Il ritorno degli investitori sui BTP

08/05/2014 di Alessandro Mauri

Il rendimento dei titoli di Stato Italiani continua a registrare cali, toccando ogni giorno nuovi record e permettendo di ridurre la spesa per interessi. Ma a chi va il merito di aver favorito il ritorno degli investitori internazionali sul mercato dei Btp?

Tassi al minimo storico – Il rendimento dei titoli a 10 anni oscilla negli ultimi giorni attorno al 3%, un tasso di interesse che sui titoli del nostro Paese non si era mai visto. Osservando i dati del Dipartimento del Tesoro, emerge come prima dell’avvento della moneta unica – e quindi in un periodo in cui il rendimento dei titoli di Stato era legato non solo all’affidabilità del Paese, ma anche della sua capacità di mantenere stabile la propria valuta – il rendimento medio dei titoli a 10 anni si attestasse ad un livello superiore al 5%. Nonostante l’entrata in vigore dell’Euro sia stata seguita da un calo dei rendimenti, grazie alla credibilità internazionale molto più forte della moneta unica rispetto alla lira, ancora nel 2010, prima della “tempesta perfetta” della speculazione sui debiti sovrani, il rendimento medio del decennale si aggirava attorno al 4%.

La crisi dei debiti sovrani – Nell’estate del 2011 la crisi greca ha portato gli analisti internazionali a temere un possibile contagio dei Paesi i cui bilanci presentavano maggiori criticità, tra cui l’Italia. Questo ha sua volta portato alla convinzione che i cosiddetti PIIGS, ovvero Portogallo, Italia, Irlanda, Grecia e Spagna, non sarebbero stati in grado di onorare i propri debiti; di conseguenza per prestare denaro a Paesi così rischiosi sono stati richiesti rendimenti sempre più elevati, causando il sostanziale default della Grecia, e facendo toccare ai Btp a 10 anni lo stratosferico rendimento del 7,261%: era il 25 novembre del 2011.

L'apice della crisi del debito: luglio - novembre 2011. Fonte Ansa-Centimetri, elaborazione su dati Bloomberg.
L’apice della crisi del debito: luglio – novembre 2011.
Fonte: Ansa-Centimetri, elaborazione su dati Bloomberg.

Che cosa è cambiato – Per più di due anni il nostro Paese ha vissuto con lo spettro, talvolta sopravvalutato come reale misura della salute economica dell’Italia, del cosiddetto “spread” tra Btp e Bund tedeschi che, per la loro elevata affidabilità, costituiscono il principale benchmark per i titoli di Stato in Europa. Viene da chiedersi quindi che cosa abbia portato a un così marcato ridimensionamento della pressione del mercato sui Btp. Appare subito evidente che il merito non è da attribuire ai vari governi che si sono succeduti dal 2011 a oggi, dal momento che il processo di riforme strutturali, e non contingenti, che in altri Paesi (caso esemplare la Spagna) è stato implementato, in Italia si affaccia molto timidamente solo ora, ed è ben lungi dall’essere completato. Dunque la causa va ricercata al di fuori dell’Italia, ma il merito va tutto ad un nostro connazionale.

“Whatever it takes” – La svolta avviene il 25 luglio 2012, quando il Presidente della BCE Mario Draghi dichiara che la Banca Centrale farà qualsiasi cosa, anche operazioni non convenzionali, per difendere l’Euro. E’ una presa di posizione forte, che supera le resistenze dei Governatori delle banche centrali più intransigenti (Germania e Finlandia in testa) e che rassicura totalmente gli investitori internazionali, ormai certi che qualunque cosa succederà in futuro, Francoforte non permetterà il fallimento dell’Euro. Questa convinzione permette l’ingresso di flussi sempre più ingenti di capitali dall’estero, in fuga dalle economie emergenti che si sono rivelate essere molto rischiose e fragili, verso i paesi periferici dell’UE, che garantiscono ancora rendimenti interessanti, ben superiori a quelli dei Paesi considerati più sicuri, i cui titoli sono ora considerati troppo “cari” per via del fatto che il loro rendimento copre a stento l’inflazione.

QE e prospettive future – Secondo gli analisti, i margini per un’ulteriore riduzione dei tassi di interesse sono molto ridotti anche nel caso in cui la BCE decidesse di implementare una strategia di Quantitative Easing simile a quella posta in essere negli USA dalla FED negli ultimi anni. L’ipotesi di una forte immissione di liquidità nel sistema, data quasi per certa dagli investitori, è già stata, infatti, ampiamente scontata dal mercato, per cui ci si può al più attendere un lungo periodo di tassi stabili ai livelli attuali. Solo quando l’inflazione tornerà a salire dal misero 0,7% attuale (ricordiamo che il 2% è l’obiettivo di medio termine della BCE), si assisterà a un graduale rialzo dei rendimenti, che dovrà tener conto delle nuove condizioni macroeconomiche.

Grazie alla situazione favorevole dei mercati, come emerge dalle analisi del Ministero, nel 2013 si sono risparmiati 2,7 miliardi di Euro di oneri sul debito rispetto al 2012, e le previsioni parlano di una cifra simile, tra i 2 e i 3 miliardi di Euro, anche per l’anno in corso. Indubbiamente una quantità di risorse rilevante per le sofferenti finanze Italiane.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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