Roberto Bracco, quel «no» ai soldi del regime

23/08/2014 di Matteo Anastasi

Il drammaturgo amico di Croce che rifiutò "la corte" dei soldi del regime

Roberto Bracco

È il 27 gennaio 1945 quando dalla penna di Giuseppe Ungaretti emergono i pensieri che seguono: «Era una sovvenzione che s’usava dare a scrittori e artisti bisognosi, e la ricevettero persone onorevolissime, perché potessero seguire con tranquillità il loro lavoro». La «sovvenzione» cui si riferisce Ungaretti è scomoda. Il mecenate elargente è, infatti, il regime fascista, oramai caduto da un anno e mezzo. E quello del poeta è un vero e proprio memoriale difensivo, giustificatorio.

Per volontà di Mussolini, la cultura italiana, durante il Ventennio, è costantemente sovvenzionata da un apposito fondo. Gli studi sul tema – ultimo dei quali di Giovanni Sedita, Gli intellettuali di Mussolini. La cultura finanziaria del fascismo – riportano alla luce un quadro chiaro: il 55% dei “foraggiati” opera nel campo del giornalismo, il 22% in ambito letterario, il 15% in settori eterogenei. In quest’ultima voce si collocano soprattutto le influenti figure firmatarie del Manifesto della razza, datato 1938.

Roberto BraccoAd ogni modo, più che la quantità pecuniaria ricevuta, interessa analizzare le motivazioni avanzate dai singoli intellettuali per ottenere la sovvenzione. Da Salvatore Quasimodo («l’urgenza di essere aiutato, in qualsiasi modo, interessa nel vivo i più elementari bisogni cotidiani di vita») al pur già abbiente Pietro Mascagni, da Filippo Tommaso Marinetti a Giovanni Ansaldo, oramai convertito al fascismo, che nel 1932 giustifica i pochi elogi spesi nei confronti del regime col timore di «sembrare un leccapiedi dell’ultima ora».

Ma, come si suol dire, c’è chi dice «no». È il caso di Roberto Bracco. Drammaturgo e intimo amico di Benedetto Croce, il suo nome si inscrive fra quelli (le dita di una mano possono bastare) che rifiutano l’aiuto fascista. Nel 1929 il suo I pazzi, interpretato dalla nota attrice Emma Gramatica, gli vale la qualifica, assai poco invidiabile al tempo, di oppositore del regime. Nel 1935 Bracco si ammala gravemente e la Gramatica interviene presso Dino Alfieri per garantire «un modo pietoso per alleviare la vita che si spegne di quest’uomo di ingegno che ha avuto gravi torti ma non ha mai fatto nulla di male, e se non ha tentato nulla per superare i suoi errori non è stato per orgoglio ma per dignitoso silenzio temendo di essere mal giudicato». Quelle parole giungono a Mussolini, che non batte ciglio e dispone l’assegnazione di diecimila lire.

Bracco le rifiuta e costringe la Gramatica, siamo nel 1937, a scusarsi col duce per «averle procurato un’inutile buona azione». Il drammaturgo giustifica il suo gesto con un’accorata lettera al capo del fascismo: «Una profonda e benefica commozione ha prodotto in me l’atto generoso da Lei compiuto con eleganza di gran signore e con una squisita riservatezza, in cui ho ben sentito la bontà e la comprensione di chi amorosamente e validamente vigila le sorti della famiglia artistica italiana. Ma la commozione profonda e benefica non deve far tacere la mia coscienza di galantuomo la quale mi avverte che quel denaro non mi spetta».

Bracco morirà sei anni più tardi, nel 1943. Nel frattempo, come scrive Sedita, il regime «abituato ad acquistare la riconoscenza e il consenso degli intellettuali, seppure in un contesto privato, aveva subito uno smacco». Per una volta, «i ruoli si erano invertiti: il regime proponeva e l’intellettuale rifiutava».

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Matteo Anastasi

Matteo Anastasi (Roma, 1989) si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma e, sempre con lode, in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli. Per Europinione si occupa di storia ed esteri. Collabora inoltre con Cronache Internazionali e Mediterranean Affairs ed è co-fondatore del think thank di politica internazionale Il Termometro – Blog di opinioni e discussioni
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