Rivoluzionare. Sì ma con metodo

15/02/2013 di Andrea Viscardi

Rivoluzione, cambiamento, rinnovamento. Termini abusati nell’arco degli ultimi mesi. Parole di grande impatto politico, una grande reclame capace di attirare interesse, speranze, voti. Attenzione, però, perché come qualsiasi slogan elettorale, dietro al cambiamento e al rinnovamento si riscontrano pericoli di elevata portata. Mai avrei pensato di fare un discorso del genere, ma in Italia il sentimento generale di odio verso chi ha governato sino ad oggi rischia di trasformarsi in un’arma a doppio taglio in grado di portare il Paese ancora più nel baratro di quanto già sia. Perché, nell’intelligenza di un popolo ancora poco consapevole a livello politico, le parole elencate all’inizio vengono interpretate come sinonimo delle parole giovane ed estraneo.

Giovane, perché il rinnovamento politico, nella mente di una buona fetta della popolazione, può essere portato solo ed esclusivamente da persone la cui carta di identità riporta una data di nascita molto successiva rispetto a chi ha retto il Belpaese sino ad oggi. Estraneo, perché tale presupposto è accompagnato dall’idea che risollevarci sia possibile solamente attraverso il lavoro di chi, con la politica, non ha avuto nulla a che fare sino ad oggi.

Tali convinzioni, in realtà, sono pericolose. Nella maggior parte dei settori il ragionare secondo una logica simile vuol dire indirizzarsi verso un fallimento totale. Il cercare di gestire una macchina come quella statale presuppone, in primis, grandi conoscenze, grandi capacità, grande esperienza. Giovane non significa per forza competente, esattamente come vecchio non significa per forza parassita. Si dimentica, in tutto questo discorso, una parola: merito. Qui da noi, invece, sembra essere caduti in uno scontro generazionale, una lotta tra Crono e Zeus, un odio che acceca. Senza che l’alternativa esista veramente.

In pochi, infatti, si pongono una questione fondamentale. In Italia i giovani e la politica sono stati, negli ultimi decenni, lontani anni luce. Sono passati, purtroppo, i periodi in cui un liceale, interessandosi, poteva prendere parte ad un movimento politico e, dopo anni di gavetta e di esperienze, proporsi sul panorama politico cittadino, provinciale, quindi regionale e nazionale, accompagnato da quell’esperienza e quella consapevolezza fondamentale. Oggi, il rischio, come dimostrato anche da chi  ha voluto fare delle primarie su internet, è di trovarsi davanti a ragazzi magari candidi, puliti, onesti, ma convinti che per fare meglio di chi risiede oggi in Parlamento sia sufficiente avere tali caratteristiche, dimenticandosi quanto l’immagine e l’intenzione non siano nient’altro che un punto di partenza, non quello di arrivo.

Ciò che manca, nel nostro Paese, per poter apportare un rinnovamento consapevole, intelligente, utile, è da individuarsi proprio nella possibilità, da parte dei giovani, di formarsi gradualmente così da essere veramente in grado di occupare una posizione di responsabilità come quella che richiederebbe, almeno a rigor di logica, il ruolo di parlamentare. Altrimenti, ciò che rimarrà tra pochi anni di questo sentimento non potrà essere null’altro che la presa a coscienza di aver fallito un’altra volta. Una rivoluzione senza consapevolezza, d’altronde, non può portare a null’altro che a strumentalizzazioni, errori, incapacità. A quel punto, al popoletto, non andranno più bene nè i giovani nè i “vecchi” e si ritroverà in mano solo un pugno di sabbia.

L’impressione è che l’incapacità palesata dalla nostra classe politica sia stata percepita da un popolo addormentato tutta di un botto, come se fosse un elemento palesato da una manciata di anni. La soluzione proposta dal populismo è quella di una spaccatura totale. Una spaccatura nelle cui crepe, però, non dovrebbe andare ad inserirsi null’altro che uno stereotipo. L’importante, insomma, è non avere i capelli bianchi e legislazioni alle spalle. Tutto il resto, ci vogliono far credere, verrà da sé. A pensarci un attimo, però, se si mette nelle mani di un quindicenne una Ferrari è molto più probabile vada a schiantarsi prima ancora di comprendere cosa si debba fare per tenerla su strada. Lo stesso vale per la politica. Giudizio, quindi, e gradualità. Tempo e pazienza. Solo così possono essere cambiate le cose in un Paese capace per settant’anni solamente di autoconservarsi senza mai cambiarsi. Altrimenti ci si troverà innanzi all’ennesima rivoluzione incapace di completarsi ed esprimersi, ma abilissima di rientrare, nel giro di pochi decenni, in quelle stesse logiche verso le quali si scagliava con prepotenza. Allora, i giovani di oggi, saranno i vecchi di domani.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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