Ripensare il Sistema Sanitario Nazionale

08/06/2014 di Pasquale Cacciatore

ospedale

La questione del finanziamento pubblico in sanità, critica e prioritaria nel setting di un welfare State come il nostro, è argomento all’ordine del giorno negli uffici di tutti coloro (burocrati, tecnici economici e personale sanitario) che quotidianamente lottano per coniugare le esigenze di offerta di servizi sanitari con la scarsezza di risorse disponibili. Tanto più in questi ultimi periodi, contrassegnati dagli innumerevoli deficit di bilancio e dai conti in rosso, complice – soprattutto – la crisi economica.

Ripensare il Sistema Sanitario Nazionale. Proprio per tale motivo, tra i responsabili del management pubblico ai “piani alti” si sta discutendo da tempo sulla necessità e sulle possibilità di ripensare totalmente il Sistema Sanitario Nazionale, ovvero quell’insieme di health services che sostituiscono nel nostro Paese le mutue dal 1978. Un sistema che, nonostante i numerosi punti critici e le perplessità spesso dimostrate, è riuscito a dimostrarsi sempre migliore di quanto prospettato, tanto da far invidia a mezzo mondo occidentale. Ripensare il Servizio Sanitario Nazionale, dunque, soprattutto in termini di risorse economiche allocate, evitando di operare i chirurgici tagli troppo spesso obbligatori, l’adozione di soglie di sbarramento all’accesso ai servizi ed altri meccanismi che, con l’obiettivo – nobile – di appianare il disavanzo accumulato, finiscono per gravare proprio sui soggetti più deboli, con una spirale viziosa assurda che non è certamente degna di uno Stato solidaristico come il nostro.

Idea UK. È quello che stanno cercando di fare in Gran Bretagna, patria del welfare state, e forse uno dei pochi Paesi in Europa ad eguagliare e superare l’efficienza del nostro sistema sanitario. Il National Health Service è infatti sotto la lente d’osservazione nell’agenda di governo, e negli ultimi mesi sono state numerose le proposte di legge per modificare il rapporto tra il contributo pubblico e l’acquisto di risorse da destinare alla sanità. Una delle proposte che ha ricevuto più seguito è stata quella proveniente dall’area labour, relativa all’introduzione di un “abbonamento” mensile per i cittadini britannici, una cifra intorno alle dieci sterline (circa dodici euro) per risollevare le finanze di un sistema in crisi (giusto come il nostro, o comunque come quelli di mezza Europa).

Riformare il Sistema Sanitario NazionaleAbbonamento mensile. L’assicurazione alla salute, a cui sarebbero obbligati i cittadini residenti per aver accesso alle cure, sembra da un lato snaturare la natura solidaristica del sistema (dall’ottica beveridgiana si passerebbe infatti ad un modello bismarckiano, come già in Germania e Francia, ovvero un sistema che obbliga all’assicurazione sanitaria); dall’altra parte, però, permetterebbe di racimolare risorse da destinare alle cosiddette “duplici vittime”, ovvero quei gruppi che non solo sono ai margini della società, ma che proprio per tale motivo hanno più difficoltà ad accedere alle cure e a ricevere la giusta assistenza.

Responsabilizzazione? Una cifra forfettaria mensile da corrispondere direttamente al sistema sanitario (e non allo Stato per via indiretta), inoltre, permetterebbe di responsabilizzare i cittadini, che sottoscrivendo un “ticket di salute” potrebbero sentirsi più vincolati alla collaborazione con i centri di cura ed assistenza, e magari risultare maggiormente coinvolti nelle scelte di salute che, inevitabilmente, ricadono poi sulle risorse comuni. Le dieci sterline mensili (la cifra di un abbonamento a Spotify o dell’assicurazione contro i danni di uno smartphone, per intenderci) potrebbe aiutare a diffondere uno stile di vita più salutare, favorendo comportamenti diligenti e tutelando la promozione delle tre forme di prevenzione delle patologie. Infine, le risorse, accuratamente investite in modo diretto dal sistema sanitario potrebbero aiutare ad accelerare quella rivoluzione, ormai necessaria, che trasformi la concezione di assistenza, diminuendo le ospedalizzazioni per acuti a favore di una medicina del territorio più efficace, più attenta alla gestione cronica del malato, grazie all’integrazione delle competenze (medici di medicina generale, fisioterapisti, igienisti, e così via) e centri aperti ventiquattro ore al giorno, sette giorni a settimana.

Si, però… Ovviamente, nulla di tutto ciò può divenir fruttuoso se non accompagnato da un’oculata riprogettazione delle spese, che sulla base delle più recenti evidenze scientifiche e dei protocolli di health technology assesment permetta di disfarsi di vecchi ed onerosi processi assistenziali, favorendo la programmazione di percorsi di cura all’avanguardia – anche, se non soprattutto, in termini di efficacia ed efficienza -. Fondamentale è, in tal senso, una riflessione profonda ed integrata fra i vari stakeholder, che sottolinei la necessità di una leadership politica e clinica rigorosa, con l’obiettivo di garantire sempre di più quello che è il fine ultimo di un sistema sanitario, ovvero il benessere – in toto – delle popolazioni.

E noi Italiani, che sulle basi solidaristiche abbiamo scritto un’intera Costituzione, dobbiamo ricordarcene quotidianamente. Un sacrificio in denaro mensile da corrispondere all’assistenza sanitaria è atto di nobile interesse sociale, per gli altri come per se stessi. Riipensare il sistema sanitario nazionale, oggi più che mai, dunque, non è solo roba necessaria, ma sicuramente positiva, per il singolo così come per la comunità.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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