I ritardi dell’Italia e i nuovi dati sulla disoccupazione

31/05/2013 di Iris De Stefano

Pochi giorni dopo la notizia della chiusura da parte dell’Unione Europea della procedura di infrazione da deficit eccessivo, due notizie, diverse ma accomunabili, tornano a scuotere l’economia e la politica italiana. Stamattina alla Relazione annuale tenutasi a Palazzo Koch, Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, ha incentrato il suo discorso finale sul ritardo del nostro paese, in un inquietante sincrono con i nuovi dati sulla disoccupazione emanati dall’Istat nella stessa giornata.

Il Governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco
Il Governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco

Il discorso di Visco – Le parole pronunciate dal governatore in realtà non sono certamente di portata rivoluzionaria: si è parlato molto di un ritardo quantificato in 25 anni rispetto agli altri paesi industrializzati, con il nostro poco capace di realizzare cambiamenti rapidi e adeguati alle nuove sfide geopolitiche ed economiche. “L’aggiustamento richiesto e così a lungo rinviato ha una portata storica… Le origini finanziarie e internazionali della crisi, cui si è soprattutto rivolta l’attenzione delle autorità di politica economica non devono far dimenticare che in Italia, più che in altri paesi, gli andamenti ciclici si sovrappongono a gravi debolezze strutturali.” Debolezze strutturali acuite da un comportamento della classe dirigente, poco attenta ai reali bisogni del paese e spesso interessata a soddisfare i propri interessi non mettendo in atto tutta una serie di riforme strutturali per le quali a volte mancano solo i provvedimenti attuativi. Anche in questo caso nulla di nuovo, se non un altro –necessario- richiamo alla responsabilizzazione politica tra i numerosi molto spesso inascoltati. Il governatore, a capo della Banca d’Italia dal novembre 2011 quando Mario Draghi la lasciò per la Bce, si è soffermato anche sulle imprese soprattutto le piccole e medie, maggiormente colpite dalla crisi: “Le imprese sono chiamate a uno sforzo eccezionale per garantire il successo della trasformazione, investendo risorse proprie, aprendosi alle opportunità di crescita, adeguando la struttura societaria e i modelli organizzativi, puntando sull’innovazione, sulla capacità di essere presenti sui mercati più dinamici.” Sarebbe necessario dunque un taglio selettivo delle imposte nel medio termine, maggiormente sul settore del lavoro, facendo così in modo da sbloccare le assunzioni e dunque le attività d’impresa che a causa della globalizzazione dovranno essere in grado di modificarsi e preparare i giovani a lavori che probabilmente non esistono ancora. In conclusione uno spiraglio d’ottimismo, perché: “Non bisogna aver timore del futuro, del cambiamento. Non si costruisce niente sulla difesa delle rendite e del proprio particolare, si arretra tutti.”

Il rapporto dell’Istat – Le parole di Visco arrivano all’opinione pubblica in contemporanea con gli inquietanti numeri diffusi oggi dall’Istat, l’Istituto nazionale di statistica, riferiti alla quantità di non occupati nel paese. Emerge infatti un nuovo record negativo con il tasso di disoccupazione nel primo trimestre dell’anno al 12,8%, aumentato di quasi due punti rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e il più alto dato registrato da quando si iniziarono a fare le rilevazioni trimestrali ben 36 anni fa. Il dato che però ci sembra maggiormente preoccupante è quello riferito alla fascia giovanile, tra i 15 e i 24 anni, con una media del 41,9% dei giovani attivi ovvero in cerca di lavoro. La quantità di disoccupati è, come al solito, differentemente distribuita in base alle varie zone italiane e al genere, arrivando infatti a toccare il 51,2%  degli uomini e ben il 52,8% delle donne nel Sud Italia.

Il futuro – Quelli del rapporto Istat sono numeri allarmanti e che dovrebbero diventare la priorità di ogni esecutivo, soprattutto dopo una campagna elettorale ( i cui risultati restano interrogativi aperti ) tutta basata sulla retorica partitica dell’importanza di giovani e donne nell’attuale società contemporanea. Bisognerebbe ricordarsi che la fascia di età al di sotto dei 25 anni rappresenta il futuro reale della società la quale resta per il momento senza nessuna idea sulle proprie prospettive, sulle proprie possibilità di lasciare il prima possibile la casa dei propri genitori anche se, dicono le statistiche, ci si laurea prima, meglio e con una maggiore conoscenza delle lingue. Ogni volta che escono i numeri sull’emigrazione italiana all’estero ci si chiede per quale motivo un tasso tanto alto di giovani laureati emigra, ma il punto della questione non è quello: si può anche andar via, perché sappiamo ormai quanto possa servire ad uno stato avere persone all’estero che acquisiscono know-how e che creano reti di conoscenze e magari nuove imprese. Il punto è avere la possibilità di scegliere: scegliere se tornare, scegliere di non andare. Quello di non lasciare ai propri figli nessuna altra alternativa se non il partire –quello- sarebbe il maggior fallimento di uno Stato.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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