.”

Articolo pubblicato su: www.culturademocratica.it

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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