Robert Capa: incomparabili memorie di guerra

23/06/2014 di Simone Di Dato

Quella di Endre Ernő Friedmann, il nomade fotografo ungherese conosciuto come Robert Capa, non fu una vera e propria vocazione: di diventare un fotoreporter infatti,  non ne aveva alcuna intenzione. Eppure, una serie di circostanze unite ad un precoce talento, resero Robert Capa un personaggio leggendario a soli 25 anni, quando la rivista britannica Picture Post lo proclama il più grande fotografo di guerra al mondo per i suoi recenti reportage sulla guerra civile spagnola. Un conflitto bellico, tra i cinque di cui fu testimone, che seguì fin dall’inizio in diverse regioni spagnole, con coraggio e una Leica 35mm al seguito.

Con i primi scatti Endre dimostra di essere all’altezza della reputazione del più celebre Robert, assumendone ufficialmente il nome. Via fronzoli e orpelli, i primi lavori pubblicati nel 1936 su diversi giornali suscitano un clamore inaspettato: le foto sono di una potenza inaudita, di un’immediatezza inverosimile, non solo impongono allo spettatore uno sguardo sul mondo del tutto diverso, ma creano un’urgenza, per la prima volta lanciano un allarme. Come nel caso del mai perdonato “Miliziano repubblicano colpito a morte”, diventato una delle icone della lotta antifascista, e sulla cui inautenticità esiste un’intera letteratura. E a chi poneva domande sulla foto, Capa rispondeva:” Per scattare foto in Spagna non servono trucchi, non occorre mettere in posa. Le immagini sono lì, basta scattarle. La miglior foto, la miglior propaganda, è la verità”.

Capa-foto
Robert Capa

Una verità che è impossibile negare in guerra, dove il fotografo riprende scontri e battaglie nelle prime linee come nessuno aveva mai fatto, pur non essendo un soldato e col solo scopo di richiamare all’attenzione del mondo le atrocità e il dolore provocati dalle guerre stesse. Immortala con indignazione civili, vittime innocenti di ogni conflitto così da vicino da rischiare la pelle, senza porre alcuna distanza tra se stesso e chi gli era davanti, pericolosamente immerso in paesaggi, violenza ed inquietudini. “Capa sapeva che non si può ritrarre la guerra, perché è soprattutto un’emozione – scrisse il suo amico John Steinbeckma lui ha fotografato quell’emozione scattando accanto a lei. E’ stato capace di dimostrare l’orrore di un intero popolo nel volto di un bambino. La sua macchina fotografica coglieva l’emozione e la tratteneva. Le sue foto non sono incidenti. L’emozione che contengono non arriva per caso.”

Alcune delle foto più belle e significative del padre del fotogiornalismo furono scattate in Italia, quando si trovò a seguire da vicino gli avvenimenti bellici del nostro Paese: dallo sbarco in Sicilia fino ad Anzio, dalla resa di Palermo, ai funerali delle giovani vittime delle quattro giornate di Napoli. In occasione dell’Anno Culturale Ungheria Italia 2013-2014 che coincide con il centenario della nascita del grande maestro (il 22 ottobre 1913), il Museo nazionale ungherese di Budapest in collaborazione con Palazzo Ducale di Genova, dedicano un’importante retrospettiva che raccoglie le fotografie scattate da Capa nel biennio 1943-44, in Italia. Dopo il grande successo ottenuto a Roma e Firenze, lo sguardo leggendario di Robert Capa approda nel capoluogo ligure con una raccolta di 78 immagini in bianco e nero a prestigiosa testimonianza dei difficili anni italiani durante la seconda guerra mondiale.

Curata da Beatrix Lengyel che ha selezionato per l’occasione una sequenza di scatti provenienti dalla serie Robert Capa Master Selection III e conservata a Budapest, la mostra promette la testimonianza visiva di scatti colmi di umanità, gusto e coraggio, fatti e avvenimenti che mescolano il disprezzo per la mera tecnica, un’innata empatia per uomini e donne intrappolati nella loro realtà, movimento, allegria e sconforto.

Le fotografie di Robert Capa – commenta la curatrice – sono impresse nella memoria collettiva come piccoli frammenti del XX secolo. Sono tessere di un simbolico mosaico degli istanti che separano vita e morte e delle atrocità delle 5 guerre di cui fu testimone. Grazie alla delicatezza, all’umanità, alla spontaneità alla sensibilità dei suoi scatti, generazioni di fotografi hanno compreso come sia possibile immortalare i dimenticati e gli ultimi nell’intimità degli attimi di cui si compone una vita, siano essi attimi di commozione, sollievo, terrore o felicità.”

Ed ecco quindi un’anziana donna che arranca tra le rovine di una strada di Agrigento, soldati civili immersi nella loro vita quotidiana, una famiglia colpita e sfigurata dalle morse della fame in fila per l’acqua, ma anche la gioia irresistibile di uomini che tra fame, sete e miseria accolgono a braccia aperte l’arrivo degli alleati a Monreale. Sono immagini dall’inestimabile valore storico e culturale, un patrimonio visivo di fotografie capaci di trascendere le singole e specifiche situazioni in cui sono nate, per diventare icone di resistenza e opposizione, di dignità e orgoglio di fronte alla più insopportabile sofferenza.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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