La ripresa economica che non c’è

29/07/2014 di Alessandro Mauri

Le recenti stime al ribasso per il Pil europeo attestano, ancora una volta, le difficoltà del continente nel ritrovare un sentiero di crescita sostenuta

BCE

Dopo anni di recessione e di manovre correttive, ancora non si vede la tanto annunciata ripresa economica. La crescita dell’Eurozona continua a non arrivare, specialmente nei Paesi periferici, e la crisi minaccia di intaccare anche la solidissima Germania.

Ripresa lontana? –  Da diverso tempo oramai si sente affermare da politici ed illustri esponenti delle istituzioni europee che “il peggio è passato” e che “la ripresa è vicina”, ma fino ad oggi essa è rimasta solamente un miraggio e, più il tempo passa, più ci si convince che anche questo sarà un anno molto difficile, anche considerando le recenti stime al ribasso per il PIL europeo. Il Fondo monetario internazionale (Fmi) infatti  prevede che nel 2014 l’economia del nostro Paese aumenterà solamente dello 0,3%, ben al di sotto delle aspettative del governo, che riteneva plausibile una crescita annua dello 0,8%. Come se non bastasse, anche le stime per il prossimo anno, sempre secondo quanto riferito dal Fmi, non sono delle più rosee, se si considera che l’Italia dovrebbe crescere dell’1,5%, molto lontano dalle migliori performance quali, per esempio, quella del Regno Unito, che già quest’anno farà un balzo del 3,2%, realizzando il miglior risultato nell’Occidente. Gran Bretagna esclusa, anche gli altri Paesi europei segnalano gravi difficoltà nella ripresa economica e, se da un lato non ci si stupisce troppo di una Francia alle prese con un misero +0,7%, ben più consistenti preoccupazioni desta la dichiarazione dei giorni scorsi resa dalla Bundesbank, secondo la quale nel secondo trimestre 2014 l’economia tedesca si è sostanzialmente fermata.

La direttrice generale del FMI, Christine Lagarde.

“Scalare la marcia” – Gli ordinativi che da tutto il mondo giungono alla Germania, che da sola produce circa il 29% del PIL dell’Unione Europea, sono in diminuzione, per via del protrarsi delle difficoltà economiche dei Paesi periferici e per il rallentamento della domanda da parte degli emergenti. Questo crea gravi difficoltà alle manifatture tedesche, e rischia di coinvolgere, seguendo un effetto domino, anche il resto delle economie europee, già alle prese da anni con la recessione. Quello che più colpisce è che ci sarebbero ampissimi margini di manovra da parte di Berlino: secondo alcune stime potrebbe tranquillamente stanziare circa 13 miliardi di euro per sostenere la domanda interna, sostituendola a quella esterna, e per investimenti pubblici senza intaccare i vincoli di bilancio nazionali e internazionali. Ma si tratta di briciole se si considera che, per esempio, essendo il rapporto deficit/PIL allo 0,1%, si potrebbero tranquillamente usare 75 miliardi di euro prima di raggiungere il fatidico 3%, e questa montagna di denaro rappresenterebbe uno stimolo notevole all’economia non solo della Germania, ma di tutto il continente. Purtroppo l’atavica diffidenza teutonica verso la spesa pubblica e l’inflessibilità della cancelliera Angela Merkel, lasciano presupporre che questa potenza di fuoco resterà inutilizzata.

Livelli pre-crisi – Altri interessanti dati provengono da un’analisi svolta dall’agenzia di informazione economico-finanziaria Thomson Reuters, la quale cerca di comprendere quali economie abbiano raggiunto i livelli di produzione che avevano prima del crollo e della crisi del 2008. Secondo quanto si apprende, l’Italia è l’unico Paese del G7 a non aver ancora recuperato: considerando il livello di produzione pre-crisi pari a 100, oggi il nostro Paese si colloca a 99,3, oltre la media europea, che si attesta al 97,5 (ma su cui pesa la pesantissima prestazione della Grecia ferma a 75,2), ma ben al di sotto di Stati Uniti (105,5) e Germania (103,8). Tuttavia la spinta della ripresa economica sembra essere già venuta meno per tutti i Paesi europei che fanno affidamento sulla manifattura per rilanciarsi (Germania, Francia e Italia), mentre le ottime performance che sta facendo registrare la Gran Bretagna sono attribuibili, oltre al settore finanziario, anche ai grandi investimenti che si stanno producendo nel settore dei servizi.

Cambio di passo – Quanto detto fin qui evidenzia come sia necessario un cambio di passo repentino e convinto da parte di tutte le economie del Continente, per agganciare la ripresa economica degli Stati Uniti prima che sia troppo tardi e per mantenere un certo margine sulle economie asiatiche, anche loro in ripresa, seppur con diverse difficoltà. Appare altrettanto evidente come questo sia possibile solamente attraverso una più stretta collaborazione a livello europeo, con piani di investimento comunitari che mettano a disposizione risorse e capitali volti alla realizzazione di infrastrutture e al sostegno della domanda interna, da sempre uno dei principali problemi europei e quanto mai stagnante negli ultimi anni. Continuare ad attendere che sia il mercato, non solo lasciato a sé stesso, ma anche gravato dalle politiche di austerity, a rialzarsi autonomamente, potrebbe rivelarsi una mossa troppo azzardata.

Inutile farsi illusioni, anche quest’anno la crisi morderà l’Europa, e i labili segnali di ripresa economica non devono assolutamente essere abbandonati a se stessi, ma sostenuti con politiche industriali e commerciali serie, che abbiano come unico scopo il rilancio dell’economia.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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